domenica 8 marzo 2009

L'INDIPENDENZA DEL KOSOVO: VINCITORI E VINTI


L'indipendenza del Kosovo è, ad un anno di distanza, un fatto ormai tangibile. Dopo lunghi anni di trattative, falliti faccia a faccia e dossier si è giunti a considerare l'indipendenza del Kosovo come una questione dalla quale non ci si poteva più svincolare. Dall'inizio del 2004, con voce sempre più decisa, i cittadini albanesi del Kosovo andavano reclamando l'indipendenza. L'evento in questione è giunto come un elemento di assoluta novità nell'ordinamento internazionale anche se come "caso unico". In attesa di un verdetto da parte della Corte Internazionale di Giustizia, alla quale la Serbia si è rivolta per chiederne l'annullamento dell'indipendenza del Kosovo (in quanto atto illegittimo), bisogna prendere visione di questa evoluzione. L'indipendenza c'è ed è stata riconosciuta da 55 paesi, che sebbene pochi, rappresentano comunque la maggior parte dei paesi più sviluppati del mondo. Ma in questa lunga e affannosa partita kosovara, diventata sempre più una vicenda interna agli equilibri tra Usa e Russia, ci sono vincitori e vinti?
Io credo che il più fermo sostenitore del Kosovo, quello che sin dall'amministrazione Clinton, con continuità e determinazione, ha sostenuto la battaglia degli albanesi, ovvero l'America, sia il grande vincitore. Come mai è intervenuta in un posto così piccolo e lontano? Più che risposte certe si possono fare delle supposizioni. Come grande potenza mondiale e baluardo di democrazia in un mondo sempre meno multipolare, gli Usa hanno sentito il dovere di accogliere le richieste degli albanesi e di portarle all'ordine del giorno nell'agenda della politica internazionale. Così facendo un problema prettamente europeo e risolvibile in altro modo è cresciuto di intensità fino a scardinare i fragili equilibri della "giovine Europa". Potrebbe essere anche questo il cinico calcolo americano: intervenire nel cuore dell'Europa, tenendo un piede sulla coda del cane europeo per creare al suo interno delle divisioni e renderla politicamente divisa ed economicamente più fragile (l'EU dopo l'indipendenza rispecchia per certi versi questo scenario). Altro motivo dell'intervento americano va analizzato tenendo conto della geopolitica balcanica alla luce delle nuove strategie americane. Con il crollo del muro di Berlino e il collasso politico ed economico del "disegno" russo è venuta meno per l'America la necessità di mantenere attive una serie di basi militari in Germania e in altre parti d'Europa. La vicenda kosovara ha, molto probabilmente, spinto l'amministrazione di Washington a risolvere in un unica soluzione (la creazione della base militare "Camp Bondsteel", la più grande in Europa) due problemi (nuovo assetto strategico-militare in Europa e presenza fisica in Kosovo per risolvere il conflitto). Per gli americani, disinteressati in un primo momento, è possibile che nel corso degli anni si siano aggiunte altre ghiotte opportunità. Il sottosuolo del Kosovo è molto ricco di zinco, rame, oro, lignite e altro. Ci potrebbero essere importanti risvolti economici derivanti dallo sfruttamento del sottosuolo nell'interventismo americano. Ultima considerazione che bisogna fare è che il Kosovo, proprio per la sua posizione, rappresenta una linea di confine tra paesi islamici e non, una zona quindi molto delicata per l'America uscita dall'11 settembre: un osservatorio ravvicinato sul contesto medio-orientale.
Personalmente considero la Russia un altro vincitore di questa partita che da regionale è diventata mondiale. Uscita dall'isolamento proprio dell'era eltsiniana, la Russia, da Putin in poi, ha acquistato un ruolo sempre più importante negli equilibri mondiali, cercando di far valere la sua influenza in alcuni paesi del mondo e di vendere bene in termini di consenso le sue ingenti riserve di gas e petrolio. Anche lei, disinteressata inizialmente, è entrata attivamente nella partita kosovara, non per forte spirito d'amicizia verso i fratelli ortodossi, come opportunisticamente si vuol far credere, ma per contrastare nelle sedi opportune lo strapotere americano. Contrapponendosi fermamente alle idee americane sul Kosovo, Putin in persona cercava di raggiungere altri risultati, riuscendo tra l'altro ad ottenere in Georgia lo stesso risultato che gli americani hanno ottenuto in Kosovo. Oggi, grazie al gioco-forza di questi lunghi anni di trattative sullo status del Kosovo, la Russia è sicuramente più forte rispetto a inizio partita. Naturalmente, salgono sul carro dei vincitori gli albanesi del Kosovo che, dopo lunghi anni e tante sofferenze in termini di perdite di vite umane, sono riusciti a coronare il sogno di una vita: l'indipendenza. L'Europa sebbene non sia perdente nel senso classico del termine, è certamente più debole e divisa di prima. Il decisionismo americano sul Kosovo ha creato tanti malumori interni e divisioni sul riconoscimento o meno del Kosovo al punto da rendere felici alcuni e delusi altri. La partita kosovara che poteva segnare per l'Europa una grande opportunità di crescita per se stessa, si è trasformata in indebolimento politico e dissanguamento economico.
La partita del Kosovo si è conclusa, almeno per adesso, con la sconfitta, prevalentemente sentimentale, della Serbia. Dopo ben 9 anni passati lontani dalla gestione politico-amministrativa della sua ex provincia, Belgrado si è vista letteralmente sottrarre una terra che considera storica.
E' una ferita che all'orgoglioso popolo slavo brucia molto. Più in termini ideal-folkloristici che altro. La vera sconfitta potrebbe arrivare adesso se, continuando ad irrigidirsi sul Kosovo, la Serbia perdesse il treno delle opportunità, della crescita e dello sviluppo politico, democratico ed economico chiamato Europa.

articolo pubblicato sul sito di Peacelink

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