giovedì 29 gennaio 2009

COLOMBIA: LE FARC ANNUNCIANO IL RILASCIO DI SEI OSTAGGI


Considerazioni dopo il mio recente viaggio in Colombia

Medellin 12.01.2009-L'entusiasmo per l'annunciata liberazione di alcuni ostaggi da parte delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (F.A.R.C.) ha accompagnato le festività natalizie colombiane aggiungendo altre sei luci - di speranza, tante sono le persone che dovrebbero essere rilasciate a breve- alle innumerevoli illuminazioni che da Bogota a Medellin e Cartagena adornano ancora le piazze e le arterie cittadine. La notizia del presunto rilascio dei sei sequestrati in mano ai guerrilleros risale al secondo semestre del 2008, come conseguenza della missiva che l'Organizzazione Colombianos por la Paz, ente di intellettuali, indirizzò alle Farc invitandoli ad intraprendere il processo di liberazione di tutti i sequestrati nelle loro mani e ad avviare un percorso di apertura verso un accordo umanitario con il governo colombiano. Le lettere di risposta dei militanti firmate dal nuovo capo supremo, Guillermo Leon Saenz Vargas, alias Alfonso Cano, hanno mostrato una certa disposizione a cercare un'uscita politica al conflitto armato che attraversa la Colombia. Una delle missive di Cano inviate a settembre contenevano i nomi e una data plausibile, il 6 gennaio 2009, per il rilascio di sei sequestrati: l'ex governatore della regione del Meta, Alan Jara, il deputato Sigifredo Lopez e altri 4 soldati in mano ai sequestratori da più di 8 anni. Ancora nulla di fatto. Comunque, se i termini, le modalità e la logistica per quest'ultima liberazione, una volta ultimati, saranno messi a segno, daranno luogo ad un rilascio significativo, il primo dopo quello avvenuto il 2 luglio del 2008. In quell'occasione fu liberata Ingrid Betancourt ed altre 20 persone, tra cui 3 cittadini americani, da tempo in mano alle Farc, a seguito di un'operazione militare dell'esercito colombiano massicciamente supportata dagli Stati Uniti e da vari paesi occidentali, in primis la Francia, terra di seconda nazionalità della Betancourt. Quel lontano 2 luglio, nella torrida selva di Guaviare, luogo dell'Operacion Jaque, è stato compiuto quello che in gergo è definito "inganno militare", una procedura che, sebbene lecita secondo il diritto internazionale umanitario, ha lasciato perplessi in molti e l'amaro in bocca alle Farc. Per portare a termine l'Operacion Jaque le forze militari colombiane si sono infiltrate nelle fila delle Farc e, sfruttando la sua struttura piramidale e i complessi meccanismi che regolano la difficile comunicazione tra le varie cellule di miliziani sono riusciti a far passare il piano di liberazione come un normale spostamento dei sequestrati in un'altra zona più sicura. Solo così 2 elicotteri sono riusciti a giungere nell'impenetrabile selva colombiana, imbarcare i sequestrati e due dei loro guardiani, e infine rivelare al mondo il trionfo dell'operazione. Una volta abbandonate le maschere di finti rivoluzionari, i liberatori hanno festeggiato l'immenso successo mediatico dell'operazione, ma hanno anche dovuto fare i conti con l'uscita della sequenza completa dell'operazione mostrata in esclusiva dalla CNN. Le clamorose immagini del presunto attore umanitario partecipante all'operazione con indosso la casacca con l'emblema del Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno fatto il giro del mondo e creato forte indignazione all'interno del Cicr, organismo indipendente, neutro e imparziale che effettua liberazioni di sequestrati ma solo con l'accordo di ambo le parti, e di numerosi altri attori umanitari che come il Comitato operano sulla base della loro neutralità, trasparenza e il dialogo con tutte le parti del conflitto. Sebbene rientrasse in quello che molti esperti di diritto hanno definito come una grave e chiara violazione delle Convenzioni di Ginevra, un atto di perfidia che come tale dovrebbe essere sanzionato, l'uso illecito o meno dell'emblema della croce rossa nell'operazione non è stato approfondito come si doveva, ma accantonato anche per via del coinvolgimento di varie diplomazie occidentali. Gennaio 2009, sei mesi dopo. Solo partendo da qui, dal clamore suscitato dalla liberazione della Betancourt, si può capire l'importanza che questo nuovo rilascio potrebbe rivestire nella sfera politica e sociale della Colombia. Quell'indiscusso successo del governo Uribe, insieme agli altri numerosi colpi inflitti alle Farc dal suo insediamento -non da ultima l'uccisione nel marzo del 2008 del suo leader storico Raul Reyes- risultano però meno efficaci e più controversi di quanto possano apparire in un primo momento, perchè compiuti sulla base di legittimi calcoli politici ma con manovre poco limpide. Oggi, se l'abilità di Uribe lo consentisse, ci potrebbero essere tutte le premesse per l'avvio di un processo che porti ad una pace duratura su una piattaforma come quella espressa dall'organizzazione Colombianos por la Paz. In questa precisa fase storica, le Farc fortemente indebolite si dicono pronte a negoziare, la società civile è molto più attenta e sensibile del passato alle continue violazioni dei diritti umani -non soltanto da parte dei gruppi armati, ma anche della forza pubblica- ed il Cicr che anche questa volta si è detto pronto ad intervenire come facilitatore per la liberazione, che potrebbe sfociare un nuovo accordo umanitario. E' difficile stabilire se Uribe in persona possa essere capace di utilizzare questo nuovo clima per attuare politiche più attente alle classi meno abbienti, interferendo così nel terreno proprio delle Farc ed eliminandone la ragion d'essere. Riuscirà il Presidente della Colombia a rispondere a questi interrogativi e conseguire in questo modo un nuovo scacco matto (jaque) capace di risolvere i tanti dubbi che aleggiano sulla sua possibile candidatura alle prossime presidenziali del 2010? Pochi colombiani credono che il loro Presidente sia disposto a mettere da parte il suo passato (il padre morì durante un tentativo di sequestro da parte delle Farc) e la strategia politica (annientamento militare delle Farc) sino ad ora perseguita per aprire le porte al dialogo.

pubblicato sul sito peacelink.it

martedì 27 gennaio 2009

LA VISITA DI JEREMIC IN ITALIA


Il Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini ha incontrato nei giorni addientro l’omologo serbo Vuk Jeremic, a conclusione del Convegno celebrativo del 130° anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, organizzato dall’Ambasciata serba a Roma e dal Centro Studi Strategici per l’Unione per il Mediterraneo, che ha evidenziato la specialità delle relazioni tra Italia e Serbia nei settori politico, economico e culturale.
Oggetto dell’incontro tra i due Ministri è stato il consolidamento della cooperazione bilaterale, il sostegno italiano al processo di integrazione euro-atlantica della Serbia e il dialogo sulle dinamiche regionali. A proposito del "caso Kosovo", il ministro serbo ha ribadito la contrarietà della Serbia alle decisioni che molte cancellerie europee, Italia inclusa, hanno preso circa l'indipendenza del Kosovo, ma, parole di Jeremic, "bisogna guardare avanti". Si spera che con il supporto del fratello italiano la Serbia possa trovare la leva giusta per fare il salto in Europa. E' stato questo il succo dell'intervista televisiva apparsa sulla tv italiana. Se a queste parole che segnano una onesta svolta politica seguissero fatti concreti, si registrerebbero, certamente, significativi progressi non solo per la Serbia, ma per buona parte dei Balcani.

sabato 24 gennaio 2009

LA VERA MULTIETNICITA' CHE NON HA CONFINI



Un colpo al cerchio, uno alla botte

Mi trovo pienamente in sintonia con l'articolo sotto riportato "Kosovo/Kfor: Incidenti a Nord "pilotati" da crimine organizzato". Si vocifera da molti anni e da vari ambienti della presunta e mai accertata colpevolezza del Kosovo per essere lo stato delle mafie, giusto per citare le parole di Limes. Il Kosovo viene dipinto come il crocevia principale dell'eroina afgana (da Riccardo Iacona) che giunge a fiumi tramite la Turchia, delle armi (da Limes) e della prostituzione. Questo colosso affaristico, che farebbe invidia anche alle potenti organizzazioni criminali di casa nostra, sarebbe retto dalla classe politica kosovara e dal suo braccio militare, l'UCK, restando fedeli alle osservazioni dei soggetti di cui sopra. Il quadro che hanno posto davanti ai lettori esiste ed ha come scenografia tutti questi elementi. E' un quadro fluido come gli affari che ci sono dietro, ma per niente nitido. Molto spesso viene difficile coglierne la tecnica e l'importanza di tutti gli elementi, ma come nel famoso ritratto ondulato di Dora Maar, guardandola in faccia, se ne ammira la potenza romantica del contenuto. Di tutto quello che i vari Iacona e Limes dicono, non c'è traccia alcuna. Nessun giornale locale, internazionale, rapporto della polizia locale o della Kfor ha mai riportato significativi riscontri con questa realtà, siano essi sequestri di droga (ho letto un solo articolo di un significativo quantitativo sequestrato al confine con la Macedonia), armi (limitati trafiletti sulla stampa locale kosovara) e prostituzione. Mi chiedo, pertanto, come sia possibile disegnare millimetricamente su cartine colorate (Limes) le strade di tutti questi traffici illeciti, senza riportare, con altrettanti documenti visivi, la veridicità delle notizie? Come sia possibile che, con una massiccia presenza di militari, 007, finanzieri, poliziotti e procuratori internazionali - che superano le 25000 unità - i criminali la facciano sempre franca, riescano a far passare sempre tutto senza farsi beccare con le mani nella marmellata? I fatti potrebbero essere due: i giornalisti dicono bufale e i militari fanno un ottimo lavoro, i militari sono in vacanza e i giornalisti riportano la verità. Battute di spirito a parte, credo che sotto sotto ci siano grossi guadagni dovuti a massicci traffici pilotati da buona parte dei politici del Kosovo e che le forze internazionali, tutte, per il quieto vivere preferiscono occuparsi d'altro [ma tutto ciò, come le osservazioni dei Iacona, Limes e altri, rimangono, in assenza di un riscontro pratico - video, foto, dossier- soltanto delle supposizioni]. Per carità, pattugliano, sorvegliano, documentano, ma mai sequestrano. Conoscono le esperienze di Ramush, persino dove ha i depositi di sigarette di contrabbando, ma nessuno fa nulla. A volte, come nel caso dei nostri finanzieri, sono impossibilitati a svolgere le stesse italiche funzioni: non possono sequestrare merce contraffatta e altro, perchè le regole di ingaggio - rules of engagement - non prevedono questo. I nostri finanzieri, sino ad ora, se non avranno comprato nulla nelle grandi catene del falso (ce ne sono due a pochi metri dal quartiere generale Kfor di Pristina) avranno sicuramente assistito alle grandi spese che militari e internazionali in genere (un buon 80% dei clienti) giornalmente, ma soprattutto durante i periodi festivi, si apprestano a fare. Scarpe Nike con i molloni, profumi di marca, borsette griffate all'ultima imitazione, magliette Lacoste, Ralph Lauren, pantaloni Zegna, Diesel, cd e dvd pirati, gli articoli più gettonati.
Riporto la scena di Melodia, uno dei due megastore, vista con i miei occhi innumerevoli volte, per far presente che molto spesso è il "complice" silenzio degli internazionali a fare del Kosovo una prospera isola felice per il crimine e il contrabbando. Comunque sia, nè l'eroina, nè la prostituzione nascono nel Kosovo, ma usufruiscono di queste falle del sistema per cambiare aspetto e presentarsi alle nostre frontiere sotto un look non sospetto. Sarò forse ingenuo, ma una domanda vorrei proprio farla: Non sarebbe logico che paesi molto più strutturati, prossimi ad entrare nell'Unione Europea o già dentro bloccassero il marcio che giunge sulle loro frontiere? L'eroina non potrebbe essere sequestrata in Turchia? o in Grecia? La prostituzione non potrebbe essere colpita in Romania o Bulgaria, prima di giungere in Kosovo? Questo paese, come riportano tutti, è uno sputo di terra circondato da molte realtà torbide e colluse con il contrabbando. Una di queste è la Serbia, che con la sua ex provincia e i suoi nemici di sempre, gli shqiptari, fanno ottimi affari. Ultimo quello sulla benzina e dei prodotti serbi. Samopravo sul suo blog spiega come funziona:
... le frontiere 1 e 31, che da febbraio di quest’anno sono allegramente aperte a tutti, grandi e piccoli. Ovviamente mi riferisco a grandi e piccoli traffici ileciti. Non a caso, le dogane sono stata la prima cosa ad essere bruciata dopo la dichiarazione di indipendenza...Quando si tratta di trafficare Serbi e Albanesi - si dice - vanno d’accordissimo. Fanno affaroni d’oro di questi tempi, soprattutto col traffico di benzina. Se volete spiego come funziona, non e’ difficile: porti una cisterna di benza dalla Serbia in Kosovo passando dal Nord. Non ha pagato le tasse in Serbia perche’ le tasse si pagano nel paese di destinazione (cioe’ il Kosovo, ricordate?). Solo che al Nord nel Kosovo non ci sono le dogane, quindi le tasse non le paghi manco li’. Quindi vendi la benza a Mitrovica Nord con saldi del 20% e fai un sacco di soldi. Vedrai, la gente fa la fila, viene anche da fuori citta’ apposta per quello. Oppure, meglio ancora, dopo che le hai fatto fare un giretto in Kosovo, la cisterna la re-importi in Serbia, sempre sfruttando le dogane che non ci sono. E li’ te la vendi come sopra. (sull'argomento vedi anche Rinascita Balcanica)

Kosovo/Kfor: Incidenti a Nord "pilotati" da crimine organizzato. Ragioni etniche di facciata: si protegge fiorente contrabbando (Apcom/ Nuova Europa)
Gettare ombra sull'operato della missione di giustizia e polizia dell'Unione europea (Eulex), di recente dispiegata in Kosovo, e impedirle di consolidare le fragilissime strutture doganali che favoriscono le fiorenti attività di contrabbando nell'area. Questo il vero obiettivo che si nasconderebbe dietro gli incidenti registrati ultimamente a Mitrovica, città a nord del Kosovo, roccaforte della minoranza serba: episodi pilotati dunque, che poco hanno a che vedere con lo scontro etnico tra serbi e albanesi. Una tesi, questa, che si è andata diffondendo tra molti analisti e osservatori locali ed internazionali e che trova ampio riscontro nell'intervista rilasciata al quotidiano di Pristina, Koha ditore, da Michel Yakovleff, comandante delle truppe Nato (Kfor) competenti del Kosovo settentrionale. Pur senza esplicitare che Eulex sia finita nel mirino di contrabbandieri "soprattutto di benzina", il militare ammette: "Ci sono giovani ragazzi che i criminali utilizzano per i loro personali scopi. Non c'è niente di inter-etnico e tutti concordano su questo". Il riferimento è agli episodi di violenza di cui è stata teatro Mitrovica nelle recenti settimane: un giovane serbo è stato accoltellato da due albanesi; tre giornalisti e sette pompieri sono rimasti feriti a margine di scontri interetnici; due serbi sono stati aggrediti da una ventina di albanesi; una bomba a mano è stata lanciata contro una casa di proprietà di un albanese. La rivalità tra serbi e albanesi sarebbe però solo di facciata: "L'intera regione - puntualizza Yakovleff - è un paradiso per i contrabbandieri, non solo a nord, ma anche a sud". Ciononostante, la situazione generale nel Kosovo settentrionale, di cui Yakovleff è direttamente competente, resta "abbastanza sicura" in quanto vi è "un focolaio circoscritto al centro di Mitrovica, mentre in altre località come Leposavic, Zubin Potok o Vucitrn non ci sono molti problemi". Mitrovica è la città simbolo delle fratture etniche dell'auto proclamato stato, spaccata com'è dal fiume Ibar: a nord i abitano i serbi, a sud gli albanesi. "Dal 30 dicembre scorso - informa il comandante Kfor - abbiamo incrementato la presenza militare nella città".

martedì 20 gennaio 2009

IL KOSOVO E LA SUA AGRICOLTURA


Di seguito viene riportato una parte dello studio che ho realizzato per conto della Provincia di Gorizia in Kosovo nel mese di marzo-luglio 2008.

Si ritiene che la sempre più stretta connessione tra sviluppo (umano, sociale, politico e non solo numerico o economico) e i destini di un paese, passa, per quello che riguarda il Kosovo, inevitabilmente dal suo sviluppo agricolo. In questo studio, oltre ad una panoramica generale del settore vengono messi in risalto una serie di contrasti e assurdità - la politica agricola comune, PAC, i fondi della Comunità Internazionale, le priorità del governo - che attanagliano lo sviluppo del paese.

I governi in generale, e specialmente quelli di economie di sviluppo e transizione - come nel caso del Kosovo - si trovano oggi ad affrontare sfide importanti per raggiungere lo sviluppo rurale e locale in una fase caratterizzata da globalizzazione, liberalizzazione dei mercati e ridotto intervento da parte dello Stato nell’economia. In questo scenario, va sottolineato un riesame ed una presa di coscienza nuova per quanto riguarda il ruolo dell'agricoltura nell’impiego rurale e come mezzo di sussistenza. I mercati sono in costante evoluzione e stanno affrontando rapidi cambiamenti, con sistemi meccanizzati che sempre più condizionano o rimpiazzano i mercati di vendita all’ingrosso e i piccoli mercati locali. Le strutture di produzione e i grandi commercianti chiedono ora, anche in Kosovo, rigorosi livelli di qualità, conformità con gli standard, codici di condotta e di igiene dai loro fornitori, che non sono però sempre capaci di rispondere a tali richieste.
CONTESTO MACRO-ECONOMICO E AGRICOLO DEL KOSOVO
Dopo la fine del conflitto, il Kosovo ha compiuto notevoli progressi sul piano del rafforzamento istituzionale e la stabilizzazione macro-economica. Tuttavia, il processo di recupero è stato troppo lento e a tutt’oggi non soddisfa le domande e le aspettative dei suoi cittadini. La mancanza di sviluppo economico potrebbe avere un impatto negativo sulla stabilità politica, a maggior ragione se si tiene conto dell’aspetto demografico del territorio, che conta la popolazione più giovane d’Europa (più del 50% ha meno di 25 anni): questo potrebbe essere un ottimo punto di forza facilmente trasformabile, però, in piaga sociale qualora le loro aspettative occupazionali fossero deluse. In effetti la sfida più pressante per le autorità del Kosovo è di raggiungere la stabilità macro-economica e la crescita riducendo l’altissimo tasso di disoccupazione attuale. Recenti stime parlano infatti di un tasso di disoccupazione del 46,2% (ILO 2007) su una popolazione totale di circa 2 milioni. La diminuzione dell'assistenza dall’estero e degli afflussi privati potrebbe rendere ancora più difficile il raggiungimento di questo obiettivo. L’economia del Kosovo è ancora caratterizzata e sostenuta dall’assistenza straniera e dagli afflussi privati esterni che nei primi anni dopo la guerra ammontavano a circa il 50% del PIL. Il settore dei donatori ha creato così un mercato di "esportazione" artificiale per i beni e servizi del Kosovo. Tuttavia l’assistenza estera ha mostrato una tendenza al ribasso e alla fine del 2004 era già soltanto la metà di quella del 2000. Certo è che le risorse proprie del Kosovo non sono sufficienti da sole a finanziare l’investimento necessario per una crescita robusta, anche per via del basso livello dei risparmi interni. Politiche forti sono allora necessarie a promuovere lo sviluppo e creare così un ambiente favorevole all'investimento produttivo attraverso:
- una spesa pubblica efficiente e mirata,
- il mantenimento della stabilità fiscale,
- rapide riforme nel settore delle imprese pubbliche, e del mercato in generale.
Per quanto riguarda lo sviluppo del settore privato, si sono registrati progressi costanti per la messa in piedi di un quadro giuridico adeguato, processo guidato e supportato da istituzioni internazionali. La sfida principale ora è proprio quella di sviluppare le capacità necessarie alla sua implementazione e applicazione. Nel nostro caso specifico, il Ministero dell’Agricoltura del Kosovo, con il supporto di esperti internazionali, ha pubblicato un ottimo documento tecnico (MAFRD, Agriculture and Rural Development Plan 2007-2013), punto di riferimento anche per altri paesi dell’area balcanica. Tale documento tuttavia per essere implementato alla lettera necessita di almeno 200 milioni di euro.
L’AGRICOLTURA NELL’ECONOMIA NAZIONALE
L’agricoltura del Kosovo è caratterizzata da piccole aziende agricole, bassa produttività e servizi di consulenza poco sviluppati eppure contribuisce a circa ¼ del PIL del Kosovo e fornisce approssimativamente dal 25 al 35% della forza lavoro. Il settore consta di circa 1.800 cooperative e imprese commerciali (sia pubbliche che private) e di 143.000 famiglie rurali, il 50% delle quali sono definite come fattorie con una superficie inferiore o pari a un ettaro. La bassa produttività lavorativa del settore è combinata con il più basso salario mensile. Ci sono circa 150.000 persone coinvolte nel settore dell'agricoltura/allevamento.Nel 1999-2004 la divisione settoriale del PIL è cambiata comunque in modo significativo. Il settore dei servizi ha dimostrato una rapida crescita (dal 46,5% nel 1993 al 58% nel 1998), mentre il settore agricolo, pur rimanendo un’importante generatore di ricchezza nazionale nonché il motore principale per la crescita del PIL nel 1999-2004, ha visto diminuito il suo contributo al PIL. Tale contributo rimane consistente (19%), ma ciò è dovuto principalmente al diminuito peso dell'industria e di altri settori piuttosto che il risultato dello sviluppo dell'agricoltura stessa. In effetti, il peso del settore agricolo al PIL/tasso di occupazione indica scarsa efficienza del settore, crescenti difficoltà impiegatizie e una perdita di reddito per le famiglie che sta danneggiando la sostenibilità delle comunità rurali. Appare sempre più necessario che insieme al potenziamento del settore, attività economiche alternative vengano adeguatamente sviluppate.
IL SETTORE AGRO-ALIMENTARE
In media una famiglia kosovara spende approssimativamente il 60% delle sue entrate per il cibo, di questa percentuale il 12% è usato per pane e cereali, il 9% per carni, seguito dalle verdure (7%) e i prodotti lattiero-caseari e uova (6%) [fonte SOK: Ufficio statistiche del Kosovo]. La sfida per l’economia del Kosovo è quella di creare e sviluppare le capacità interne per rispondere alla domanda domestica e ridurre la dipendenza dai fornitori esteri. Approssimativamente tra il 70 e il 95% dei prodotti agro-alimentari, per la maggiore prodotti trasformati, sono infatti importati. Tuttavia il settore agro-alimentare kosovaro soffre di tutta una serie di problemi, tra cui quantità, qualità e disponibilità di materie prime. Come risultato, la maggior parte delle imprese di trasformazione sono costrette ad utilizzare principalmente merci importate. Eppure, prima dello scoppio delle ostilità il Kosovo era in qualche modo auto-sostenibile in ambito alimentare (stime variavano dal 30 al 50% del fabbisogno interno), i prodotti provenienti dal Kosovo erano disponibili in tutta la Yugoslavia, le aziende erano di grandi dimensioni e la struttura integrata era funzionale a soddisfare le necessità del mercato interno di allora. Ora, alcune di queste aziende sono state parzialmente distrutte, la maggior parte non sono pienamente funzionanti e le loro attrezzature sono superate. Inoltre, la concorrenza internazionale è divenuta sempre più forte come dimostrato dal notevole aumento delle importazioni e la produttività nelle aziende è ancora lontana dagli standards internazionali. La ragione è data da una combinazione di diversi fattori come:
- la piccola dimensione delle aziende (stimate tra 1,6 e 2,4 ettari) e i problemi legati alla propietà della terra (privatizzazioni)
- limitata collaborazione tra gli operatori del settore
- limitato accesso al credito
- scarse infrastrutture
- limitata conoscenza delle tecniche di produzione più avanzate
- limitata conoscenza delle tecniche di management delle aziende
Aumentare la dimensione delle aziende attraverso il consolidamento della terra e lo sviluppo dell’attuale mercato terriero è un elemento fondamentale per lo sviluppo rurale del Kosovo. Ad oggi, infatti, la maggior parte della terra è valutata qui come terra urbana anche se la maggior parte di essa nelle aree rurali viene usata esclusivamente per l’agricoltura. Per tale motivo è essenziale che sia preparato un piano di sviluppo per la riqualificazione della terra al fine di creare economie di scala ed aumentarne conseguentemente la produzione. La maggior parte degli allevatori kosovari si trovano infatti ad affrontare numerose difficoltà legate alle piccole dimensioni delle loro aziende e il ridotto numero di animali per nucleo familiare (il 93,7% di contadini attivi nel settore lattiero-caseario in Kosovo hanno da due a quattro mucche ciascuno). Gli stessi prezzi di partenza del prodotto nelle aziende variano significativamente tra le diverse regioni del Kosovo in buona parte perchè le strutture agricole di piccolo taglio producono principalmente per auto-consumo e solo le quantità in eccedenza, disponibili soprattutto durante i mesi estivi, giungono ai mercati verdi (mercati locali non regolamentati). Tale surplus tuttavia, per via della cattiva conservazione -dovuta alla mancanza di spazi per il magazzinaggio delle merci e la mancanza di conoscenza delle tecniche post-raccolto- subisce variazioni di prezzo, principalmente al ribasso. Estendere il periodo di coltivazione-produzione (ad esempio attraverso l’utilizzo di produzioni meccanizzate e più redditizie) e rafforzare la collaborazione tra agricoltori certamente migliorerebbe lo scenario.
IL COMMERCIO CON L’ESTERO
Nel 2005 il totale delle importazioni era di 1,2 bilioni di euro mentre il totale delle esportazioni era di 44,4 milioni di euro. La quota dei prodotti agricoli sul totale delle esportazioni era del 9,2% mentre la quota delle importazioni degli stessi era del 14,4%. (fonte Agriculture and Rural Development Plan 2007-2013). Il flusso delle importazioni per i primi sei mesi del 2006 comparato con lo stesso periodo del 2005, ha raggiunto la somma di 561. I dati forniti dal Ministero del Commercio e dell’Industria del Kosovo indicano, nello stesso periodo, un notevole trend negativo per le importazioni da Germania e Montenegro, e una lieve diminuzione da Slovenia e Albania, laddove invece i prodotti importanti dalla Macedonia sono aumentati considerevolmente. La maggior parte dei prodotti importati provengono da Unione Europea e Svizzera (insieme il 34%), Macedonia (14%), Serbia (15%) e Turchia (8%) [fonti statistiche del Ministero del Commercio e dell’Industria]. La Camera di Commercio del Kosovo stima che l’85% del cibo all’ingrosso viene importato e vede la sostituzione delle importazioni con le merci auto-prodotte come una priorità chiave per la politica interna. Le esportazioni alimentari riguardano principalmente grandi quantità di prodotti quali funghi essiccati selvaggi e coltivati, patate, pelle di animali succhi e vino; anche se le esportazioni attuali sono relativamente poco consistenti, maggiori opportunità come il latte UHT per l’Albania si stanno prendendo in considerazione. Le importazioni/esportazioni sono effettuate prevalentemente lungo l’asse stradale attraverso gli 8 punti di entrata/uscita in tutto il Kosovo. La distribuzione via treno o aereo è poco sviluppata. Durante la stagione della produzione i commercianti comprano direttamente dai produttori locali usando camion isolati che non sono però muniti di sistema refrigerante. Commercianti intermediari sono in grado di influenzare le vendite alimentari perchè capaci di rifornire con i loro autorimorchi regolarmente e tutto l’anno i piccoli commercianti all’ingrosso. Pochi sono i produttori che hanno informazioni attendibili sulle condizioni del mercato, incluso le caratteristiche e le preferenze dei consumatori, prezzi, quantità, livelli di produzione.
LA SICUREZZA ALIMENTARE
Lo standard attuale delle attrezzature della maggior parte dei piccoli negozi che attualmente dominano la distribuzione sul mercato è insufficiente a preservare nel modo adeguato frutta fresca, verdura, carni e latte. Le aziende che trasformano il prodotto si lamentano che gli alimenti nei negozi non vengono immagazzinati in maniera adeguata e ciò comporta una durata ridotta sullo scaffale, una qualità inferiore, oltre che una perdita economica causata da tutta la merce invenduta. La sicurezza alimentare è inoltre una grande preoccupazione per i consumatori in Kosovo e offre potenzialmente un forte vantaggio a livello competitivo per i produttori capaci di offrire una produzione certificata, garantita e sicura. Il governo del Kosovo è consapevole che la qualità dei prodotti agricoli locali rappresenta un passo importante per la sostituzione delle importazioni. E’ questa una delle sfide che il MAFRD intende affrontare nell’immediato futuro, cosciente dello stato attuale in cui riversa il settore.
I MERCATI ALIMENTARI
I mercati alimentari esistono nella maggior parte delle grandi città del Kosovo, ma non vendono esclusivamente prodotti freschi. Prodotti confezionati e non, sono infatti venduti spesso direttamente dal retro dei camion da commercianti locali e regionali. Non c’è nessun sistema di vendita all’asta e tutti i pagamenti sono fatti in denaro. Durante il periodo di raccolta la produzione locale è normalmente disponibile nei mercati. Tuttavia la maggior parte dei produttori locali hanno difficoltà ad accedere ai mercati principali o di base. Questo avviene perchè i rifornimenti dai contadini locali sono principalmente non coordinati e riguardano relativamente piccole quantità più spesso vendute fuori dal mercato principale o in posti sulla strada. I servizi e le attrezzature di mercato sono inoltre molto scarsi e si trovano nei principali centri urbani spesso sovrappopolati e con scarsi servizi di smaltimento dei rifiuti prodotti, consegna-distribuzione inefficiente, immagazzinaggio e presentazione del prodotto inadeguati. L’accesso alla terra per lo sviluppo di nuovi mercati è spesso difficile per via di problemi legati sia alla proprietà della terra che alla privatizzazione. Alcune municipalità hanno cercato di creare dei mercati stagionali per i produttori locali ma senza successo perchè tali strutture venivano edificate in luoghi spesso fuori dalle aree riconosciute dai compratori o i produttori non riuscivano a sostenere le spese per affitto e gestione (a Mitrovica, di recente sono state create delle strutture ad hoc negli stessi spazi dove si tiene il mercato). I mercati del bestiame operano una volta a settimana in tutte le municipalità. La maggior parte di loro hanno ridotti servizi e forniscono scarse informazioni sui prezzi e le vendite non sono coordinate nè pubblicizzate (fonte GFA Regional Beef Market Survey 2002).
continua...

venerdì 9 gennaio 2009

TUTTI A CASA

DA LETTERA22. Il dl varato dal governo e ormai pubblicato sulla Gazzetta ufficiale taglia oltre 100 milioni di euro alle attività civili. Penalizza gli Esteri e privilegia la Difesa. Toglie fondi a Ong e associazioni e favorisce la cooperazione dei militari. Dopo i tagli della Finanziaria che retocedono ancora l'Italia nel campo della lotta alla povertà, un giro di boa circondato da un grande silenzio. E da un altrettanto imbarazzato disagio...