sabato 25 aprile 2009

SRI LANKA: UNA CRISI UMANITARIA CHE NON PUÒ PIÙ ATTENDERE


Da più di trent’anni lo Sri Lanka è alle prese con gravi problemi interni, anche se è dall’inizio dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, nel 1948, che la maggioranza cingalese di fede buddista è in lotta continua con la minoranza tamil di religione induista. Ancora una volta il post-colonialismo sembrerebbe aver generato un frutto marcio: la guerra interetnica.

Lo scontro tra forze governative e i gruppi armati dei Tamil [il più radicale dei quali è il Movimento di Liberazione delle Tigri Tamil Eelam, l’LTTE], ha raggiunto oggi livelli impressionanti di violenza. È da gennaio 2008 che l’escalation di uccisioni sembra non arrestarsi. Da allora, puntualmente, ogni giorno, lontano dalla cronaca dei giornalisti occidentali e nell’impotenza degli operatori di Organizzazioni Internazionali, inermi di fronte al clima di violenza e all’odore di morte che sta impregnando il nord-est del paese, arrivano messaggi, maggiormente di propaganda governativa, di uccisioni di civili e di guerriglieri Tamil. Il governo del presidente Rajapaksa mai come prima è convinto che la questione con il gruppo terrorista dei Tamil stia per terminare e che stia per realizzarsi, invece, l’obiettivo tanto sventolato in campagna elettorale, ovvero quello di mettere fine al conflitto ultradecennale con i Tamil e riprendere così il controllo politico ed economico dei territori del nord, da sempre baluardo della minoranza Tamil. Tutto questo forse sarà anche vero, ma quello che sta succedendo, senza creare tanto scalpore nella comunità internazionale, anzi, nell’assoluta indifferenza del resto del mondo, è una vera e propria pulizia etnica. Il prezzo in termini di vite umane è inammissibile. Secondo i dati dell’Onu si parla di circa 6500 civili morti solo negli ultimi quattro mesi. Di fronte alle poche notizie frammentarie e parziali che giungono a Colombo, così come nel resto del mondo, l’unico elemento assodato è che la popolazione civile è la vera vittima di questo conflitto. Da una parte l’esercito governativo ha radicalizzato il conflitto e per via della superiorità militare è riuscito a imporre un duro colpo all’LTTE, dall’altra i ribelli, sentendosi sempre più minacciati e rinchiusi in un fazzoletto di terra più circoscritto stanno realmente diventando più violenti con tutti coloro che la pensano diversamente e, carenti di soldati tra le loro fila, arruolano con la forza uomini e bambini. In mezzo c’è il resto della popolazione civile, un esercito di vite umane con almeno 150 mila persone intrappolate nella zona direttamente interessata. Inoltre, come sempre accade nei conflitti senza testimoni indipendenti, le due parti combattono parallelamente una guerra delle parole: volano accuse e contro-accuse, denunce e repliche, che non è possibile verificare. La cronaca di questo periodo parla di una situazione non più sostenibile. La popolazione appartenente alla minoranza Tamil, in fuga dai luoghi del conflitto, si è riversata, a migliaia, un pò più a sud, nelle vicinanze di Vauniya e la Safe Zone di circa 15 km situata nei dintorni di Mullaitivu. Qui sono stati allestiti vari campi per sfollati, controllati solo ed unicamente dal governo ed inavvicinabili ad organizzazioni del calibro della Croce Rossa Internazionale. È invece notizia di pochi giorni fa, illustrata con orgoglio in una conferenza stampa dal presidente Rajapaksa, l’operazione militare che ha consentito a circa 50 mila civili (secondo fonti della BBC) di fuggire dalla zona ancora controllata dai ribelli e di riversarsi nell’area sotto il controllo di Colombo. Nella stessa conferenza stampa, il presidente ha imposto alle Tigri Tamil un ultimatum: se non si arrenderanno entro 24 ore l’esercito darà il via all’ “operazione finale”. Un’ipotesi, questa, che preoccupa per il destino dei civili ancora intrappolati nella zona dei combattimenti. Cosa succederà a queste persone, vittime inermi di questo conflitto? E chi è responsabile degli oltre mille civili uccisi durante quest’ultima operazione militare? È veramente l’esercito, come dicono i guerriglieri Tamil o sono questi ultimi, come sostiene invece il governo singalese? Ancora oggi questa responsabilità viene scaricata ad altri, mentre intanto un numero sempre crescente di civili ci sta rimettendo la vita. Il quadro a tinte fosche è stato reso ancora più reale dalle testimonianze dirette pervenuteci dalla nostra controparte locale che è riuscita ad osservare dall’esterno alcuni campi di sfollati. Si tratta, secondo la nostra fonte, di recinzioni contornate da fil di ferro, “sembrano campi di concentramento” afferma. Non c’è alcuna possibilità di avvicinarsi al campo e nemmeno di parlare con la gente. “Il campo che ho visto da vicino aveva 1600 persone stanziate nella scuola di Chettikulam e nei saloni della parrocchia”, prosegue l'operatore, che è voluto rimanere anonimo, nel racconto. Secondo la sua testimonianza solo i bambini e gli anziani sopra i 60 anni possono uscire dal campo e stare con i loro genitori, una volta accertato il rapporto di parentela. Le strutture viste da fuori dal frate sono costruzioni in legno con tetto in lamiera. Le necessità dei campi sono molte, hanno bisogno di ogni bene di prima necessità. “Nel campo di Chettikulam, per tre giorni la gente non aveva niente da mangiare e un giorno di cibo è stato razionato in modo da durare anche per i giorni successivi”, afferma. “La gente si sta indebolendo”, prosegue, “anche se il bisogno reale è la liberta’”. È un continuum di parole il suo racconto. L’aspetto più miserabile che ha riportato è che in tutta questa tragedia, come se non bastassero le difficoltà quotidiane, le famiglie vengono smembrate, “parte della famiglia è in un campo e parte in un altro, a volte anche a trenta chilometri di distanza” sottolinea il nostro interlocutore. Solo alcune organizzazioni hanno accesso diretto ai campi, molte altre possono soltanto fornire all’entrata del campo medicinali e derrate alimentari che alcuni membri della comunità smistano e utilizzano in cucine improvvisate. La rigidità e il controllo del governo nella gestione dei campi oltre a non fare pervenire un resoconto completo sulla situazione e sui reali bisogni degli sfollati, non consente alle organizzazioni internazionali di poter venire in soccorso di grandi e piccini. Anche sotto questo aspetto il governo ha insistito e lavorato tanto, riuscendo con i suoi sforzi a tenere il più lontano possibile dalla zona del conflitto e dalla sua gestione tutte le Ong e le associazioni umanitarie che cercavano di aiutare la popolazione cingalese. Il presidente Rajapaksa e la sua squadra di governo sono riusciti infatti, messaggio dopo messaggio, a fare pervenire alla maggioranza dei cingalesi un’immagine falsata delle Ong e del loro operato. Lo scopo era quello di poter così “lavorare” liberamente senza osservatori o potenziali giudici delle azioni militari appena condotte o in corso. Le autorità di Colombo hanno sfruttato il supporto dato da alcune organizzazioni alla minoranza Tamil per dipingere tutto il mondo del volontariato internazionale come associazioni schierate, il che, ovviamente, non corrisponde al vero. I risvolti di questa miope politica di rigidità nei confronti delle Ong sta dando purtroppo i risultati sperati dal governo. Il VIS da più di dieci anni sostiene progetti a distanza in Sri Lanka ed è fisicamente presente nel paese dal 2005, con progetti di ricostruzione post-tsunami e progetti socio-educativi implementati in diverse aree del paese. Dai primi anni del suo lavoro in questo paese, però, molte cose sono cambiate e i volontari espatriati del VIS, come di tutte le altre organizzazioni umanitarie che lavorano in quest’aria dell’Asia meridionale, si stanno misurando quotidianamente con molti più ostacoli. Sicuramente, la difficoltà più grande dall’inizio del conflitto è legata oggi più di ieri all’informazione tout court sul conflitto, al reperimento di dati attendibili, alla sicurezza, che non riguarda soltanto le zone interessate maggiormente dal conflitto, ma un pò tutto il territorio, Colombo incluso. Sono tanti i casi registrati nel sud dello Sri Lanka di kamikaze e bombe esplose in luoghi pubblici. L’insicurezza e l’incertezza sono due elementi con i quali gli internazionali che lavorano qui devono misurarsi quotidianamente, e due variabili indipendenti dalle attività che si portano avanti. Anche le snelle procedure tecniche post-tsunami, che hanno permesso di ricostruire un paese in buona parte distrutto, stanno lasciando il posto a sempre più farraginosi tecnicismi che non facilitano per nulla il lavoro delle Ong. Uno tra questi riguarda il rilascio e il rinnovo di visti e permessi di lavoro. Di fronte a questa fase, insieme drammatica e delicata, del conflitto, sono in tanti ad essere praticamente costretti a lasciare il paese, proprio quando il loro prezioso supporto può diventare determinante per alleviare le pene della guerra e raffreddare gli animi dei due soggetti coinvolti. In questo preciso momento è auspicabile che la Comunità Internazionale assuma un ruolo più attivo per richiedere ad ambe le parti il rispetto dei diritti umani, da troppo tempo calpestati, e poter monitorare presto il “post-guerra”, perchè ciò che preoccupa non sono soltanto le atrocità sino ad ora commesse, ma anche l’evidente mancanza di volontà del governo così come dei ribelli di costruire una società che è, senza alcun dubbio, pluralista, sin dalle fondamenta.

Sri Lanka: la voce del coniglio


mercoledì 15 aprile 2009

SRI LANKA: CARTOLINE KOSOVARE

Lo Sri Lanka e' da piu' di trenta anni alle prese con grandi problemi interni. Lo scontro tra forze governative e i gruppi armati dei tamil [il piu' radicale dei quali e' l'LTTE, conosciuto come le Tigri Tamil], per certi versi affine a quello kosovaro tra serbi e albanesi, ha raggiunto, oggi, livelli impressionanti di violenza. Puntualmente ogni giorno, lontano dalla cronaca di giornalisti occidentali e dall'impotenza degli operatori di Organizzazioni Internazionali inermi di fronte al clima di violenza e all'odore di morte che sta impregnando il nord est del paese, arrivano messaggi, maggiormente di propaganda governativa, di uccisioni e arresti tra i guerriglieri tamil. Il governo, mai come prima, e' convinto che la questione con il gruppo terrorista dei tamil sta per terminare. Forse e' anche vero, ma quello che sta succedendo all'insaputa di tutti e' una vera e' propria pulizia etnica. Persone della minoranza tamil, in fuga dai luoghi del conflitto, si sono riversate a migliaia in alcune cittadine un po' piu' a sud dove sono stati allestiti alcuni campi per sfollati, controllati solo ed unicamente dal governo ed inavvicinabili alle organizzazioni del calibro della Croce Rossa Internazionale o Unicef. Questa e' una storia molto piu' seria di quella che volevo presentarvi. Il conflitto interno tra diverse etnie non e' l'unica cosa che accomuna lo Sri Lanka (maggioranza cingalese di religione buddista e minoranza tamil di fede induista che pretende l'indipendenza) ed il Kosovo (minoranza serba e maggioranza albanese). Anche qui, come in Kosovo, dalla capitale Colombo alla coloniale citta' di Galle, i corvi sono una caratteristica che non passa certo inosservata. A decine dimorano sugli alberi e i fili elettrici.



Sono identici in tutto e per tutto a quelli che, soprattutto nei mesi invernali, numerosi affollano il Kosovo



.....con qualche eccezione ovviamente!!


... il bagno rinfrescante! considerato il caldo che fa!


Ma non e' che queste sinistre creature portano, come si dice, un po' di iella?

Sri Lanka: la voce del coniglio

sabato 11 aprile 2009

CONVERSIONI SEGRETE


Nell'augurarvi una Felice e Serena Pasqua, volevo segnalarvi, giusto per restare in tema religioso, un articolo apparso su Osservatorio dei Balcani a firma di Star. Lo trovo molto interessante in quanto rappresenta un tassello molto importante e delicato di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in Kosovo. Dietro le quinte dello scontro etnico tra serbi e albanesi le principali religioni monoteiste stanno giocando un ruolo molto attivo per tenere alta la propria bandiera tra i fedeli. Mai come in questo periodo si registrano costruzioni di nuove moschee e scuole coraniche finanziate da presunte Ong dell'Arabia Saudita che, pare, impongano ai loro adepti, dietro il pagamento di somme di denaro [veri e propri salari], di vestirsi e comportarsi secondo i precetti di tali scuole, o la costruzione di nuove chiese cattoliche nel centro del Kosovo (quella di Klina e Gjakova sono le piu' imponenti) e ortodosse nella parte a nord del paese. Per quanto insolito e fuori luogo possa apparire un kosovaro di fede islamica vestito con i calzoni piu' corti e la barba lunga e la donna coperta dal velo integrale, va ricordato che il Kosovo e' per quasi la totalita' di fede islamica. Quello che lascia perplesso, e l'articolo lo mette in risalto, e' la forza politica ed economica della Chiesa cattolica nonostante il risicato numero dei suoi fedeli.



Il riavvicinamento al cattolicesimo di singoli e piccole comunità kosovaro albanesi convertitesi all’islam in epoca ottomana. Il ruolo della chiesa cattolica locale e le relazioni con la comunità islamica. La controversa costruzione della cattedrale a Pristina
Lo scorso 26 dicembre più di trentacinque persone in età adulta sono state battezzate da un inviato del vescovo di Prizren nella chiesa di Klina, gremita di fedeli. I “convertiti” provenivano tutti dal villaggio di Llapushnik, nel Kosovo centrale, la cui quasi totalità della popolazione professava fino a poco tempo fa il credo islamico. Per tradizione e nel passato queste famiglie erano già state fedeli al cattolicesimo e si erano poi convertite storicamente tardi all’islam. La scelta di intraprendere il cammino per la “riconversione" alla fede cattolica ha condotto a una divisione del villaggio in due fazioni. La separazione tra le parti è ora anche fisica: le famiglie “cattoliche” vivono su una collina che dista dal resto del paese circa cinque chilometri. Le due parti non interagiscono fra di loro. Indicativo il fatto che la parte “cattolica” si rifornisca di generi alimentari nella città più vicina pur di non frequentare le attività commerciali presenti nella parte bassa del villaggio, gestite dai musulmani. Quanto accaduto e in corso a Llapushnik non è tuttavia un caso isolato. Negli ultimi anni si è assistito in misura crescente al fenomeno delle conversioni dall’islamismo al credo cattolico di comunità cripto-cristiane e non solo. Nel novembre 2006 l’intero clero cattolico kosovaro si è riunito per l’inaugurazione di un’antica chiesetta fatta ristrutturare dagli abitanti di un villaggio interamente musulmano nella municipalità di Malishevo. Questo è stato il primo passo verso un riavvicinamento al cattolicesimo di gran parte delle famiglie della comunità. In seguito alla riapertura dell’edificio religioso, infatti, gli abitanti hanno chiesto alla chiesa cattolica del Kosovo una presenza costante nel villaggio, sotto forma di catechismo per bambini e adulti. E oggi i primi nuclei familiari stanno riabbracciando la fede cattolica. Dinamiche ed eventi simili si sono verificati anche in Val Rugova, municipalità di Peja/Pec, dove nell’estate del 2006 è stata riaperta una chiesa dedicata a san Pietro in un villaggio di montagna interamente musulmano. Il vescovo Gjergji, dal 2006 alla guida del clero kosovaro, sta inoltre inviando dei salesiani nella città di Gjilan/Gnjilane dove alcune famiglie hanno manifestato interesse per il credo cattolico. In generale, le conversioni odierne sono motivate ed avvertite dalla comunità cattolica come un ritorno alla fede personale e familiare d’origine. Gli albanesi cattolici ribadiscono con forza che prima dell’avvento dell’impero ottomano la regione era totalmente cristiana, divisa tra cattolici e ortodossi, e che solo con la vittoria turca a Kosovo Polje/Fushe Kosove l’islam vi fece il suo ingresso. Il processo di islamizzazione cominciò poco dopo l'inizio del dominio ottomano e prese un considerevole lasso di tempo, almeno un secolo. Le prime a convertirsi furono le città, seguite poi dai villaggi. Il clero cattolico sottolinea oggi come la conversione al nuovo credo fu lenta e motivata da ragioni che spesso avevano poco a che fare con la fede e risiedevano invece in interessi di tipo economico e nell’opportunità di una maggiore inclusione sociale. A conferma di tutto ciò, la chiesa kosovara porta l’esempio di alcune famiglie in cui le donne rimasero fedeli al cattolicesimo mentre i capi famiglia si convertirono all’islam in modo da evitare il pagamento delle tasse che colpivano solo la componente maschile della popolazione. Un altro fenomeno diffuso sino agli inizi del secolo scorso fu quello del cripto-cattolicesimo: uomini convertitisi pubblicamente all’islam per evitare il pagamento delle tasse, nel loro intimo continuavano però a rimanere fedeli a Cristo. La fede cattolica era un segreto da nascondere tramite immagini di santi cucite dalle madri nelle tasche interne dei vestiti dei figli in modo che nessuno potesse vederle; le messe erano celebrate al sicuro delle stalle e gli uomini prendevano parte segretamente all’eucarestia quando questa era portata dal sacerdote alle donne di casa. È anche grazie ad escamotage di questo tipo che nuclei di cattolici hanno potuto conservarsi fino ad oggi in Kosovo e rappresentano oggi il 5% circa della popolazione albanese. Lo stesso clima di segretezza con cui veniva celebrato il culto cattolico nei secoli scorsi accompagna oggi le conversioni. L’atteggiamento delle autorità cattoliche nei confronti delle comunità che desiderano convertirsi è, infatti, estremamente prudente, per evitare fratture con la comunità islamica o spaccature interne alla cittadinanza. Ufficialmente la Diocesi di Prizren, a cui fanno capo tutte le parrocchie del Kosovo, fa di tutto per nascondere all’esterno l’esistenza di questi casi e nega di avere una vera e propria strategia per la riconversione al cattolicesimo di fedeli musulmani. Il vescovo Gjergji ha recentemente affermato che “la gente qui ha sopportato tempi duri. E ora cerca Dio. Molte persone, specialmente giovani, sia musulmani che cristiani, vengono da noi. E noi vogliamo poterli aiutare e rispondere ai loro bisogni”. I giovani però sono stati e sono ancora i primi ad andarsene, ad abbandonare il paese alla ricerca di un futuro migliore e di un lavoro nella vicina Europa. Il fenomeno sembra colpire indistintamente la comunità musulmana e quella cattolica. Ma incide proporzionalmente molto di più in quest’ultima, essendo i cattolici solo 65.000 unità. Resta, quindi, difficile credere che dietro le “riconversioni”, e in parte i matrimoni misti, non vi sia un tentativo della chiesa cattolica locale di arginare l’emorragia di fedeli provocata dalle emigrazioni. Queste ultime, infatti, provocano in media ogni anno una perdita di circa cento individui per parrocchia. Numericamente parlando, le conversioni sono ancora poca cosa e sembrano non preoccupare più di tanto le alte sfere della comunità islamica. Tuttavia, a livello locale le reazioni ai casi di conversione non mancano. Il presidente del consiglio islamico di Drenas/Glogovac, Osman Musliu, ha dichiarato qualche mese fa che “l’esercizio della fede è un diritto individuale di ognuno, è un fatto personale e privato. Seguiamo da tempo e con attenzione i tentativi di alcune persone che vanno in giro porta a porta, casa per casa, propagandando la conversione alla religione cristiana di rito cattolico e la costruzione di una chiesa cattolica nel villaggio di Llapushnik. Tutto ciò rappresenta una provocazione religiosa e politica in un periodo molto delicato per il Kosovo”. I politici albanesi non sembrano per ora interessarsi al fenomeno e i media locali hanno sinora dato scarsissimo risalto agli episodi di conversione, mostrando invece ben più interesse per la costruzione della prima cattedrale cattolica a Pristina. Iniziata nel 2006 dal vescovo Sopi, predecessore di Gjergji, con l’avvallo del defunto presidente Rugova, la cattedrale che sarà dedicata a Madre Teresa dovrebbe essere pronta per il 2010. I lavori di costruzione, resi possibili dalle ingenti donazioni delle comunità di albanesi residenti all’estero, hanno subito gravi ritardi principalmente a causa di problemi legati alla proprietà del suolo su cui l’edificio sorgerà e alla mancanza di un appoggio convinto all’iniziativa da parte del clero islamico. La comunità cattolica è oggi permeata da un marcato senso d’identità e invasa da un forte desiderio di riscatto, caratteri entrambi nati negli anni in cui essa non ha potuto professare apertamente la propria fede. Nel Kosovo post-indipendenza resta da vedere come questo desiderio di affermazione si concilierà con lo status di esigua minoranza religiosa e che tipo di rapporti di forza si instaureranno tra cattolici e musulmani all’interno di una comunità albanese per oltre il 90% di fede islamica.

venerdì 3 aprile 2009

DAVID ALBAHARI: ZINK

Devo scrivere dell'amore? No, questo è un racconto sulla solitudine.

David Albahari è uno dei rari scrittori capaci di guidare il lettore attraverso i legami sottili che uniscono la scrittura all'esistenza: regolarmente, con eleganza e spontaneità, ci consegna delle miniature capaci di illuminare la quotidianità con intermittenti bagliori d'infinito. Chi volesse ordinare lungo una linea retta gli avvenimenti narrati in Zink si ritroverebbe giusto con una manciata di elementi: la malattia del padre, la sua agonia, la successiva partenza dello scrittore per il Nord America. Tra il lutto e la partenza lo scrittore si ritroverà intrappolato dal dubbio e dall'interrogazione, ostaggio di se stesso o di un altro libro. Ma la traiettoria del racconto di Albahari non è lineare e la semplicità della trama rivela al contrario la ricchezza inesauribile che abita in ogni dettaglio. Il viaggio verso il nuovo continente si rispecchia così in un altro itinerario, quello attraverso il tempo, alla ricerca di un ricordo, di una tessera mancante, del volto familiare del padre in un polveroso libro fotografico. Ad ogni passo, ad ogni pagina, lo scrittore si renderà vertiginosamente conto di dover fare i conti con l'assenza, vale a dire con il lato invisibile di ogni presenza.
David Albahari è nato a Peja/Pec in Kosovo, nel 1948 da una famiglia ebraica. Laureato in letteratura inglese, il suo primo volume di short stories è apparso nel 1973. Scrittore di fama internazionale -le sue opere sono state tradotte in quattordici lingue diverse- la sua produzione letteraria è per molti versi di matrice autobiografica e ispirata spesso alla storia singolare e travagliata della sua famiglia, che si intreccia significativamente con le sorti del suo Paese natale, la Jugoslavia. E' solito affermare infatti, ispirandosi all'I Ching "Se capisci quello che succede all'interno della tua famiglia, capirai quello che succede nel mondo. Le cose si ripetono, a cambiare è solo la dimensione degli avvenimenti". Intellettuale di solide radici ebraiche, i suoi racconti e romanzi hanno sempre implicazioni politiche: contrario alla dissoluzione della Jugoslavia, vissuta con grande sofferenza come la perdita non solo della patria ma della propria stessa lingua d'origine, Albahari ha presieduto negli anni novanta la federazione della Comunità ebraiche jugoslave, contribuendo in prima persona all'evacuazione degli ebrei della Sarajevo assediata e bombardata. Nel 1993 Albahari ha preferito emigrare in Canada per evitare le pressioni e i condizionamenti del nuovo establishment politico serbo in preda alla deriva nazionalistica. Ed è in Canada che prendono vita i suoi ultimi romanzi, tutti quanti incentrati sulla tragica esperienza jugoslava, ritratta tuttavia da punti di vista sempre nuovi e diversi. Il breve romanzo Goez e mayer (tradotto in Italia da Einaudi) descrive, per esempio, l'eccidio degli ebrei serbi durante l'occupazione nazista nella seconda guerra mondiale, mentre Pijavice è la storia dell'ascesa al potere dei nuovi nazionalisti. Il romanzo Mamac (pubblicato in edizione italiana da Zandonai con il titolo L'esca), del 1996, si è aggiudicato in patria l'importante premio NIN e il Balkanica Award come miglior libro dei Balcani. in precedenza, nel 1982, la sua raccolta di racconti Opis smrti gli è valsa il prestigioso Premio Andric.

INFO:

Zandonai editore
Via del Garda 32 - Rovereto (TN)

info@zandonaieditore.it
http://www.zandonaieditore.it/

mercoledì 1 aprile 2009

LA RUSSIA HA RICONOSCIUTO IL KOSOVO


La Russia, in modo del tutto inaspettato, ha riconosciuto il Kosovo. La Grande potenza che si è sempre contrapposta al disegno americano sul Kosovo è il 57° paese ad averne riconosciuto l'indipendenza dalla Serbia. A dare la notizia è stato questa mattina il presidente della Federazione, Dmitri Medvedev, di fronte alla Duma riunita in seduta speciale. "Abbiamo preso atto del fatto che il Kosovo è ormai una realtà di cui tener conto che garantisce e tutela tutti i suoi cittadini. Saremo comunque vigili sugli sviluppi in corso e promotori di supporto economico e integrazione sociale per la comunità serba" è questo il passaggio centrale di Medvedev. La notizia, che ha già fatto scalpore in tutto il mondo, ha spiazzato la Cina, ancora posizionata sul non riconoscimento del Kosovo indipendente, ma ha lasciato letteralmente esterrefatta la Casa Bianca. Buona parte del discorso del presidente Medvedev si è incentrato sulla "sorella" Serbia che "non sarà lasciata sola nel percorso dello sviluppo e dell'integrazione, certi, che con il nostro aiuto, ricoprirà un ruolo fondamentale nei Balcani" ha affermato il presidente russo. Il riconoscimento del Kosovo aprirà molto presto ad altri paesi [che per via del veto russo non si sono espressi sull'argomento indipendenza], la strada delle relazioni diplomatiche con il neonato stato balcanico. E' quasi sicuro che nel giro di qualche settimana altri 30 paesi [molti stati arabi], sulla scia della Russia, riconosceranno formalmente il Kosovo indipendente. L'evento di oggi sarà sicuramente ricordato come l'inizio di una nuova era per le relazioni Usa-Russia e non solo. "1 APRILE 2009: L'INIZIO DEL NUOVO SECOLO" è stato il titolo di uno dei principali giornali statunitensi.