giovedì 20 marzo 2008

LE PRIMAVERE DI MITROVICA

Un racconto in presa diretta degli scontri di lunedì 17 marzo tra i serbi, le forze di polizia Unmik e i soldati della Kfor.

Giornata uggiosa quella di ieri. Mitrovica si è svegliata sotto un cielo triste, quasi a voler piangere gli ultimi suoi caduti, quelli degli scontri del 17 marzo di 4 anni fa, quando, a seguito di alcune sommosse partite da Mitrovica ed estesesi poi in tutto il Kosovo persero la vita 19 persone e molte case serbe e chiese ortodosse subirono danni. La simbologia e gli anniversari in questa parte dei Balcani sono nitidamente vivi ed impressi nella memoria della sua gente, sono tanti infatti gli eventi di rilievo avvenuti in questo principio di primavera. Dallo scoppio della guerra tanta acqua è passata sotto il fiume Ibar e Mitrovica ha subito significativi mutamenti. Tra questi, la divisione ben marcata della città pattugliata costantemente da KFOR, l’interruzione o comunque l’arretramento, dal 2004, del dialogo interetnico avviato da tante organizzazioni dalla fine della guerra, una ben visibile diffidenza tra le due maggiori etnie divise dal ponte. Da ultimo, come forma di cambiamento che ha lasciato traccia indelebile su quelle che sono le relazioni presenti e future delle due maggiori parti in causa, va annoverata la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Governo di Pristina del 17 febbraio 2008, appena un mese fa.

Gli scontri di ieri, sebbene avvenuti esattamente 4 anni dopo ed aventi sempre lo stesso epicentro, Mitrovica, presentano una differenza sostanziale rispetto al 2004: mentre allora la partita si giocava tutta tra serbi ed albanesi con KFOR che faceva da arbitro, per una sfida che per il quieto vivere di tutti, internazionali compresi, ha portato alla divisione netta della città in due parti, ieri dalla tribuna gli albanesi guardavano i due protagonisti, i serbi e la KFOR, contendersi una partita ben più difficile consumata tutta sull’indipendenza. Proprio perchè ancora in corso, in quest’ultima sfida i contorni sono molto più sfumati e meno nitidi di prima. Sicuramente bisognerà attendere i tempi supplementari prima che la cicatrice dell’indipendenza si possa rimarginare e assumere una forma compiuta. Non dovrebbe risultare utopistico parlare oggi di divisione della parte nord dal resto del Kosovo, e restituirla, con un forte grado di autonomia, alla vecchia madrepadria. Così come ulteriori e più sanguinosi scontri estesi in altre zone del Kosovo potrebbero, perchè no, spingere un consistente numero di serbi a riparare altrove. Il vaso di pandora è stato appena scoperto: dal 17 febbraio una serie di vicende e ritorsioni serbe hanno sempre più spinto l’amministrazione UNMIK a prendere provvedimenti e decisioni precise in quella parte nord del Kosovo che per nove anni l’ha vista latitante. Prima con le proteste lungo il confine nord, poi con l’entrata, ad insaputa di UNMIK, di un treno proveniente dalla Serbia, poi con la protesta dei poliziotti serbi allontanatisi dal servizio perchè non riconoscevano la nuova istituzione che li rappresentava ed infine, venerdì 14 marzo, con l’occupazione del Palazzo di Giustizia da parte di una cinquantina di manifestanti serbi che hanno piantato la bandiera serba sul tetto. Questo giusto per citare i fatti più ecclatanti che sembrano portare UNMIK a mostrare una determinazione sempre più forte. Si è arrivati infatti alla giornata del 15 marzo ed alla secca dichiarazione di Rucker per le violazioni appena perpetrate dai serbi. Il ripristino della legge e dell’ordine richiesto con forza dal Rappresentante UNMIK in Kosovo non lasciava presagire nulla di buono. Tant’è che alle 5.30 di ieri la polizia UNMIK e KFOR, irrompendo nel palazzo occupato hanno arrestato i circa 50 occupanti serbi e ristabilito la legalità. Alle 5.30 del mattino però la nuova partita era appena iniziata lasciando circa 80 manifestanti serbi feriti, due in maniera grave e circa 25 tra poliziotti UNMIK e soldati KFOR feriti. Fonti KFOR parlano di 3 soldati francesi feriti gravemente la mattina durante le operazioni di sgombero e di 1 soldato ucraino seriamente ferito negli scontri successivi che è morto questa mattina. Le continue forzature dei serbi del nord e l’uso di armi automatiche da parte degli stessi in pieno centro cittadino dovrebbero far riflettere, e non poco, sulla scarsa presa di UNMIK e del suo potere in queste zone durante questi lunghi 9 anni. Altro capitolo è questo.

Mitrovica, svegliatasi sotto una pioggerella primaverile ha sentito il boato delle armi. La parte sud della città, quella albanese, indifferente di quanto stava succedendo oltre il fiume, ma ben informata dei fatti, si accingeva a riversarsi per strada e nei caffè, nel mercato di frutta e verdura, nei tanti negozi di telefonia. I serbi a nord, già dalle otto del mattino riversavano numerosi per strada. Tanta era la rabbia tra i giovani che ho incrociato, tanta l’amarezza per questo inaspettato uso della forza da parte della KFOR. Stojan infatti sosteneva che la ferita di oggi (17 marzo 2008) è molto più profonda rispetto a quella di un mese fa. Per l’indipendenza almeno eravamo preparati ripeteva. La folla era in fermento verso le le 12.30. La manifestazione sebbene programmata per la solita ora, 12.44, rischiava di non tenersi. Tante erano le voci di dissenso e di confusione. Maxo, gestore del Caffe Paris diceva che un giornalista italiano era stato spintonato e privato della sua telecamera. Un suo vicino preoccupato diceva che una persona serba di trent’anni era stata uccisa. Nonostante gli animi irrigiditi, la manifestazione si è tenuta lo stesso. Da spettatore privilegiato, insieme soltato a due giornalisti russi, ho avuto modo di vedere non più di 250 persone, tra loro anche molti signori di mezza età, che inveendo contro gli occupatori e sventolando bandiere serbe hanno marciato pacificamente fino a raggiungere sul ponte il monumento eretto in onore dei caduti serbi
durante i bombardamenti Nato. La manifestazione, molto composta, raggiunto il posto è rimasta per più di un minuto in religioso silenzio commemorando appunto i suoi morti. Un cordone di persone ai lati della strada, sicuramente per ripararsi dalla pioggia, seguiva con gli occhi questo evento. Tra questi anche due energiche signore che notando i due giornalisti con la telecamera si sono dirette immediatamente da loro chiedendoli la nazionalità. Ritornando col sorriso ad alta voce ripetevano Russia, Russia. Come per dire sono nostri amici, non temete. Dalle due in poi la tensione si è smorzata, la gente ha lasciato la strada per riempire i bar e commentare ancora una volta l'ennesima sfida ben riuscita contro le forze di occupazione. La ferita resterà aperta ancora a lungo ed in discussione ci saranno non soltanto gli equilibri politico-diplomatici tra le forze occidentali e non, ma anche la stessa relazione per chi, occupandosi di cooperazione è costretto a confrontarsi con istituzioni locali serbe ed il mondo dell'associazionismo. La spaccatura tra i diversi soggetti istituzionali coinvolti da oggi sarà ancora più profonda. Le ricadute negative di breve periodo saranno tutte per coloro che dovranno misurarsi con esse. Organizzazioni Internazionali e non.

articolo pubblicato sul sito di carta.org; peacereporter.net; peacelink.it

mercoledì 19 marzo 2008

PRISTINA ORE 17.40: COME NEL FAR WEST

Mentre tutti guardano a Mitrovica, il Kosovo intero è pieno di armi.

PRISTINA. Momenti di forte concitazione si sono vissuti anche oggi in Kosovo. Nuovamente il panico è entrato in azione. Sebbene l’evento avvenuto alle 17.40 p.m. sia stato molto più circoscritto rispetto a quello di ieri ed originato da altre cause per nulla connesse alle vicende politiche legate all’indipendenza, molta gente si è riversata per le strade di Pristina. Il Boulevard Bill Clinton, arteria cittadina molto trafficata, è stata la protagonista di questa triste storia: una sparatoria stile far west. Un regolamento di conti o un semplice litigio tra due famiglie si è concluso con quattro feriti tra cui una bambina di sette anni ben più grave.Tanta gente, sentendo raffiche di fucilate provenire dall’interno di un agglomerato di case appena dietro la Bill Clinton si è riversata immediatamente per strada. La signora Hatixhe, che vive a dieci metri dal posto della sparatoria ha sentito più di quindici colpi provenire da una distanza ravvicinata. Si è subito precipitata alla finestra a cercare di raggiungere con lo sguardo i suoi due figli che giocano sempre li fuori, ed ai suoi occhi le si è presentata una bambina che per strada urlava terrorizzata. Si trattava di una parente dei feriti e quasi sicuramente è stata resa protagonista, insieme ai suoi fratelli e cugini, di questa strana storia. Gli investigatori giunti sul posto, precisamente nell’atrio antistante la schiera di palazzi, erano alla ricerca di indizi. La sparatoria è avvenuta esattamente nello stesso agglomerato di case che ospitava l’ormai tristemente noto Cafe Sekiraqa, bar che ha preso il nome dal suo proprietario coinvolto in una serie di brutte vicende. Accusato di essere stato il mandante, l’estate scorsa, dell’uccisione di un poliziotto Kosovaro per motivi passionali, il suo locale è stato raggiunto un mese più tardi, a settembre da un ordigno molto potente il cui scoppio ha letteralmente sventrato l’intera facciata del palazzo che ospitano molti negozi. Tutto, nel raggio d’azione di 20 metri, era andato letteralmente distrutto. Inutile descrivere lo stato in cui versava e versa tutt’ora il suo locale. Quella tragica notte persero la vita due giovani kosovari. Sekiraqa illeso o forse non presente sulla scena è scomparso ed ancora è introvabile. La storia di quella tragica notte e il ricordo di Sekiraqa molto giovane e molto temuto è riaffiorata. Certo una cosa lascia perplessi molti internazionali e dovrebbe far pensare la polizia Unmik, mi riferisco alla presenza massiccia di pistole e fucili che tantissime famiglie detengono. Tanti sono a conoscenza di queste armi e molti fanno finta e fanno credere che non sia vero. Ora però i molti dovranni ricredersi. Lo faranno, forse, sentendo con quanta facilità si spara in pieno centro cittadino.

articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net

martedì 18 marzo 2008

UNA GIORNATA PARTICOLARE: 17 MARZO 2008

Il racconto della rivolta di Mitrovica con gli occhi di un cooperante: i miei.
MITROVICA. La giornata del 17 marzo inizia presto anche per me. Alle 8.00 apprendo degli scontri appena iniziati a Mitrovica nord dopo la decisione ferma di UNMIK, per il tramite del suo più alto funzionario Joackim Rucker, di volervi ripristinare l’ordine e la legalità. Senza tanta esitazione, incoraggiato dall’aroma di caffè che esce dalla moka e non certo dalla pioggerella che sta venendo giù, decido di prendere il primo autobus per raggiungere Mitrovica. Il telefono inizia a squillare, ma poco posso fare quando con un messaggio l’Ufficio Italiano invita i suoi connazionali che risiedono a Mitrovica a starsene riparati a casa. Avevo ormai deciso di raggiungere la città divisa. Così è stato. La parte sud della città, quella albanese, indifferente di quanto stava succedendo oltre il fiume, ma ben informata dei fatti, si accingeva a riversarsi per strada e nei caffè, nel mercato di frutta e verdura, nei tanti negozi di telefonia. L’indifferenza degli albanesi mi ha fatto pensare al meglio, al fatto cioè che doveva trattarsi di una montatura ben architettata quella al nord. Decido quindi di fare il passo successivo e di raggiungere il ponte principale della città. Giunto sul posto anche lì trovo poca gente che incuriosita guarda i circa quaranta poliziotti UNMIK. Poca cosa se si pensa al fatto che la prassi normalmente è di circa cinque- dieci poliziotti. Ho così capito che la partita si giocava da un’altra parte e con altri protagonisti. Al Bosnian Mahalla, il quartiere bosniaco della città, abitato prevalentemente da bosniaci e albanesi, era tutto militarizzato. L’entrata è situata ad est della città, ma il quartiere si estende tra il nord ed il sud. Al mio arrivo i miei occhi non vedono altro che corazzati di tutte le forme, saranno stati più di 40 carri armati quelli lungo il bordo della strada, ma non sono riuscito a contare i tanti parcheggiati in una stazione appositamente creata, dove sostavano autoambulanze, ruspe e scorte varie. Nessuna traccia dei francesi che hanno il controllo della città, solo gli spagnoli: chiacchero con Manuel, Maggiore di Cadiz, cercando di smorzare i toni, conscio, questa volta sì, della drammaticità della giornata. Alle 12.30 circa, soltanto dopo il passaggio del lungo convoglio KFOR che si dispiegava nel nord per prevenire eventuali disordini che potevano verificarsi durante la quotidiana manifestazione delle 12.44 organizzata dagli studenti universitari, mi sono fatto coraggio e mi sono diretto anch’io, cercando di mimetizzarmi, nella zona nord. Ancora adesso non riesco a capire se era più forte l’emozione e la gioia per aver vissuto dal vivo quei momenti o la paura. Certo la lucidità e familiarità con questi luoghi mi hanno permesso di raggiungere attraverso strade secondarie la piazza centrale che si presentava strapiena di giovani felpati e uomini corpulenti. Mi trovavo ad appena 10 metri dal caffè Paris, di proprietà di un italiano sposato a Mitrovica da più di 9 anni. Ero venuto a conoscenza di Ivano da un articolo comparso sulla stampa italiana appena due mesi fa. Senza conoscerlo nè sapere nulla di più di lui decido di fargli visita. L’unico interrogativo che mi sono posto in questa giornata tesa è stato quando dovevo decidermi se affrontare o meno gli sguardi interrogativi di tutti quei giovanotti seduti in quel momento al caffè e le loro eventuali reazioni. Per dirigermi dove?Per parlare con chi? In quale lingua? Il pericolo che veniva da fuori non era inferiore a quello che potevo trovare dentro. Senza troppe esitazioni e con un certo desiderio di parlare in dialetto calabrese a Mitrovica, mi sono ritrovato dopo 5 minuti seduto al tavolo con Maxo e Stojan, due dei camerieri-gestori del locale. Ho chiesto a Maxo dov’era “Macrì” (non ricordavo il nome) e lui con grande disponibilità lo ha subito contattato al cellulare. Prima dell’arrivo di Ivano, Stojan e Maxo mi hanno illustrato gli eventi della giornata, facendomi sentire totalmente a mio agio nonostante avessi tutti gli occhi degli avventori ancora puntati addosso. Si è parlato a lungo del trentenne presunto morto in seguito agli scontri della giornata. I due sono rimasti con me fino all’arrivo di Ivano e sua moglie. Ivano mi ha raccontato la sua storia. Qui a Mitrovica da 9 anni è ben inserito, conosce tanta gente e manda avanti questo locale di sua proprietà. La mia domanda su come avessero reagito i suoi familiari serbi al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte dell’Italia, non lo spiazza per nulla. Nel ricordarmi che l’Italia non era stata l’unica a riconoscere l’indipendenza, sottolinea che tutti conoscevano la sua personale presa di posizione. Nove anni sono tanti per non sentirsi addentro alle vicende del Kosovo, a maggior ragione in un posto come Mitrovica e con dei forti legami affettivi. “Caro Raffaele, è come se la nostra Calabria, sempre più popolata da rumeni, da qui a cento anni la dichiarassero indipendente”, mi diceva in modo spicciolo. L’aria era tranquilla, seria come ogni giorno a Mitrovica, con gli sguardi persi dei giovani del bar sullo schermo che faceva scorrere le immagini degli scontri freschi di giornata. Il paragone fatto da Ivano mi sembrava poco appropriato ma non non credevo fosse nè il luogo nè il momento giusto per analizzare i diversi punti di vista. Pochi secondi dopo, il locale si svuota. Tutti corrono per strada, e così anche io e Ivano. Forse per un falso allarme, forse distratti dalla televisione, quasi come si fossero dimenticati di dover prendere parte alla manifestazione delle 12.44. La rapidità con cui si sono alzati e si sono messi il giubbino mi ha fatto riflettere su quanto l’agitazione ed il nervosismo fossero ben mascherati da calma apparente. È stato lì che anche Ivano mi ha mostrato di essere teso, o forse semplicemente io, avendo trovato un ragazzo calabrese, pensavo per questo di poterci chiaccherare con tranquillità più a lungo. Non era però il momento adatto per approfondire la conversazione e anche Ivano mi ha suggerito di dirigermi al sud. Così ho fatto. Mi sono congedato da lui che gentilmente si è offerto di scortarmi fino a quasi il ponte. Non potevo però, a questo punto, non seguire la manifestazione organizzata dai giovani universitari, che si sarabbe tenuta di lì a poco. Mi frullavano in testa le parole che un attimo prima Stojan mi aveva detto al bar, quando commentando le scene in televisione ripeteva che la gente oggi era molto amareggiata a Mitrovica nord, non si sarebbe aspettata da parte delle forze internazionali una reazione del genere, tanto aggressiva in una ricorrenza così amara. Erano molto più nervosi oggi (17 marzo), diceva Stojan, perchè colti di sorpresa, piuttosto che il giorno in cui era stata proclamata l’indipendenza, già preventivato. Giusto il tempo di trovare rifugio dietro ai pilastri della schiera di palazzi a ridosso del ponte, che scende un flusso di persone, almeno 250, che inveendo contro gli occupatori e sventolando bandiere serbe hanno marciato comunque pacificamente fino a raggiungere il monumento, situato sul ponte, eretto in onore dei caduti serbi durante i bombardamenti Nato. La manifestazione molto composta è rimasta poi per più di un minuto in religioso silenzio commemorando appunto i suoi morti. Un cordone di persone ai lati della strada, sicuramente per ripararsi dalla pioggia, seguiva con gli occhi questo evento. Tra questi anche due energiche signore che notando due giornalisti con una telecamera si sono dirette immediatamente a loro chiedendoli la nazionalità. Ritornando col sorriso ad alta voce ripetevano Russia, Russia. Come per dire sono nostri amici, non temete. Sono stato raggiunto dal sorriso penetrante della signora. Il suo sguardo è caduto su di me che cercavo silenziosamente di mimetizzarmi e di seguire la protesta. Era inevitabile che mi rivolgesse la parola. Non conoscendo il serbo ho cercato di non rispondere fino a quando potevo. Quando, muovendo anche le mani, è riuscita chiaramente a farmi capire che voleva sapere chi fossi, ho semplicemente aperto bocca per pronunciare “italiano”. Sono seguiti pochi frangenti di secondi prima che decidessi di fare marcia indietro e allontanarmi rapidamente. La voce sempre più sostenuta della cinquantenne che mi sollecitava ad andare dall’altra parte del ponte, iniziava ad incuriosire i nostri vicini. A queste parole, ed alle occhiate concentrate tutte in quei soli istanti, nulla ha potuto la richiesta di un giovane serbo che in inglese mi invitava a restare calmo per non creare interesse attorno a me. Mi sono precipitosamente allontanato. Girando l’angolo ho percorso di corsa il quartiere bosniaco per dirigermi a sud dalla via più lunga. L’accesso dal ponte principale, distante da me poche decine di metri, era infatti sbarrato.
Col fiatone entro allora nell’unico bar presente al quartiere bosniaco, a pochi metri dal blindato dove poche ore prima avevo lasciato Manuel. Dentro tanta gente intenta a seguire in tv gli eventi del giorno che ormai ininterrottamente si susseguivano. Il tempo di respirare e ridare fiato ai miei polmoni che ho subito capito a cosa sarei potuto andare incontro poco prima. In mente infatti potevo soltanto immaginare le scene che avevano visto protagonista un fotografo italiano che era stato privato della sua telecamera. Ivano ricordava bene l’accaduto ma non il nome della persona. Anche se poteva trattarsi ancora di un’altra falsa notizia che circolava in quella giornata, l’agitazione era alta. Ho trascorso in quel bar le due ore seguenti, dapprima parlando con Bekim, un albanese vecchio conoscente, che mi raccontava di sentirsi al sicuro in quel bar insieme agli altri suoi amici, certo non per le armi ed i blindati di KFOR fuori dalla porta ma per le armi che tutti i cittadini del Bosnian Mahalla hanno. Poi affronto una conversazione storico-politica con Veton Vidishiqi, un negoziante del quartiere che aveva pensato bene di non aprire la sua attività quel giorno. È stata una conversazione interessante ma molto particolare, Veton, sebbene apprezzasse il risultato dell’indipendenza non lo elogiava più di tanto. Era, a suo dire, un buon risultato ma ribadiva di non andarne tanto fiero. Nella conversazione mi sembrava di essere io quello che difendeva gli albanesi e la presa di posizione americana, mentre lui faceva presente che, sebbene sofferta, non era un’indipendenza piena ed elogiava invece, ripercorrendo tutte le tappe storiche più importanti, il coraggio combattivo ed il valore del popolo serbo, riferendosi anche agli eventi di oggi. La giornata si è conclusa con questa insolita conversazione. Risulta infatti difficile sentire da ambo le parti una versione differente rispetto a quella ufficiale. Ritornando a casa sotto la pioggia ho riflettutto ancora una volta su quanto complesso era capire i Balcani, la sua storia e la sua gente. Certamente quello che è successo ieri avrà delle ripercussioni soprattutto sulla normale dialettica tra comunità internazionale da una parte e Serbia dall’altra.

articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net e di peacelink.it