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lunedì 2 maggio 2011

ALLA FACCIA DEL MUTUO


In Kosovo ad ogni angolo di strada ci sono banche. A Pristina, così come in altri piccoli centri di periferia, palazzi di ogni forma e altezza ospitano istituti di credito. Le due banche più importanti, ProCredit Bank e Raffeisen Bank, hanno il monopolio sul credito ed hanno colonizzato ogni cosa. Non c'è evento istituzionale, culturale o sportivo che non sia sponsorizzato da una delle due banche. Agende, penne, calendari, striscioni, insegne luminose, posters, ovunque ProCredit Bank o Raffeisen Bank. Erano giorni che ci pensavo e non riuscivo a spiegarmi il motivo della presenza di così tante banche in un paese i cui dati micro e macroeconomici sono a dir poco disastrosi. Le idee si sono schiarite solo dopo aver messo piede nei due principali istituti bancari e parlato con il personale. "Salve, vorrei poter accedere ad un vostro mutuo", ho esordito proprio così. Come una macchinetta i consulenti delle due banche mi hanno descritto per filo e per segno ogni condizione e caratteristica del mutuo, le stesse che potete trovare qui, sul sito della Raiffeisen e della ProCredit.
Esistono una varietà di prestiti. Si va dal prestito per il business e la piccola impresa a quello per lo studio, dall'acquisto della macchina a quello per finanziare l'attività agricola. C'è anche quello per le vacanze. Per ognuno di questi prestiti le condizioni, ovviamente, cambiano. Comunque, per accedere ad un mutuo bisogna essere residente in Kosovo da oltre sei mesi, avere un conto bancario presso la banca e un contratto di lavoro con uno stipendio non inferiore ai 180 euro. Se la banca si ritiene soddisfatta, si riceveranno presto i soldi. Bastano pochi giorni: in questo sono efficienti. Ricevo una marea di informazioni e di brochure, ma i dubbi permangono. Tutto si schiarisce quando chiedo spiegazioni sui tassi di interesse. Sembra strano, ma non esiste un tasso preciso e tutto è molto indicativo -questo vale per entrambe le banche. Tutto dipende dalle garanzie che offrite, dal tipo di lavoro (salario) che avete, e soprattutto da chi siete. I tassi variano dal 10,9% annuo (si, quasi l'undici per cento) ad oltre il 20% (venti, avete letto bene) se offrite poche garanzie o siete comuni mortali. Salto dalla sedia. Sentendo quei numeri devo aver fatto un brusco movimento. La responsabile finanziaria della ProCredit prova a tranquillizzarmi e mi invita a fissare un appuntamento con il manager perché , dice, "è lui che realmente decide la percentuale". Rimango impietrito per un po', ma poi il mio volto riprende colore. Adesso che i miei quesiti erano stati risolti potevo anche congedarmi. E così è stato.

fonte Raiffeisen Bank:
mutuo di 30.000 euro rimborsabili in 180 mesi - rata mensile di 380.
Dopo 15 anni alla banca avrete dato l'importo di 68.400 euro

mutuo di 30.000 euro rimborsabili in 240 mesi - rata mensile di 352 euro.
Alla fine dei 20 anni avrete sborsato la somma di 84.480 euro

lunedì 4 aprile 2011

KOSOVO - HUMAN DEVELOPMENT REPORT 2010



E' da poco uscito l'ultimo report da parte dell'UNDP-Kosovo. Quest'anno si parla di inclusione sociale. In termini semplici, per esclusione sociale si intende la pratica di negare ad alcuni gruppi il diritto di contribuire economicamente, politicamente e socialmente alla crescita della loro società, limitando in tal modo il potenziale della società stessa. L'esclusione può avvenire deliberatamente, attraverso la discriminazione istituzionale, o involontariamente, attraverso pratiche culturali che di fatto limitano i diritti e le libertà individuali. Qualunque sia la causa, l'effetto è sempre lo stesso: autolimitazione e un iniquo processo di sviluppo. L'ampiezza dell'emarginazione all'interno della società kosovara è forse il dato più rilevante della relazione. Lungi dall'essere un fenomeno di minoranza, l'esclusione -economica, dai servizi sociali e di impegno civile- è una condizione vissuta da una vasta gamma di persone in varie dimensioni della vita quotidiana. Quella dell'esclusione è una sfida cruciale per lo sviluppo del Kosovo e di ogni paese. Il rapporto identifica nel dettaglio i gruppi sociali che più di altri risentono dell'esclusione sociale e ne sono vittime. Queste fette di popolazione rischiano di diventare invisibili se non si cambia rotta e non si inverte la scala delle priorità politiche. Nella lunga lista degli esclusi vanno annoverati: i disoccupati di lunga durata, i bambini svantaggiati, i giovani, le donne delle aree rurali, i Rom, Ashkali ed Egiziani (RAE) e tutte le persone con bisogni speciali. Davanti a se il Kosovo ha una serie di sfide sociali ed economiche da affrontare e queste riguardano:


• Stagnazione economica: il PIL pro capite del Kosovo è attualmente il più basso d'Europa. Anche se il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto che crescerà del 3% per i prossimi sei anni (passando dai 1.766 ai 2.360 euro) il Kosovo ha ancora molto da recuperare in termini di equa distribuzione dei ricavi all'interno della sua società;

• Povertà diffusa: circa il 45% (poco più di due kosovari su cinque) vivono sotto la soglia della povertà e uno su cinque non è in grado di soddisfare i propri bisogni di base. La povertà è più elevata tra coloro che vivono in grandi famiglie - che spesso hanno molti membri disoccupati e livelli di istruzione relativamente più bassi. Coloro che vivono in povertà sono anche geograficamente concentrati nelle zone rurali e in alcune regioni del Kosovo, come Prizren e Gjilan/Gnjilane; 

• Elevati livelli di disoccupazione: si stima che il 45% della forza lavoro è disoccupata, con tassi di disoccupazione per i giovani che superano il 73% e la disoccupazione femminile all'81%. Il mercato del lavoro ogni anno si gonfia in media di 30.000 giovani in cerca di lavoro, ma con poche opportunità a loro disposizione;

• Scarsa qualità della vita: sulla salute e gli standard educativi i cittadini kosovari sono in forte ritardo rispetto ai loro vicini europei. Gli indicatori sanitari in Kosovo sono tra i peggiori dell'Europa. Il tasso di mortalità infantile è di18-49 per 1.000 e sotto i cinque anni la mortalità infantile è di 35-40 per 1.000 nati vivi, rappresentando così il dato più alto in Europa. Anche l'istruzione è molto variabile e selettiva - in particolare per i bambini con qualsiasi forma di disabilità fisica o di apprendimento e l'educazione prescolare è praticamente inesistente al di fuori di Pristina; 

• Discriminazione: le minoranze etniche del Kosovo sono quelle che subiscono l'impatto peggiore delle sfide socio-economico del Kosovo. In particolare, le condizioni dei RAE del Kosovo sono abbastanza vicini a quelli che si trovano nei paesi meno sviluppati. Il livello di disoccupazione per la comunità RAE, dove il 75% dei giovani maschi di 15-24 anni sono disoccupati, per esempio, è molto superiore alla media del Kosovo. 

Il fatto davvero strano è che dal 2000 in poi la comunità internazionale ha investito più risorse pro-capite in Kosovo che in qualsiasi altra arena di post conflitto. L'Unione europea, principale donatore del Kosovo, ha annunciato che per i prossimi tre anni destinerà per il Kosovo molti più fondi che in qualsiasi altro posto del mondo.
Già ​​la sola l'Unione europea ha erogato quasi un miliardo di euro per il Kosovo tra il 2000 e il 2006 attraverso il programma CARDS (assistenza comunitaria alla ricostruzione, lo sviluppo e la stabilizzazione) e dal 2007 altri 426 milioni di euro attraverso lo strumento di assistenza  di preadesione (IPA). Poi giù di lì tutti gli altri milioni di euro del governo americano, delle organizzazioni internazionali e dei vari paesi europei. Una marea di fondi che negli anni sono serviti alla ricostruzione del paese e al rafforzamento delle istituzioni democratiche per armonizzarle con quelle europee. Gli scarsi risultati, però, sono sotto gli occhi di tutti. Il processo di adesione all'UE non è una passeggiata, è un iter estremamente complesso che richiede un rimodellamento vasto dei quadri normativi, il rispetto di standards molto elevati di governance e di cooperazione regionale. Nonostante la massiccia presenza di istituzioni internazionali e di ingenti fondi, la strada verso l'Europa è ancora molto lunga.

L'intero documento in lingua inglese 

sabato 19 settembre 2009

IL COSTO DEI MILITARI ITALIANI IN KOSOVO


I soldati dispiegati in Kosovo, secondo i dati della Kfor, sono circa 14 mila. Di questi, 1.935 sono italiani. Sono indispensabili tutti questi soldati nel Kosovo di oggi? Ci possiamo permettere i costi di queste spese militari? Sono domande legittime che dovremmo porre ai nostri politici.

La tragica morte che ha raggiunto i sei parà nel recente attentato in Afghanistan (vero teatro di guerra) ci dovrebbe spingere a riflettere sulla sorte dei militari italiani che prestano servizio in Kosovo (che non è, oggi, un teatro di guerra). Dai giornali alle trasmissioni televisive, si è letto e visto di tutto e il contrario di tutto in questi ultimi giorni. Sinceramente credo che il ritiro, per quanto riguarda l'Afghanistan, sia segno di immaturità nei confronti dei nostri alleati, per gli impegni presi con le Istituzioni Internazionali (impegni condivisibili o meno), e fonte di pericolo verso chi si trova costretto a restare nell’inferno afghano, siano essi militari Nato o popolazione civile. Sicuramente sarebbe stato meglio non avventurarsi in questa guerra. Anzi, sarebbe molto meglio non combattere nessuna guerra, ma mi rendo perfettamente conto che questo non è il migliore dei mondi possibili e che trovandoci nel pieno di una vera guerra, che miete numerose vittime, sia doveroso avviare un'approfondita analisi, lasciando fuori le strumentalizzazioni politiche. Tuttavia, in questo discorso si potrebbe forse anche includere la questione "Kosovo". Pur condividendo l'intervento Nato del 1999 in Kosovo, mi trovo oggi, a dieci anni di distanza, a domandarmi se non sia il caso, di fronte ad una situazione sociale e politica grosso modo normalizzata, di dimezzare il numero dei militari presenti lì. Si parla di crisi economica mondiale, di licenziamenti, di disoccupazione, di soldi che non ci sono, di riduzione del personale civile internazionale dispiegato in Kosovo (la cui utilità per la società e le istituzioni locali è senza dubbio preferibile a quella dei soldati, specie in contesti non pericolosi), di tagli per gli aiuti umanitari, si parla di tutto, ma dei circa 14.000 soldati della Nato (di cui 1.935 italiani, secondo i dati della Nato-Kfor aggiornata al 3 giugno 2009) nessuno ci dice nulla. I soldati dispiegati in Kosovo che continuano a restare, negli anni, inalterati nel numero hanno un costo. Sono indispensabili tutti questi soldati in Kosovo di oggi? Ci possiamo veramente permettere i costi di queste spese militari? Qual è il fine della loro presenza in questo piccolo paese uscito dalla guerra 10 anni fa? Sono domande legittime che dovremmo porre ai nostri politici, anche se temo che, semmai rispondessero, lo farebbero con il silenzio o le solite strumentalizzazioni. E' sotto gli occhi di tutti l'onestà e l'impegno che i nostri militari hanno prestato in Kosovo, uno dei primi contingenti ad arrivare sul posto e a difendere la popolazione serba ed i luoghi di culto ortodossi, a lavorare tra e per la società civile con uno spirito che molti ci invidiavano e ci invidiano ancora. Non è in discussione il servizio prestato dai soldati italiani, quanto il fatto che, di fronte ad uno scenario completamente migliorato rispetto a dieci anni orsono, e ad una crisi che in Italia non si ricorda dagli anni '40, sarebbero più che sufficienti la metà delle forze Nato oggi dispiegate. Va ricordato, anche se i nostri parlamentari per compiacere le potenti lobby militari non ne parlano mai, che i circa 2.000 soldati italiani e tutto l'armamento bellico al loro seguito, hanno dei costi ingenti,  di gran lunga maggiori rispetto alle mansioni che devono espletare. Una cosa è lo scenario di guerra afghano, altra cosa i milioni di euro che si continuano a spendere per le operazioni militari, in tempo di pace, in Kosovo. Tra queste voci rientrano gli alti salari che i soldati percepiscono (circa 4.500 euro al mese), le spese per i continui voli aerei dei militari da e per l'Italia, le spese di mantenimento delle strutture e dei veicoli in loco e da ultimo i milioni di euro per costruire un intero campo base, Villaggio Italia, chiamato appropriatamente villaggio perchè all’interno delle sue strutture permanenti ci sono indubbiamente più spazi di relax che altro. Se avete in mente le classiche caserme di provincia o la polvere e i containers dell’Afghanistan, siete fuori strada. Dovete prendere come punto di riferimento grandi chalet di legno e cemento, di quelli che si trovano nei nostri paesaggi alpini, ed immaginarli sistemati a mò di villaggio, con tanto di pizzerie, bar, sala intrattenimento, mensa-ma-che-mensa,ecc., per avvicinarsi alla realtà. Non è un’esagerazione se dico che la base militare è full optional, dotata di comodi divanetti, tavoli da biliardo, signorine del posto che servono bevande, rigorosamente made in Italy, e sigarette italiane senza monopolio, a prezzi da vero e proprio spaccio. Prosciutto, grana e bocconcini di mozzarelle non mancano mai. Si mangia solamente cibo italiano, per problemi legati all’uranio impoverito, dicono. Ah!! Però! L’uranio impoverito. Non si poteva pensare un posto più caldo e confortevole di quello che il buon gusto italiano ha creato nella base italiana di Peja/Pec. D’altra parte non potevamo certo correre il rischio che i nostri soldati si annoiassero durante i sei lunghi mesi di missione (passati quasi sempre in caserma, come fossero alla Cecchignola di Roma, ma con salari e costi immensamente più alti). Questo scenario si presenta simile al Quartiere Generale della Kfor a Pristina. La stradina dove si trovano tutti i locali per la ricreazione (pub olandesi, pizzerie e birrerie e negozi, meglio conosciuti come PX, che vendono tutto a prezzi stracciati) sembra ricordare, quanto al paesaggio, un tipico posto turistico di montagna. Più che a Malè sembra di trovarsi a Camigliatello. Va riconosciuto però che quelli non sono direttamente soldi di noi italiani, ma della Nato (il cui contribuente è anche l’Italia, però!). Non se la passano per niente male neanche i nostri 415 carabinieri dell’M.S.U a Pristina (fonte: Arma dei Carabinieri). Raccomando a tutti quelli che si trovano a passare in Kosovo di farsi ospitare per una cenetta nel loro ristorante, assaggiare un'ottima pizza cotta al forno a legna o riscoprire il profumo di Sorrento sorseggiando un buon limoncello. Non credo si possa presto avviare un serio dibattito politico in Parlamento per discutere dell’impegno dell’Italia nei teatri di guerra, di exit strategies in Afghanistan, di costo delle operazioni militari all’estero e della rivalutazione dell’impegno umanitario e di cooperazione. Spero, però, che gli italiani possano al più presto aprire gli occhi per vedere gli eccessi e veri sprechi delle operazioni militari all’estero che una ricca, e strapagata, classe politica ci tiene nascosti.

articolo pubblicato sul sito di Peacelink e Report On Line


venerdì 20 febbraio 2009

IL KOSOVO IN UNA TABELLA. ANZI IN DUE

Recentemente il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Ufficio di Statistica del Kosovo hanno reso pubblici le cifre dei principali indicatori economici del Kosovo. Ad un anno dall'Indipendenza appare chiaro come molti problemi permangono e mettono in evidenza un elemento, ovvero come il passivo tra importazioni ed esportazioni sia reso possibile solo dal massiccio supporto internazionale.E' ancora presto, dopo soltanto un anno, aspettarsi di più, a maggior ragione perchè, pur avendo chiesto di essere accettato, il Kosovo non usufruisce ancora delle ingenti risorse finanziarie che il F.M.I.e la W.B. destinano ai paesi in transizione.




ANNO

2005

2006

2007

2008

INFLAZIONE (%)

-4

1.5

4.2

9.3

PIL (bln euro)

3.05

3.18

3.42

3.82

Crescita PIL (%)

3.9

4.0

4.1

5.2

il PIL pro capite è di 1.770 euro/anno






ANNO

2005

2006

2007

2008

IMPORT (bln euro)

1.2

1.3

1.57

1.9

EXPORT (bln euro)

0.06

0.1

0.16

0.19

Principali partner commerciali: EU, Svizzera, Macedonia, Albania, Serbia




KOSOVO: LA VOCE DEL CONIGLIO