Nei dieci mesi trascorsi dal dispiegamento ufficiale della missione europea, i rapporti tra Eulex (la Missione della EU) e le autorità kosovare sono stati segnati da un clima di sostanziale collaborazione, anche se non sono mancate le tensioni ancor prima del suo dispiegamento sul terreno: mi riferisco all’esplosione avvenuta a Pristina presso la sede dell’I.C.O. (International Civilian Office). Era la notte del 14 novembre dell’anno scorso quando tre tedeschi vennero colti sul luogo dell’attentato ed accusati di essere gli artefici. A far crescere la tensione nei mesi a noi più vicini è stata l'intenzione di Eulex, annunciata ad inizio agosto, di firmare un accordo con Belgrado per facilitare la collaborazione tra i rispettivi organi di polizia. Per Eulex l’accordo è di vitale importanza, un’ottima strategia per risolvere i problemi legati al crimine organizzato, il traffico di armi, droga e quant’altro in una zona molto calda. Una decisione condivisibile sul piano tecnico (è ora che le frontiere a Nord con la Serbia, veri e propri colabrodi, diventino degne di questo nome), ma fallimentare sul piano politico-diplomatico (l’accordo è stato raggiunto tenendo fuori il governo di Pristina). Le reazioni delle autorità politiche kosovare non si sono fatte aspettare. Il Presidente e il Primo Ministro del Kosovo hanno dichiarato più volte come non possa esserci nessun accordo senza il loro consenso e partecipazione nelle trattative e come le istituzioni kosovare non permetteranno a Belgrado di esercitare la sua influenza in Kosovo attraverso accordi e altri meccanismi. Pristina è arrivata a porre una condizione difficilmente accettabile per Belgrado, e cioè la firma all'accordo in cambio del riconoscimento. Pristina considera l’accordo lesivo della propria sovranità, sia perché le autorità kosovare sono state escluse dalle trattative, sia perché a livello politico l’accordo presupporrebbe lo scambio di informazioni con lo stato serbo, principale avversario dell’indipendenza del Kosovo. L’accordo in questione, che prevede lo scambio di informazioni e dati tra Serbia (polizia serba) ed Eulex, è un primo e decisivo passo in avanti della Serbia verso l’Europa. Certamente anche tra le istituzioni serbe non sono mancati i mal di pancia per la firma di questa collaborazione con Eulex. Per l’opposizione serba, infatti, raggiungere un accordo con Eulex significa anche accettare de facto il piano Ahtisaari e l’indipendenza del Kosovo in esso prevista (Kostunica è stato molto chiaro su questo). Questa evoluzione-involuzione dei rapporti tra Eulex, le autorità serbe e quelle kosovare, sta facendo da sfondo ad una situazione che in Kosovo si sta facendo pesante. Quello che si registrano in Kosovo, a Pristina, ma soprattutto nella calda cittadina di Mitrovica, sono le continue tensioni, molto spesso e per più di una volta, sfociate in veri e propri scontri con lancio di sassi e di ordigni, tra i due principali acerrimi nemici, ovvero tra serbi ed albanesi del posto. Questi scontri, avvenuti nel cuore dell’estate non si sono ancora arrestati. Il leitmotiv è l’autorizzazione da parte del governo di Pristina alla costruzione delle case degli albanesi che vivevano precedentemente nella zona a nord di Mitrovica. La diplomazia si era messa al lavoro per raggiungere un tiepido accordo di massima che prevedeva l’inizio della costruzione delle sole case nel quartiere di Kodra Minatore/Mikronaseljie parzialmente distrutte (ancora visibili) e per un numero limitato di esse. Parallelamente si doveva procedere con l’avvio dei lavori per la costruzioni di case serbe nella parte sud del Kosovo. Il fragile accordo ha retto poco. La vicinanza del nemico, le paure fomentate da questo o quel gruppo, gli incubi tra la popolazione generati dai nemici della pace duratura, hanno nuovamente riscaldato il clima a Mitrovica ed in Kosovo. In quella che dalla fine dei bombardamenti Nato è considerata la fortezza serba in Kosovo, in verità, le tensioni ci sono sempre state tutte le volte che si cercava di far dialogare le due parti in causa. Stessi incidenti si sono verificati a Suhadoll un altro quartiere a nord di Mitrovica, dove sono concentrate alcune famiglie albanesi. Il lancio di sassi è coinciso con l'avvio dei lavori per la costruzione della rete idrica nelle case degli albanesi. I lavori, bloccati per le continue tensioni e proteste dei vicini serbi, non sono ripresi neanche dietro le pressioni del sindaco di Mitrovica che ha cercato di coinvolgere Unmik e la Kfor. Se a Mitrovica il clima non è dei migliori, tensioni e malumori si registrano anche a Pristina. E’ sempre Eulex al centro dei problemi. Sono, per ora, sempre i ragazzi di Vetevendosje a creare scintille. Una presentazione fresca e assai colorita sul clima che si respira in Kosovo e sulla giornata che ha visto protagonisti gli attivisti del Movimento capeggiato da Albin Kurti, (che hanno preso di mira le autovetture di Eulex), è riportata su the nowhere man goes wild’s blog che vi invito a leggere. Il caldo delle tensioni a Mitrovica, peraltro ancora non risolte, le difficolta di Eulex ad operare sul terreno, i risentimenti tra la popolazione civile sempre più insofferente per le imposizioni che riceve dall'alto, le imminenti elezioni locali del 15 novembre e l'accesa battaglia per le presunte elezioni politiche nella primavera del 2010 (fortemente volute da Ramush Haradinaj) lasciano facilmente intuire che ci sarà un caldo autunno ad attenderci.
lunedì 21 settembre 2009
sabato 19 settembre 2009
IL COSTO DEI MILITARI ITALIANI IN KOSOVO
I soldati dispiegati in Kosovo, secondo i dati della Kfor, sono circa 14 mila. Di questi, 1.935 sono italiani. Sono indispensabili tutti questi soldati nel Kosovo di oggi? Ci possiamo permettere i costi di queste spese militari? Sono domande legittime che dovremmo porre ai nostri politici.
La tragica morte che ha raggiunto i sei parà nel recente attentato in Afghanistan (vero teatro di guerra) ci dovrebbe spingere a riflettere sulla sorte dei militari italiani che prestano servizio in Kosovo (che non è, oggi, un teatro di guerra). Dai giornali alle trasmissioni televisive, si è letto e visto di tutto e il contrario di tutto in questi ultimi giorni. Sinceramente credo che il ritiro, per quanto riguarda l'Afghanistan, sia segno di immaturità nei confronti dei nostri alleati, per gli impegni presi con le Istituzioni Internazionali (impegni condivisibili o meno), e fonte di pericolo verso chi si trova costretto a restare nell’inferno afghano, siano essi militari Nato o popolazione civile. Sicuramente sarebbe stato meglio non avventurarsi in questa guerra. Anzi, sarebbe molto meglio non combattere nessuna guerra, ma mi rendo perfettamente conto che questo non è il migliore dei mondi possibili e che trovandoci nel pieno di una vera guerra, che miete numerose vittime, sia doveroso avviare un'approfondita analisi, lasciando fuori le strumentalizzazioni politiche. Tuttavia, in questo discorso si potrebbe forse anche includere la questione "Kosovo". Pur condividendo l'intervento Nato del 1999 in Kosovo, mi trovo oggi, a dieci anni di distanza, a domandarmi se non sia il caso, di fronte ad una situazione sociale e politica grosso modo normalizzata, di dimezzare il numero dei militari presenti lì. Si parla di crisi economica mondiale, di licenziamenti, di disoccupazione, di soldi che non ci sono, di riduzione del personale civile internazionale dispiegato in Kosovo (la cui utilità per la società e le istituzioni locali è senza dubbio preferibile a quella dei soldati, specie in contesti non pericolosi), di tagli per gli aiuti umanitari, si parla di tutto, ma dei circa 14.000 soldati della Nato (di cui 1.935 italiani, secondo i dati della Nato-Kfor aggiornata al 3 giugno 2009) nessuno ci dice nulla. I soldati dispiegati in Kosovo che continuano a restare, negli anni, inalterati nel numero hanno un costo. Sono indispensabili tutti questi soldati in Kosovo di oggi? Ci possiamo veramente permettere i costi di queste spese militari? Qual è il fine della loro presenza in questo piccolo paese uscito dalla guerra 10 anni fa? Sono domande legittime che dovremmo porre ai nostri politici, anche se temo che, semmai rispondessero, lo farebbero con il silenzio o le solite strumentalizzazioni. E' sotto gli occhi di tutti l'onestà e l'impegno che i nostri militari hanno prestato in Kosovo, uno dei primi contingenti ad arrivare sul posto e a difendere la popolazione serba ed i luoghi di culto ortodossi, a lavorare tra e per la società civile con uno spirito che molti ci invidiavano e ci invidiano ancora. Non è in discussione il servizio prestato dai soldati italiani, quanto il fatto che, di fronte ad uno scenario completamente migliorato rispetto a dieci anni orsono, e ad una crisi che in Italia non si ricorda dagli anni '40, sarebbero più che sufficienti la metà delle forze Nato oggi dispiegate. Va ricordato, anche se i nostri parlamentari per compiacere le potenti lobby militari non ne parlano mai, che i circa 2.000 soldati italiani e tutto l'armamento bellico al loro seguito, hanno dei costi ingenti, di gran lunga maggiori rispetto alle mansioni che devono espletare. Una cosa è lo scenario di guerra afghano, altra cosa i milioni di euro che si continuano a spendere per le operazioni militari, in tempo di pace, in Kosovo. Tra queste voci rientrano gli alti salari che i soldati percepiscono (circa 4.500 euro al mese), le spese per i continui voli aerei dei militari da e per l'Italia, le spese di mantenimento delle strutture e dei veicoli in loco e da ultimo i milioni di euro per costruire un intero campo base, Villaggio Italia, chiamato appropriatamente villaggio perchè all’interno delle sue strutture permanenti ci sono indubbiamente più spazi di relax che altro. Se avete in mente le classiche caserme di provincia o la polvere e i containers dell’Afghanistan, siete fuori strada. Dovete prendere come punto di riferimento grandi chalet di legno e cemento, di quelli che si trovano nei nostri paesaggi alpini, ed immaginarli sistemati a mò di villaggio, con tanto di pizzerie, bar, sala intrattenimento, mensa-ma-che-mensa,ecc., per avvicinarsi alla realtà. Non è un’esagerazione se dico che la base militare è full optional, dotata di comodi divanetti, tavoli da biliardo, signorine del posto che servono bevande, rigorosamente made in Italy, e sigarette italiane senza monopolio, a prezzi da vero e proprio spaccio. Prosciutto, grana e bocconcini di mozzarelle non mancano mai. Si mangia solamente cibo italiano, per problemi legati all’uranio impoverito, dicono. Ah!! Però! L’uranio impoverito. Non si poteva pensare un posto più caldo e confortevole di quello che il buon gusto italiano ha creato nella base italiana di Peja/Pec. D’altra parte non potevamo certo correre il rischio che i nostri soldati si annoiassero durante i sei lunghi mesi di missione (passati quasi sempre in caserma, come fossero alla Cecchignola di Roma, ma con salari e costi immensamente più alti). Questo scenario si presenta simile al Quartiere Generale della Kfor a Pristina. La stradina dove si trovano tutti i locali per la ricreazione (pub olandesi, pizzerie e birrerie e negozi, meglio conosciuti come PX, che vendono tutto a prezzi stracciati) sembra ricordare, quanto al paesaggio, un tipico posto turistico di montagna. Più che a Malè sembra di trovarsi a Camigliatello. Va riconosciuto però che quelli non sono direttamente soldi di noi italiani, ma della Nato (il cui contribuente è anche l’Italia, però!). Non se la passano per niente male neanche i nostri 415 carabinieri dell’M.S.U a Pristina (fonte: Arma dei Carabinieri). Raccomando a tutti quelli che si trovano a passare in Kosovo di farsi ospitare per una cenetta nel loro ristorante, assaggiare un'ottima pizza cotta al forno a legna o riscoprire il profumo di Sorrento sorseggiando un buon limoncello. Non credo si possa presto avviare un serio dibattito politico in Parlamento per discutere dell’impegno dell’Italia nei teatri di guerra, di exit strategies in Afghanistan, di costo delle operazioni militari all’estero e della rivalutazione dell’impegno umanitario e di cooperazione. Spero, però, che gli italiani possano al più presto aprire gli occhi per vedere gli eccessi e veri sprechi delle operazioni militari all’estero che una ricca, e strapagata, classe politica ci tiene nascosti.
articolo pubblicato sul sito di Peacelink e Report On Line
venerdì 18 settembre 2009
BABY BULLISMO AI DANNI DI UN RAGAZZINO KOSOVARO
Storie di ordinaria follia in un Italia sempre più in preda ad episodi razzisti
Un ragazzino kosovaro di tredici anni costretto a cambiare scuola perché preso in giro dai compagni di classe. Non ne poteva più di subire insulti razzisti, di ascoltare offese che lo ferivano, così ha chiesto ai genitori di cambiare scuola. Questo nuovo episodio di baby-bullismo a sfondo razziale che scuote Treviso, città simbolo del potere leghista in Veneto è apparso oggi su Repubblica.it
martedì 15 settembre 2009
I ROM: DAL KOSOVO AL CASILINO 900 (SECONDA PARTE)
Nella soleggiata giornata di fine agosto, all'interno del Casilino 900 vengo accolto da Feta. Così dice di chiamarsi un giovane poco più che ventenne che mi fa conoscere i suoi parenti e alcuni connazionali. Erano le cinque in punto del pomeriggio. Lo ricordo perfettamente perchè guardai l'orologio nel momento esatto in cui mi disse che aveva degli impegni a partire dalle sei: doveva
I rom kosovari che vivono nel campo sono, a quanto sembra, di fede musulmana, anche se è altrettanto frequente trovare in Kosovo rom di fede ortodossa. In quella che era una regione serba i rom, infatti, erano abituati a vivere tra due fuochi -in mezzo all'aspro conflitto tra serbi ed albanesi- e, per la loro stessa sopravvivenza, avevano sempre cercato di adattarsi pur di non scontentare nessuno. E' anche per questa ragione che parlano sia serbo che albanese, e sono di fede musulmana o ortodossa.
Tutto ciò però non è bastato a risparmiarli dal conflitto degli anni '90. Rimanevano sempre rom schierati, consapevolmente o meno, con il nemico, albanese o serbo che fosse. E, per
leggi la prima parte
guarda il reportage fotografico
L'intero reportage è stato pubblicato sul settimanale Carta qui-lazio numero 32 del 2009
sabato 12 settembre 2009
LA KAFANA DI MITROVICA
giovedì 10 settembre 2009
L'AMORE ALTRO. UN'ODISSEA NEL KOSOVO
La vicenda si svolge nel Kosovo, protagonisti due veneti, Boris e Giulia, che si recano a Prizren a visitare Clizia, la sorella di lei, medico volontario all’ospedale dell’International Assistance. Giunti a destinazione, i due giovani entreranno presto nel mirino dei trafficanti di droga e gas tossici che trasformeranno quella che per loro doveva essere una piacevole gita turistica al parco nazionale di Brezovica in un incubo che comincerà col rumore di uno sparo e darà avvio a una lunga catena di morti e di sogni distrutti. Perché in questo racconto tutti hanno un sogno da realizzare che li rende forti e insieme fragili e si scontra con i sogni degli altri personaggi. Sogni d’amore, dove bisogno di sicurezza, passione e ideali umanitari s’intrecciano e reciprocamente si annullano. L’intraprendente Giulia ama il pavido Boris che però si è innamorato della bella Arifa, l’infermiera kosovara di Clizia. Ma anche Arifa e Clizia coltivano un sogno comune, il più nobile tra gli ideali, l’unico che alla fine si avvererà. Non ci sono vincitori in questa storia, ma soltanto sogni e ideali che nascono spontanei in mezzo alla violenza come i bambini in tempo di guerra, come fiori su un terreno minato. Finale a sorpresa in un romanzo ben costruito, a tensione crescente, coinvolgente e appassionante come un thriller ma scritto principalmente per esaltare il valore della speranza in una terra martoriata da rivalità, criminalità e odi etnici atavici.
Autore: Ausilio Bertoli
Collana: Comete 2
Categoria: letteratura italiana
Pagine: 104
ISBN 978-88-497-0604-8
€ 12,00
martedì 8 settembre 2009
HONEYMOONS
"Sembra che gli artisti si capiscano meglio dei politici. Non esiste l'odio atavico tra i nostri paesi, l'hanno inventato gli ultra-nazionalisti di entrambe le parti, e questo ci ha impedito di frequentarci, di conoscerci e di scambiare esperienze." Goran PaskaljevicTitolo dolce, Honeymoons, dedicato alla luna di miele, ma durissimo nel suo svolgimento: è l'ultimo film di Goran Paskaljevic, applaudito al Cinema di Venezia all'interno delle Giornate degli Autori. Paskaljevic grazie alla sua forza artistica, al rispetto che gode in tutta l'area balcanica oltre che internazionale, è riuscito a realizzare per la prima volta nella storia una coproduzione serbo albanese. Con la sceneggiatura scritta a quattro mani dallo stesso regista insieme con Genc Permeti, Honeymoons è la dimostrazione di come il cinema può raggiungere risultati impossibili alla politica, superare confini invalicabili. Il film non è altro che la storia sul paradosso di frontiere che sembrano spalancate e sono invece trappole micidiali, che siano quella ungherese o il porto di Bari. La vicenda si svolge ai giorni nostri tra Albania, Serbia, Italia e Ungheria e segue le storie di due giovani coppie che decidono di lasciare i loro rispettivi paesi per inseguire una vita migliore in Europa. La coppia albanese vuole lasciare il paese sui monti con il suo rigido codice che non è solo una tradizione, ma legge e riesce a imbarcarsi. Giunti in Italia, per dare forma ai loro rispettivi sogni, trovano tanti ostacoli. L'arrivo al porto di Bari è infatti di imprevista durezza. Lo stesso destino attende la coppia serba che entra nell’Unione Europea attraverso il confine ungherese. Per una serie di casi sfortunati, non riescono, almeno per il momento, a coronare i loro sogni. La parola pericolosa che compare sui passaporti è Kosovo. Le strade delle due coppie si intrecceranno, ma solo per un breve momento... In Kosovo sono stati uccisi due soldati italiani dell'ONU e chiunque provenga dall'area è considerato un sospetto anche se con i documenti in regola.
www.honeymoons-movie.com
giovedì 3 settembre 2009
I ROM: DAL KOSOVO AL CASILINO 900
Storia incredibile di alcune famiglie rom, imparentate tra loro, che dagli anni novanta in poi, quando il clima sociale e politico in Kosovo cominciava a farsi pesante, lasciarono le loro case per raggiungere l'Italia. Pensavano di essersi lasciati alle spalle l'inferno. Arrivarono, invece, al CASILINO 900.
Roma. Giornata calda e afosa di fine agosto. Il clima insopportabile si percepisce nei volti dei rom del Kosovo che vivono nel campo-ghetto più vecchio della capitale. Sanno di dover presto lasciare la miseria costruita in tanti anni per una nuova destinazione rimasta ancora oggi top secret, probabilmente per non creare allarmismi tra i residenti che dovranno accoglierli. Tredici villaggi autorizzati, a fronte degli oltre cento campi nomadi oggi esistenti, tra insediamenti abusivi e campi cosiddetti "tollerati". Non più di 6.000 nomadi sul territorio romano, invece dei quasi 7.200 attuali. Sono questi i principali obiettivi del piano "Nomadi" messo a punto dal prefetto Pecoraro e tanto voluto dal sindaco capitolino che ha impostato la sua campagna elettorale anche e soprattutto su queste tematiche. Grande senso di sollievo per i residenti del VII municipio di Roma che dopo decenni di "degrado e criminalità spicciola" si vedono finalmente riqualificare l'intera area. Grande senso di smarrimento per i circa 800 abitanti delle baraccopoli del Casilino 900 che non conoscono il loro futuro. Il Casilino 900 è infatti uno dei primi campi che si prevede sarà chiuso. Entrò metà ottobre, il 50% circa dei suoi abitanti dovrebbe essere spostato altrove. I lavori sono già in corso. Ieri, durante la mia visita al campo con il fine principale di parlare con i rom d
el Kosovo e conoscerli meglio, ho notato che la Croce Rossa Italiana era lì, intenta a consegnare le schede per un primo censimento. “Modulo ricognizione nuclei familiari”, era scritto su tali documenti. Accompagnato, in questa mia avventura, dai miei amici Santo e Ehsan, ci siamo dovuti improvvisare mediatori per rispondere alle domande che le varie mamme preoccupate e gli uomini del posto ci rivolgevano, ignari di cosa fossero quelle carte che tenevano tra le mani. Accolti nel "giardino" di casa del signor Resat, il neo avvocato Santo ha riempito i moduli della famiglia Prekuplja, mentre io ed Ehsan, incantati dallo scenario che avevamo davanti ai nostri occhi, abbiamo scattato qualche foto e chiacchierato con i parenti di Resat ed i suoi vicini. Questa era la mia prima volta nel Casilino 900. Ed anche per i miei accompagnatori. A differenza loro, però, avevo familiarità con i campi rom, avendoli visitati in Kosovo già svariate volte. Trovandomi di fronte al centro romano, sono però rimasto immobile per diversi secondi. Il degrado e la miseria del Casilino 900 non si differenziavano affatto da quelli del Plemetina Camp nelle vicinanze di Obliq o Cesim Lug e Osterode di Mitrovica. Comuni erano anche le agghiaccianti scene di vita quotidiana e le terribili azioni dei bambini dettate dal bisogno. Dovendole mettere sulla bilancia dell'indigno umano, credo, però, che il Casilino 900 supera, seppur di poco, i campi rom del Kosovo, per il semplice fatto che in una
potenza mondiale, come si definisce l'Italia, culla della democrazia e dei diritti umani, cuore dell'Europa, è inaccettabile vedere, ancora oggi, luoghi mostruosi e inumani come quello che mi si è presentato davanti agli occhi sulla Palmiro Togliatti. All'interno del Casilino 900 sono alloggiate oggi circa 800 persone, la maggior parte di loro bambini. Qui, ognuno nella propria fetta di terra, in modo da aver costituito autentici ghetti nel ghetto, vivono i rom di 4 diverse nazionalità. Sono montenegrini, macedoni, bosniaci e kosovari. Per via delle diversità culturali e di problemi causati da motivi a noi sconosciuti, gli abitanti del campo ci hanno raccontato che le tensioni tra i vari gruppi non sono mai mancate, anzi, nei pochi momenti di aggregazione e di collaborazione, incentivati soprattutto dalle organizzazioni che di volta in volta hanno lavorato nel campo, si sono verificati scontri sfociati in vere e proprie risse. La chiusura e l'ermetismo che sembrano propri della cultura rom lasciano trapelare comunque ben poco all'esterno. Anche per questo Savorengo Ker (in lingua Romanés “La casa di tutti”), il nobile progetto realizzato da vari architetti italiani in collaborazione con alcune Università di Roma ed i rappresentanti delle 4 comunità rom del campo, è andato in fumo, bruciato in meno di due ore in una piovosa notte di inverno. Nessuno sa chi sia stato a distruggerlo. Comincio a pensare che le tensioni interne ai quattro gruppi siano alla base delle poche macerie rimaste. Comincio a sospettare questo, non per annacquare le grandi responsabilità delle amministrazioni locali che negli anni
si sono succedute, o dell'Italia in generale, ma perché, di fronte all'inefficienza delle politiche sociali dell'Italia - per quel po' che vi rimane, alle maldestre politiche di immigrazione, e di fronte ai preoccupanti scenari populistici cavalcati in questi anni, le divisioni e le lotte intestine tra gli occupanti del campo hanno certo contribuito a rendere questo posto ancora più deplorevole. In poche parole, è evidente che nessuno dei suoi abitanti si preoccupa più di rendere il posto sicuro e pulito, spazzando via l'erbaccia e la spazzatura. Al contrario, nell'indifferenza e nel menefreghismo generale, usano i loro stessi spazi come mondezzai, terreno fertile per le malattie dei propri figli. Porto grande rispetto per chi versa in grandi difficoltà, e i rom del Casilino 900 senza dubbio si trovano in questa situazione, ma non credo che si possa restare indifferenti ed inattivi di fronte alla giungla che cresce vicino casa, quella dove provano a giocare e divertirsi i tuoi figli. Potrebbero provvedere a ripulire il campo per vivere un po' più decorosamente e mostrare all'esterno un'immagine meno grigia di quella che tanti esterni gli hanno facilmente affibbiato. Ad ogni modo, sono stato felice di essere ospite di alcuni generosi membri del campo. La famiglia Hamdi, ad esempio, mi ha fatto accomodare dentro casa sua. E, per quanto precaria questa potesse essere, la sua costruzione in legno mi è apparsa molto dignitosa, pulita e ordinata. Davvero! Una sorpresa, l'esatto opposto di quello che si vedeva fuori.
Quanto alle responsabilità Nostre potrei scrivere un libro. Mi limito a soffrire in silenzio.
continua..
articolo pubblicato su sito di Peacelink
guarda il reportage fotografico
leggi la seconda parte
Quanto alle responsabilità Nostre potrei scrivere un libro. Mi limito a soffrire in silenzio.
continua..
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mercoledì 2 settembre 2009
TESTA O CROCE?
Classica giornata afosa di piena estate a Roma. Chiosco periferico della capitale affollato da un gruppetto di amici - incluso il sottoscritto - intenti a sorseggiare una birra. Il clima genuino e il contesto familiare farebbe pensare ad una scena della pubblicità della birra moretti; discorsi da bar dello sport inclusi. L'ambiente spartano e la leggerezza di noi pronti a partire per le vacanze, ci hanno portato ad avventurarci nella sterile discussione sul Kosovo. Non saprei dire come sia partito l'argomento nè chi l'abbia generato. Il Kosovo è serbo! sostenevano gli uni; no, c'erano prima gli albanesi! affermavano gli altri. Il lungo e tortuoso dilemma è passato, naturalmente da Peja/Pec e da Decani, luoghi sacri del patrimonio ortodosso serbo, dagli Iliri, gli antenati degli albanesi che popolavano anticamente quei territori, fino a toccare, poi, gli ottomani e i numeri demografici. Naturalmente, la conversazione non è arrivata ad un bel niente.
Tornato a casa e ragionandoci su, mi sono detto che non avrei mai più affrontato tali discussioni, semplicemente perchè non portano da nessuna parte se non a creare astio e sciocche tensioni.
Svanita la forza novecentesca dello Stato nazione che ricopriva una fetta importante, l'unica credo, nell'agenda politica, culturale e sociale di questo o quel paese è antiquato parlare se sia nato prima l'uovo o la gallina. Credo fermamente che la terra è di chi la vive.
Nello stesso giorno, tra vecchie scartoffie ritrovo una vecchia monetina che mi è stata regalata in Kosovo. E' stata trovata sulle alture di Gjilane, nella parte orientale del Kosovo e risale al periodo romano. La monetina fatta ripulire e periziare riporta nel cartoncino nella quale è contenuta le testuali parole:
Teodosio II,
408 - 450 d.c.
frazione di centennionale
d/ busto diademato volto a destra
r/croce dentro corona
Tornato a casa e ragionandoci su, mi sono detto che non avrei mai più affrontato tali discussioni, semplicemente perchè non portano da nessuna parte se non a creare astio e sciocche tensioni.
Svanita la forza novecentesca dello Stato nazione che ricopriva una fetta importante, l'unica credo, nell'agenda politica, culturale e sociale di questo o quel paese è antiquato parlare se sia nato prima l'uovo o la gallina. Credo fermamente che la terra è di chi la vive.
Nello stesso giorno, tra vecchie scartoffie ritrovo una vecchia monetina che mi è stata regalata in Kosovo. E' stata trovata sulle alture di Gjilane, nella parte orientale del Kosovo e risale al periodo romano. La monetina fatta ripulire e periziare riporta nel cartoncino nella quale è contenuta le testuali parole:
Teodosio II,
408 - 450 d.c.
frazione di centennionale
d/ busto diademato volto a destra
r/croce dentro corona
Non ho potuto che sorridere, restando ancora più entusiasmato per la complessità della storia dei popoli che spesso, in maniera molto spicciola, diventa l'argomento principale dei frequentatori del bar dello sport.
lunedì 31 agosto 2009
KOSOVO, INCERTEZZE E SOGNI: IL VIDEO
Anche se con ritardo, sono riuscito a caricare il video realizzato in occasione della mostra itinerante sul Kosovo, realizzato insieme al fotografo Ignacio Coccia, con il contributo di Stefano Artisunch che ha prestato la sua voce e il supporto della casa editrice Paoletti D'Isidori Capponi di Ascoli Piceno.
Incertezze e sogni, paiono essere agli autori due sostantivi che maggiormente racchiudono il sentire comune delle due principali etnie che compongono il Kosovo, da decenni in conflitto tra loro. Tra il bianco della neve e il nero delle ombre viene colta e quindi proposta al pubblico la luce dei volti e dei paesaggi desolati tra Pec e Pristina, Mitrovica e Gorazdevac. Viene messa a fuoco una quotidianità fatta di lavoro, casa, spiritualità, rispetto e culto delle tradizioni ancora sentite. E’ forse la quotidianità vissuta fino in fondo a fare da antidoto, pur se fugacemente, alle malinconie, alle paure e ai sogni che scaturiscono dall’incertezza per il futuro di questo nuovo stato. Ma potrebbe essere invece proprio la speranza l'antidoto più efficace. La luce della speranza e della rinascita proprio come quella che si percepisce nell'aria ogni volta che un inverno finisce.
domenica 30 agosto 2009
I ROM KOSOVARI DEL CASILINO 900
Le foto che seguono sono state realizzate all'interno del Casilino 900 nell'area dove, tra degrado, rabbia, orgoglio, fierezza, umiltà, mai rassegnazione e un pizzico di mistero, sono alloggiati i circa 120 rom provenienti dal Kosovo.
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martedì 25 agosto 2009
MISS UNIVERSO 2009: IL KOSOVO NELLA TOP FIVE
E' ancora il Kosovo a far parlare di se, e anche questa volta lo fa, dalla splendida cornice caraibica delle Bahamas, con una bella notizia.Impegnato ad affermare la sua identità statale dopo l'indipendenza proclamata un anno e mezzo fa, il Kosovo emerge ancora sulla ribalta internazionale piazzando una propria rappresentante ai vertici planetari della bellezza femminile.
Marigona Dragusha, splendida diciottenne di Pristina, è stata infatti scelta tra le cinque donne più belle del mondo nel concorso di Miss Universo, vinto la notte scorsa alle Bahamas dalla venezuelana Stefania Fernandez. Bruna, slanciata e sensuale, Marigona ha vinto lo scorso aprile il titolo di Miss Kosovo 2009, e ha per questo rappresentato il suo paese al concorso di Miss Universo. Il Kosovo, per molti conosciuto come uno "staterello" per via delle sue limitate dimensioni, come il luogo dei traffici di droga e di armi, nasconde dietro i volti dei quasi due milioni di abitanti (a stragrande maggioranza giovani) fascino e bellezza che non passano inosservati. E' la seconda volta, infatti, che il piccolo paese balcanico a maggioranza albanese, ha inviato una propria rappresentante alla finale si Miss Universo: nell'edizione dello scorso anno Zana Krasniqi entrò tra le prime dieci finaliste.giovedì 6 agosto 2009
IDENTITA' ETNICA E IDENTITA' DI GENERE NEI REPERTORI MUSICALI DEL KOSOVO

Conservo con me tante belle immagini del Kosovo, ricordi indimenticabili insieme interessanti e non. La musica tradizionale kosovara rientra, ahimè, in quest'ultima categoria. Ovunque in Kosovo è possibile ascoltare o vedere sullo schermo interminabili e ripetitive litanie. Saranno pure genuini canti epici che affrontano certamente argomenti delicati, inni alla libertà e alla gloria, ma il mal di pancia e di testa sono i classici sintomi di coloro che, non abituati a tali suoni, come il sottoscritto, si avventurano ad ascoltarne un intero CD musicale.
Nico Staiti, docente di etnomusicologia all'Università di Bologna, nonché profondo conoscitore della realtà musicale del Kosovo, ha una considerazione alta e nobile della musica tradizionale kosovara. Durante il suo intervento "identità etnica e identità di genere nei repertori musicali del Kosovo" che ha tenuto a Lorica all'interno del seminario di studi "Sguardo sui Balcani. Nuove prospettive di studio", si è imbattuto in una approfondita analisi sulla metrica e il ritmo di questo genere musicale, elencando i motivi per i quali bisogna considerare la musica popolare di questa parte dei Balcani complessa, interessante e originale.
Nico Staiti, docente di etnomusicologia all'Università di Bologna, nonché profondo conoscitore della realtà musicale del Kosovo, ha una considerazione alta e nobile della musica tradizionale kosovara. Durante il suo intervento "identità etnica e identità di genere nei repertori musicali del Kosovo" che ha tenuto a Lorica all'interno del seminario di studi "Sguardo sui Balcani. Nuove prospettive di studio", si è imbattuto in una approfondita analisi sulla metrica e il ritmo di questo genere musicale, elencando i motivi per i quali bisogna considerare la musica popolare di questa parte dei Balcani complessa, interessante e originale.
Francamente non pensavo ci fosse tanta raffinatezza e complessità ritmica dietro a quella che fino a poco tempo fa consideravo un'interminabile pesantezza musicale, un tratto sicuramente folkloristico, legato alle genuine tradizioni locali, ma che molto probabilmente era la causa dei miei leggeri mal di testa quando affrontavo lunghe tratte in autobus costretto ad ascoltare queste canzoni popolari.
Di seguito i primi tre video dell'intervento del prof. Staiti ad opera di Shpend Bengu. Per vedere la restante parte e gli interventi degli altri docenti presenti al seminario vi invito a consultare il canale youtube di Shpend.
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