lunedì 18 aprile 2011

LA CROCE DI PRISTINA

Cattedrale di Pristina
C'era una volta e adesso non c'è più. Nel pieno centro di Pristina, proprio nel cuore politico e commerciale della città esisteva una storica scuola secondaria fondata nel 1971. Il ginnasio "Xhevdet Doda" era considerato un istituto ben organizzato, con professori capaci e che, proprio per questo, sfornava ogni anno i migliori studenti. Il 2002/2003 è stato l'ultimo anno in cui hanno potuto frequentatarlo. Poi si sono dovuti trasferire, anzi disperdersi in questa o quella struttura prima che la nuova sede venisse ultimata. Gli accordi parlavano del 2007, ma ovviamente sono dovuti passare altri tre anni. Solo nel novembre del 2010 il nuovo edificio ha potuto ospitare i quasi 1.500 giovani studenti. La vicenda ha creato vari mal di pancia,  anche perché al posto della scuola, che indubbiamente era vecchiotta e andava ristrutturata,  si è deciso di costruire una faraonica cattedrale cattolica. La realizzazione di quest'opera era un desiderio dell'ex presidente Rugova e, come avviene con ogni capriccio di un presidente carismatico e tanto amato, il sogno si è avverato. Le difficoltà legate alla proprietà del suolo hanno rallentato i lavori che dovevano concludersi per il 2010, entro settembre, per consentire la celebrazione del centenario della nascita di Madre Teresa, alla quale la cattedrale ha dedicato il nome. Nonostante questi ritardi i solenni festeggiamenti sono avvenuti regolarmente alla presenza delle massime autorità politiche e religiose del Kosovo. La costruzione della cattedrale ricorda sicuramente che il Kosovo è un mosaico di comunità religiose, culturali ed etniche che convivono insieme da secoli in un territorio in cui l'aspetto religioso non era molto rilevante, almeno fino agli eventi bellici del 1998/99. Tuttavia l'imponenza di una struttura -che una volta ultimata con i due campanili raggiungerà i circa 50 metri d'altezza- nel cuore di una città con una significativa maggioranza musulmana (il 93% circa della popolazione del Kosovo) potrebbe sortire l'effetto contrario. Ci si scandalizza quando nella cattolica Italia un piccolo garage viene concesso a migliaia di fedeli musulmani per pregare, mentre ora viene visto come un fatto del tutto normale costruire in un paese musulmano grandi chiese -nuovissime sono quelle di Klina e di Gjakova- per una manciata di fedeli cattolici che qui in Kosovo sono poco più del 2%. I malcontenti nella comunità islamica non si sono fatti attendere, anche se, come era logico prevedere, le autorità ecclesiastiche locali tendono a sminuirli. Il giorno dell'inaugurazione della cattedrale, durante il discorso ufficiale il rappresentante della comunità islamica, pur nella sua compostezza, non ha mancato di far presente agli invitati che "i fedeli musulmani hanno necessità  di nuovi luoghi di culto". Capita assai di frequente, specie nei giorni estivi, vedere i fedeli pregare in ginocchio fuori dalle moschee a ridosso dei marciapiedi. Questo avviene non per comodità, ma per mancanza di spazio. Quella della comunità islamica non è stato l'unica critica. Anche B. Berisha, che con tutta la sua famiglia ha un solido passato legato al nome e alla parola di Cristo, trova "eccessiva la costruzione della cattedrale nel centro cittadino". "La costruzione della cattedrale è, sicuramente, una buona notizia. Anche il fatto di avere la sede del vescovato a Pristina, e non più a Prizren, è qualcosa di utile e importante, ma quando ti trovi in mezzo a persone che disprezzano la chiesa per come è stata pensata e costruita, allora ti viene da rifletterci un po'", sentenzia il sig. Berisha. Non è il solo tra i cattolici kosovari a pensarla così, mi assicura. Il nocciolo della questione non riguarda certo il diritto o la legittimità di costruire luoghi di culto diversi da quelli praticati dalla maggioranza dei suoi cittadini, quanto la mancanza di tatto nell'aver voluto costruire un santuario del genere.  E' veramente singolare vedere nel cuore della capitale di un paese a maggioranza musulmana la presenza di due grandi chiese -una cattolica in costruzione, l'altra ortodossa costruita durante gli ultimi anni del regime di Milosevic e rimasta tuttora incompiuta- e di nessuna moschea. Questo dato di fatto dovrebbe far riflettere. Dovrebbe far riflettere anche il comportamento della classe politica locale, reflattaria a concedere le autorizzazioni per la costruzione di nuove moschee o centri di cultura islamici. Molto probabilmente tutto ciò non è altro che l'espressione di voler presentare il Kosovo sotto una luce diversa, più Europea, anche per non fare impensierire il cattolico Occidente e la Santa Romana Chiesa.

giovedì 14 aprile 2011

NEVE DI PRIMAVERA


Pristina - 13 Aprile 2011
Neve di Primavera è forse l'opera più sontuosa dello scrittore giapponese Yukio Mishima, ma è anche  lo spettacolo che si è presentato ieri, 13 aprile, sotto gli occhi di buona parte dei cittadini del Kosovo.

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martedì 12 aprile 2011

LA DETERMINAZIONE DI VETEVENDOSJE

Albin Kurti mi conferma la sua disponibilità e alle 15 in punto lo raggiungo presso la nuova sede di Vetevendosje a pochi passi dal parlamento. Nell'ultimo anno sono cambiate un po' di cose. Molte sono rimaste le stesse. La struttura di tre piani è interamente occupata dagli attivisti del movimento ed è adesso più consona ad un movimento che alle ultime elezioni politiche ha raggiunto risultati significativi. L'anima del movimento e la semplicità del suo leader sono rimasti immutati. Ci tiene a precisarlo Albin Kurti, e come sempre lo fa con molta chiarezza: "Vetevendosje era ed è un movimento politico. Il carattere del movimento non è cambiato, e questo per due ragioni principali, in primo luogo perché il Kosovo non è ancora una democrazia compiuta e poi perché noi non siamo soddisfatti con quel tipo di democrazia che è solo rappresentativa. Vetevendosje intende la democrazia come partecipazione diretta attraverso proteste, dimostrazioni, referendum e azioni simboliche. Vetevendosje non ha cambiato carattere, ma soltanto la sua strategia. Ai vecchi metodi ne abbiamo aggiunti di nuovi. Accanto alle rivolte e alle proteste adesso usiamo le vie istituzionali per raggiungere gli obiettivi di sempre. Noi vogliamo il Kosovo sovrano e non soltanto indipendente e questo implica il rafforzamento delle strutture governative, una maggiore democrazia nelle istituzioni ed un sano sviluppo economico". Vetevendosje è adesso un partito politico. Alle elezioni del 12 dicembre si è misurato per la prima volta con il giudizio degli elettori e il risultato è stato sorprendente. Vetevendosje è diventato il terzo partito del Kosovo con il 13% circa delle preferenze e il suo gruppo conta oggi 14 deputati. Alle ultime elezioni politiche il partito ha condotto una campagna elettorale molto intelligente, sfruttando le prime avvisaglie della protesta sociale soprattutto da parte del ceto giovanile che si è sentito, e si sente, sempre meno rappresentato da una classe politica che a tutt'oggi non si è confrontata con i veri problemi  economico-sociali del paese, ma che è rimasta  ancorata ai vecchi problemi della sovranità e dell'indipendenza. La strategia di Albin e soci ha portato a grossi risultati in termini di consenso da parte giovanile, andando a pescare voti nel bacino elettorale di tutti i partiti. Questo, e non piuttosto lo spirito nazionalista del movimento, è stato il successo principale di Vetevendosje che è riuscito a cavalcare lo scontento di larghe fasce della popolazione. Adesso avrà davanti a sé una prova essenziale, perché una cosa è interpretare e cavalcare lo scontento sociale, altra cosa sarà tradurre questi temi in vere e proprie proposte politiche, anche di natura legislativa.



venerdì 8 aprile 2011

ATIFETE JAHJAGA: IL QUARTO PRESIDENTE DEL KOSOVO


Da oggi il Kosovo ha un nuovo Presidente della Repubblica, dopo che la scorsa settimana la Corte costituzionale ha invalidato l'elezione alla presidenza di Behgjet Pacolli. Atifete Jahjaga, eletta dal parlamento di Pristina con 80 voti favorevoli, 10 astenuti e 10 contrari, è il quarto presidente. Giovane, donna e con una significativa carriera. Sembrava essere una buona notizia, ma lo è solo in parte. Estranea al mondo della politica e con un anno in più dell'età minima richiesta per ricoprire l'incarico (36 anni), il nome dell'ex vicecapo della polizia kosovara ha messo d'accordo la coalizione di governo e parte dell'opposizione. L'accordo raggiunto tra i leaders del PDK, AKR e LDK -principale partito d'opposizione- prevede la riforma della costituzione con l'elezione diretta del presidente della Repubblica entro i prossimi sei mesi. L'eroina sarà solo di passaggio e la sua positiva immagine servirà  soltanto a dare vigore alle istituzioni del Kosovo ed ai suoi rappresentanti.

mercoledì 6 aprile 2011

GIOVANI ARTISTI CRESCONO: AFRORA BLAKQORI-UKA

L'ultimo villaggio - 49x35
Afrora Blakqori - Uka si è laureata presso la facoltà di Belle Arti di Pristina nel 1994. E' la prima artista kosovara ad avere conseguito un master in arti grafiche ed anche la prima, insiema a tutta la sua generazione, ad aver vissuto gli anni formativi durante il periodo più acceso del nazionalismo serbo. Nel 1989 si è iscritta all'università, ma dopo circa un anno di lezioni ha dovuto ultimare i suoi studi presso scuole improvvisate nelle case private. L'imposizione del regime aveva spinto gli albanesi kosovari a sviluppare in diversi settori un efficiente sistema parallelo.  Quel clima teso, quell'aria tetra e cupa, hanno influito significativamente sulla creatività della giovane artista. Non deve essere stato facile per nessuno studiare in quelle circostanze. A maggior ragione per quelle persone che fanno del vissuto quotidiano la fonte primaria delle loro rappresentazioni artistiche. La grafica di Afrora nasce da sentimenti soggettivi che vengono plasmati nelle arti visive sotto forma di associazioni simboliche e riflessioni di diversa natura. In questa sua mostra personale presso la Galleria d'Arte del Kosovo a Pristina è rappresentato il percorso pluriennale dell'artista, dove la sua creatività - quasi due decenni - si riflette in vivide immagini del mondo animale, di quello subacqueo, dei paesaggi e della natura. Le composizioni non sono figure umane, ma astratte e suggestive associazioni che rimandano a una metafora che produce emozioni specifiche. Queste sue immagini stimolanti accomunano la sua grafica al concetto ideal-estetico. Il lavoro grafico che racchiude la fase "Ultimo Villaggio" è significativamente il più ampio e, politicamente, il più profondo: lo spazio affascinante di integrità compositiva. Sempre alla ricerca di nuove trasformazioni  di quei temi che appartengono al mondo intimo dell'artista, la forma metaforica delle opere esposte rivelano sia preoccupazioni di disordine perenne di questa sua nazione, che le speranze per un futuro più felice e prospero.



Per contattare l'artista scrivete a:
afrora01@hotmail.com

lunedì 4 aprile 2011

KOSOVO - HUMAN DEVELOPMENT REPORT 2010



E' da poco uscito l'ultimo report da parte dell'UNDP-Kosovo. Quest'anno si parla di inclusione sociale. In termini semplici, per esclusione sociale si intende la pratica di negare ad alcuni gruppi il diritto di contribuire economicamente, politicamente e socialmente alla crescita della loro società, limitando in tal modo il potenziale della società stessa. L'esclusione può avvenire deliberatamente, attraverso la discriminazione istituzionale, o involontariamente, attraverso pratiche culturali che di fatto limitano i diritti e le libertà individuali. Qualunque sia la causa, l'effetto è sempre lo stesso: autolimitazione e un iniquo processo di sviluppo. L'ampiezza dell'emarginazione all'interno della società kosovara è forse il dato più rilevante della relazione. Lungi dall'essere un fenomeno di minoranza, l'esclusione -economica, dai servizi sociali e di impegno civile- è una condizione vissuta da una vasta gamma di persone in varie dimensioni della vita quotidiana. Quella dell'esclusione è una sfida cruciale per lo sviluppo del Kosovo e di ogni paese. Il rapporto identifica nel dettaglio i gruppi sociali che più di altri risentono dell'esclusione sociale e ne sono vittime. Queste fette di popolazione rischiano di diventare invisibili se non si cambia rotta e non si inverte la scala delle priorità politiche. Nella lunga lista degli esclusi vanno annoverati: i disoccupati di lunga durata, i bambini svantaggiati, i giovani, le donne delle aree rurali, i Rom, Ashkali ed Egiziani (RAE) e tutte le persone con bisogni speciali. Davanti a se il Kosovo ha una serie di sfide sociali ed economiche da affrontare e queste riguardano:


• Stagnazione economica: il PIL pro capite del Kosovo è attualmente il più basso d'Europa. Anche se il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto che crescerà del 3% per i prossimi sei anni (passando dai 1.766 ai 2.360 euro) il Kosovo ha ancora molto da recuperare in termini di equa distribuzione dei ricavi all'interno della sua società;

• Povertà diffusa: circa il 45% (poco più di due kosovari su cinque) vivono sotto la soglia della povertà e uno su cinque non è in grado di soddisfare i propri bisogni di base. La povertà è più elevata tra coloro che vivono in grandi famiglie - che spesso hanno molti membri disoccupati e livelli di istruzione relativamente più bassi. Coloro che vivono in povertà sono anche geograficamente concentrati nelle zone rurali e in alcune regioni del Kosovo, come Prizren e Gjilan/Gnjilane; 

• Elevati livelli di disoccupazione: si stima che il 45% della forza lavoro è disoccupata, con tassi di disoccupazione per i giovani che superano il 73% e la disoccupazione femminile all'81%. Il mercato del lavoro ogni anno si gonfia in media di 30.000 giovani in cerca di lavoro, ma con poche opportunità a loro disposizione;

Scarsa qualità della vita: sulla salute e gli standard educativi i cittadini kosovari sono in forte ritardo rispetto ai loro vicini europei. Gli indicatori sanitari in Kosovo sono tra i peggiori dell'Europa. Il tasso di mortalità infantile è di18-49 per 1.000 e sotto i cinque anni la mortalità infantile è di 35-40 per 1.000 nati vivi, rappresentando così il dato più alto in Europa. Anche l'istruzione è molto variabile e selettiva - in particolare per i bambini con qualsiasi forma di disabilità fisica o di apprendimento e l'educazione prescolare è praticamente inesistente al di fuori di Pristina; 

• Discriminazione: le minoranze etniche del Kosovo sono quelle che subiscono l'impatto peggiore delle sfide socio-economico del Kosovo. In particolare, le condizioni dei RAE del Kosovo sono abbastanza vicini a quelli che si trovano nei paesi meno sviluppati. Il livello di disoccupazione per la comunità RAE, dove il 75% dei giovani maschi di 15-24 anni sono disoccupati, per esempio, è molto superiore alla media del Kosovo. 

Il fatto davvero strano è che dal 2000 in poi la comunità internazionale ha investito più risorse pro-capite in Kosovo che in qualsiasi altra arena di post conflitto. L'Unione europea, principale donatore del Kosovo, ha annunciato che per i prossimi tre anni destinerà per il Kosovo molti più fondi che in qualsiasi altro posto del mondo.
Già ​​la sola l'Unione europea ha erogato quasi un miliardo di euro per il Kosovo tra il 2000 e il 2006 attraverso il programma CARDS (assistenza comunitaria alla ricostruzione, lo sviluppo e la stabilizzazione) e dal 2007 altri 426 milioni di euro attraverso lo strumento di assistenza  di preadesione (IPA). Poi giù di lì tutti gli altri milioni di euro del governo americano, delle organizzazioni internazionali e dei vari paesi europei. Una marea di fondi che negli anni sono serviti alla ricostruzione del paese e al rafforzamento delle istituzioni democratiche per armonizzarle con quelle europee. Gli scarsi risultati, però, sono sotto gli occhi di tutti. Il processo di adesione all'UE non è una passeggiata, è un iter estremamente complesso che richiede un rimodellamento vasto dei quadri normativi, il rispetto di standards molto elevati di governance e di cooperazione regionale. Nonostante la massiccia presenza di istituzioni internazionali e di ingenti fondi, la strada verso l'Europa è ancora molto lunga.

L'intero documento in lingua inglese 

venerdì 1 aprile 2011

CIO' CHE DEVE ACCADERE ACCADE

Ci sono capitato per puro caso. Non avevo intenzione di visitare Rahovec (Orahovac in lingua serba), ma come spesso accade con i fuori programma, la giornata spesa in questo paesotto del Kosovo centro meridionale è stata emozionante. Da secoli Rahovec è conosciuto come luogo di produzione di vino. Ancora oggi, nonostante i danni causati dalla guerra e le difficoltà economiche, l'uva è ritornata a crescere e le piacevoli distese di vigneti all'entrata del paese sembrano darti il benvenuto. Gran parte della storia di questo paese ruota intorno al vino, alla sua produzione e commercializzazione. La necessità di vendere la bevanda di Bacco ha portato i produttori locali ad aprirsi con l'esterno e a dialogare con i paesi vicini che spesso parlavano lingue diverse. E' avvenuto così che, anno dopo anno, la gente del luogo ha imparato nuove parole. Oggi a distanza di secoli la comunità di Rahovec parla una lingua del tutto particolare, composta da frasi albanesi, serbe, turche e bosniache. Un dialetto che nessuno all'infuori di loro riesce a comprendere.
Rahovec è un grande produttore di vino è, al tempo stesso, un paese musulmano. Nel cuore del paese, ad una decina di metri l'una dall'altra si trovano due moschee e le uniche due teqe (il luogo di preghiera e di incontro dei dervish). Numerosa è la comunità (circa il 40% della popolazione) che appartiene all'ordine mistico dei Rifai e degli Halveti. Questa è un'altra particolarità che contraddistingue oggi Rahovec. Visito entrambe le teqe ed in una di queste incontro un ragazzo dervish che per mia fortuna parla molto bene l'italiano. Inutile descrivervi l'ospitalità che ricevo. Al caldo della teqe e in compagnia di un buon caffè turco è proprio lui a tradurre e a raccontarmi un po' di cose.  Il tempo passa in fretta e dopo un'ora mi congedo.
Incomincio a girare senza meta per le stradine ed a riflettere sul concetto della pazienza, del tempo e dell'attesa.  I pensieri mi seguono fin dentro un quebabtore (una tipica rosticceria locale) e continuano a farmi compagnia anche mentre mi ristoro con un po' di carne alla griglia e due bicchieri di vino. Lascio Rahovec col sorriso, convinto che "ciò che deve accadere accade!"