giovedì 3 settembre 2009

I ROM: DAL KOSOVO AL CASILINO 900

Storia incredibile di alcune famiglie rom, imparentate tra loro, che dagli anni novanta in poi, quando il clima sociale e politico in Kosovo cominciava a farsi pesante, lasciarono le loro case per raggiungere l'Italia. Pensavano di essersi lasciati alle spalle l'inferno. Arrivarono, invece, al CASILINO 900.

Roma. Giornata calda e afosa di fine agosto. Il clima insopportabile si percepisce nei volti dei rom del Kosovo che vivono nel campo-ghetto più vecchio della capitale. Sanno di dover presto lasciare la miseria costruita in tanti anni per una nuova destinazione rimasta ancora oggi top secret, probabilmente per non creare allarmismi tra i residenti che dovranno accoglierli. Tredici villaggi autorizzati, a fronte degli oltre cento campi nomadi oggi esistenti, tra insediamenti abusivi e campi cosiddetti "tollerati". Non più di 6.000 nomadi sul territorio romano, invece dei quasi 7.200 attuali. Sono questi i principali obiettivi del piano "Nomadi" messo a punto dal prefetto Pecoraro e tanto voluto dal sindaco capitolino che ha impostato la sua campagna elettorale anche e soprattutto su queste tematiche. Grande senso di sollievo per i residenti del VII municipio di Roma che dopo decenni di "degrado e criminalità spicciola" si vedono finalmente riqualificare l'intera area. Grande senso di smarrimento per i circa 800 abitanti delle baraccopoli del Casilino 900 che non conoscono il loro futuro. Il Casilino 900 è infatti uno dei primi campi che si prevede sarà chiuso. Entrò metà ottobre, il 50% circa dei suoi abitanti dovrebbe essere spostato altrove. I lavori sono già in corso. Ieri, durante la mia visita al campo con il fine principale di parlare con i rom del Kosovo e conoscerli meglio, ho notato che la Croce Rossa Italiana era lì, intenta a consegnare le schede per un primo censimento. “Modulo ricognizione nuclei familiari”, era scritto su tali documenti. Accompagnato, in questa mia avventura, dai miei amici Santo e Ehsan, ci siamo dovuti improvvisare mediatori per rispondere alle domande che le varie mamme preoccupate e gli uomini del posto ci rivolgevano, ignari di cosa fossero quelle carte che tenevano tra le mani. Accolti nel "giardino" di casa del signor Resat, il neo avvocato Santo ha riempito i moduli della famiglia Prekuplja, mentre io ed Ehsan, incantati dallo scenario che avevamo davanti ai nostri occhi, abbiamo scattato qualche foto e chiacchierato con i parenti di Resat ed i suoi vicini. Questa era la mia prima volta nel Casilino 900. Ed anche per i miei accompagnatori. A differenza loro, però, avevo familiarità con i campi rom, avendoli visitati in Kosovo già svariate volte. Trovandomi di fronte al centro romano, sono però rimasto immobile per diversi secondi. Il degrado e la miseria del Casilino 900 non si differenziavano affatto da quelli del Plemetina Camp nelle vicinanze di Obliq o Cesim Lug e Osterode di Mitrovica. Comuni erano anche le agghiaccianti scene di vita quotidiana e le terribili azioni dei bambini dettate dal bisogno. Dovendole mettere sulla bilancia dell'indigno umano, credo, però, che il Casilino 900 supera, seppur di poco, i campi rom del Kosovo, per il semplice fatto che in una potenza mondiale, come si definisce l'Italia, culla della democrazia e dei diritti umani, cuore dell'Europa, è inaccettabile vedere, ancora oggi, luoghi mostruosi e inumani come quello che mi si è presentato davanti agli occhi sulla Palmiro Togliatti. All'interno del Casilino 900 sono alloggiate oggi circa 800 persone, la maggior parte di loro bambini. Qui, ognuno nella propria fetta di terra, in modo da aver costituito autentici ghetti nel ghetto, vivono i rom di 4 diverse nazionalità. Sono montenegrini, macedoni, bosniaci e kosovari. Per via delle diversità culturali e di problemi causati da motivi a noi sconosciuti, gli abitanti del campo ci hanno raccontato che le tensioni tra i vari gruppi non sono mai mancate, anzi, nei pochi momenti di aggregazione e di collaborazione, incentivati soprattutto dalle organizzazioni che di volta in volta hanno lavorato nel campo, si sono verificati scontri sfociati in vere e proprie risse. La chiusura e l'ermetismo che sembrano propri della cultura rom lasciano trapelare comunque ben poco all'esterno. Anche per questo Savorengo Ker (in lingua Romanés “La casa di tutti”), il nobile progetto realizzato da vari architetti italiani in collaborazione con alcune Università di Roma ed i rappresentanti delle 4 comunità rom del campo, è andato in fumo, bruciato in meno di due ore in una piovosa notte di inverno. Nessuno sa chi sia stato a distruggerlo. Comincio a pensare che le tensioni interne ai quattro gruppi siano alla base delle poche macerie rimaste. Comincio a sospettare questo, non per annacquare le grandi responsabilità delle amministrazioni locali che negli anni si sono succedute, o dell'Italia in generale, ma perché, di fronte all'inefficienza delle politiche sociali dell'Italia - per quel po' che vi rimane, alle maldestre politiche di immigrazione, e di fronte ai preoccupanti scenari populistici cavalcati in questi anni, le divisioni e le lotte intestine tra gli occupanti del campo hanno certo contribuito a rendere questo posto ancora più deplorevole. In poche parole, è evidente che nessuno dei suoi abitanti si preoccupa più di rendere il posto sicuro e pulito, spazzando via l'erbaccia e la spazzatura. Al contrario, nell'indifferenza e nel menefreghismo generale, usano i loro stessi spazi come mondezzai, terreno fertile per le malattie dei propri figli. Porto grande rispetto per chi versa in grandi difficoltà, e i rom del Casilino 900 senza dubbio si trovano in questa situazione, ma non credo che si possa restare indifferenti ed inattivi di fronte alla giungla che cresce vicino casa, quella dove provano a giocare e divertirsi i tuoi figli. Potrebbero provvedere a ripulire il campo per vivere un po' più decorosamente e mostrare all'esterno un'immagine meno grigia di quella che tanti esterni gli hanno facilmente affibbiato. Ad ogni modo, sono stato felice di essere ospite di alcuni generosi membri del campo. La famiglia Hamdi, ad esempio, mi ha fatto accomodare dentro casa sua. E, per quanto precaria questa potesse essere, la sua costruzione in legno mi è apparsa molto dignitosa, pulita e ordinata. Davvero! Una sorpresa, l'esatto opposto di quello che si vedeva fuori.
Quanto alle responsabilità Nostre potrei scrivere un libro. Mi limito a soffrire in silenzio.

continua..

articolo pubblicato su sito di Peacelink

guarda il reportage fotografico

leggi la seconda parte


4 commenti:

Anonimo ha detto...

Interessante, oltre che triste. Complimenti per il reportage, non vedo l'ora di leggere il seguito.

Anonimo ha detto...

Buongiorno
Ho letto il suo post sul casilino 900, e sul blog.
Le vorrei chiedere se lei abita nelle vicinanze di questo campo.
A causa di questi rom c'è un degrado che lei non puo' immaginare. La invito a venire nelle zone che circonadno il campo.

Tutti i santi giorni bruciano gomme, rame, materiale plastico, che noi cittadini CHE PAGHIAMO LE TASSE dobbiamo respirare.

In piu', a loro è stato dato acqua, luce, gas.
A me chi mi da queste cose che non riesco nemmeno a pagarmi da mangiare?

Invece di proteggere questi rom, la invito a vedere la REALTA'.
In italia stanno bene perchè se ne aproffitano di noi.
Guidono in stato di ebrezza, sono sempre ubriachi, ci rubano, degradono la città.

Si proteggili.
BRavo
Laura.

Raffaele Coniglio ha detto...

Cara Laura,
vivo a Roma e conosco il campo, conosco il degrado della Casilina e dintorni che non è ricollegabile soltanto al problema del Casilino 900 e degli immigrati in generale. Non difendo nessuno. Nel reportage ho cercato di fotografare la realtà, di evidenziare il cieco odio razziale di cui tutte le misure governative sono piene e che non portano da nessuna parte. Non fermano certo il problema dell'emigrazione, ma alimentano invece rancori, dispiaceri, furti, razzie di ogni genere. Mi dispiace constatare che è lei a conoscere poco il campo ed a vivere di pregiudizi, perchè, alla data di oggi 13 settembre, il campo è da pochi mesi munito soltanto di alcuni lampioni esterni,e nelle case non mi risulta ci siano luce ed acqua; ci sono alcune fontane esterne, dove (vedi foto) le signore lavano le vettovaglie e i loro figli.

Ho già evidenziato, mi pare, le loro (dei rom) responsabilità, ma fino a quando il problema dell'emigrazione e la percezione dell'immigrato non cambieranno drasticamente tra noi italiani, con azioni volte a prevenire si l'illegalità ma a garantire anche i diritti di base ad ogni persona umana, credo proprio che le cose rimarranno in questo modo (amaro in bocca tra i residenti che come lei pagano le tasse e si vedono ricambiati con il degrado, e le paure; umiliazioni e mancanza di ogni prospettiva dal lato degli immigrati). Piuttosto che lasciarsi morire nel loro paese provano a trovare ogni possibile escamotage pur di continuare a vivere. Se non l'ha già fatto le consiglio di vedere la puntata di domenica scorsa, Presa Diretta, di Iacona. Letteralmente agghiacciante!!
Se ha del tempo le consiglio di leggere questo piccolo testo ( http://raffaeleconiglio.blogspot.com/2009/07/ottobre-1912-noi-e-gli-altri-ovvero-gli.html ) sulla considerazione che gli americani avevano dei nostri connazionali.

Nella seconda parte del reportage che presto pubblicherò sul mio blog parlo dell'importanza dell'istruzione per i rom. Ho notato infatti che coloro che frequentano le scuole italiane sono molto più educati ed aperti mentalmente a molte più cose. Sono certo che un domani saranno pronti a migliorare le loro condizioni socio-economiche e, conseguentemente, a risolvere in parte i problemi delle periferie.Sempre che noi lo vogliamo.

Cordialmente
Raffaele Coniglio

Lina ha detto...

vicino a casa mia c'è un campo rom che non da' nessun problema
i bambini vanno a scuola con tutti gli altri bambini del quartiere e sono gli stessi responsabili del campo che apprezzano le visite della polizia perchè cosi' possono dimostrare di essere sempre onesti..
da questo campo è nata una grande regista:

http://balkan-crew.blogspot.com/2009/07/il-cinema-contro-il-razzismo.html

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