domenica 28 ottobre 2007

URIME BAJRAMI

Anche una festività religiosa, in Kosovo, è simbolo di divisione.

Di buon ora, senza aver messo la sveglia, mi sono ritrovato volutamente tra l’enorme folla che usciva dalla palestra comunale, dove si era radunata per la preghiera del Venerdì. E’ il giorno del Bajram, giorno di chiusura del mese di digiuno caro ai musulmani.
La sera prima, in un caffè a Mitrovica-nord, ero venuto a sapere da un conoscente serbo che proprio per questo evento circa 50 uomini della Tzar Lazar Guard, un’organizzazione paramilitare le cui attività sono state proibite in Kosovo, sarebbero giunti a Mitrovica nord per monitorare e “proteggere”i suoi cittadini da possibili scontri. La curiosità era talmente tanta che alle 8 del mattino ho deciso di fare un sopralluogo. Ne è nata una giornata tutta particolare e carica di emozioni.
Come di consueto, ogni anno, in questa scadenza religiosa gli albanesi kosovari oltrepassano l’Ibar per pregare sulla tomba dei loro cari defunti. Alla locale stazione di polizia mi dicono che, alle 9 in punto, dall’isolato accanto sarebbero partiti i pullman scortati che avrebbero raggiunto il cimitero situato a circa un chilometro dal ponte. Su invito dell’agente di polizia, piuttosto che raggiungere il posto con l’autobus, ho deciso di incamminarmi solitario. Inizio il mio tragitto con una sosta al caffè Dolce Vita, dove mi assalgono tante fantasie. Uomini solitari seduti al bar mi fanno tornare in mente le parole dette da Sokol la sera prima. Accanto a me, infatti, ci sono figure alquanto particolari che, sorseggiando il caffè e fumando rabbiosamente, hanno lo sguardo fisso sul ponte, come se dovessero tenere sotto controllo ogni passante. Anche io desto le loro attenzioni quando ordino in inglese il mio caffè. Chi mai può essere questo straniero? Cosa starà mai facendo qui a quest’ora? Li vedo interrogarsi con gli occhi. Non mi sono fermato più di tanto. L’aria carica di fumo cominciava a farsi pesante. D’altra parte in quel bar situato subito dopo il ponte, le poche volte che mi sono fermato a consumare qualcosa, ho visto sempre persone tristi e pensierose. Forse per via del contesto politico attuale? O per via della granata che nel 2006 proprio lì aveva ferito un poliziotto Unmik (missione Onu in Kosovo)?
Mi trovo quindi catalputato per strada intento a gesticolare nel tentativo di scambiare pensieri con gli anziani che lungo i bordi della strada vendono frutta e verdura dall’aspetto genuino e nostrano. Mi hanno sempre incuriosito quegli enormi pomodori tutti irregolari che ispirano bontà. Ho sempre, però, evitato di comprarli pensando all’inquinamento da piombo che caratterizza l’area di Mitrovica. Comunque questo è un altro discorso! Un discorso ben più ''pesante'' di quello che ho dovuto affrontare io prima di scattare qualche foto a luoghi e persone del posto. Anche in questo il loro approccio e la loro indole verso gli stranieri si discostano completamente da quello degli albanesi kosovari, che appaiono molto più propensi al confronto e al dialogo. I serbi kosovari, da parte loro, sembrano invece cullarsi nello splendore del passato, sulla base del quale interpretano il futuro dimenticandosi a volte di vivere il presente.
Tra stupore e curiosità generali, arrivo sul posto, dove trovo le prime persone intente a pulire con zelo le tombe dei propri defunti dalle erbacce. Un anno di abbandono certo è un pò troppo, ma bisogna anche considerare il semplice fatto che i musulmani sembrano avere un approccio diverso dal nostro verso questo luogo santo. Più che in questa vita materiale e terrena loro credono in quella futura.
La polizia Unmik è già sul posto quando i due autobus stracolmi di gente giungono al cimitero. Ho provato una grande emozione, mi è venuto un nodo alla gola quando ho visto tutti quegli albanesi a una distanza così ravvicinata dai serbi che passavano da lì. Mai visto qualcosa di simile prima d’ora. Eppure tutto si è svolto in maniera serena, l’unica agitazione e preoccupazione era dentro la mia testa, che vedeva per la prima volta scene cariche di tanta emotività.
Giusto il tempo di scattare delle foto, che mi ritrovo bloccato dalla polizia. Soltanto una mia vecchia carta d'identià ormai scaduta ha evitato che mi mettessi nei guai.
Ho passato buona parte della giornata a nord e tutto mi è parso normale. Sembrava un giorno come tanti anche per il grigiore tipico di questo autunno kosovaro. Persino l’architettura in questa parte di Mitrovica - ferrosa e sovietica, tipica degli anni settanta – mi appare in sintonia con il tempo e con l’umore che oggi sembra dominare tra i suoi abitanti.
Nella parte sud, invece, oggi la gente è in festa: musica, giostre e petardi, caffè macchiati, passeggiate e tanto oziare.Prima di rientrare a casa, approfittando ancora della luce, decido di mostrare a Federica, appena giunta a Mitrovica, il quartiere Roma-Mahala. Ben prima di giungere sul posto, situato nelle vicinanze dello stadio di Mitrovica-sud, iniziamo a sentire un gran baccano: l’eco di musiche tradizionali. Nel quartiere, prima della guerra, vivevano circa ottomila persone R.A.E. (di etnia rom, ashskali ed egiziana). Durante la guerra tutte le abitazioni del Mahala sono state distrutte e i proprietari sono stati costretti a fuggire, chi in Serbia, chi in giro per l’Europa. Forte e molto attiva dall’estero è però la diaspora dei rom, critica sopratutto nei confronti delle Nazioni Unite per come stanno gestendo la loro causa. Comunque sia, a marzo di quest’anno è stato inaugurato ufficialmente il Roma-Mahala: una serie di case e blocchi multifamiliari sono già state ultimate. Da allora altre costruzioni si sono aggiunte, con accanto persino dei negozietti e piccole attività commerciali. Attualmente vivono nel quartiere più di 250 persone, molte delle quali bambini. Gente festosa che balla e beve, sorride e parla, ci accoglie. Tutta la comunità, a maggioranza musulmana, è intenta a festeggiare il Bajram. Così, all’improvviso, vedendo tutti quei colori sgargianti e quelle gestualità piene di libertà, che solo loro riescono ad esprimere - nonostante i cronici problemi sociali - anche io mi lascio travolgere. La gentilezza e l’allegria di quelle persone riscaldano anche la mia macchina fotografica.

articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net

domenica 7 ottobre 2007

LA CAMPAGNA D'AUTUNNO

In Kosovo l'attesa per elezioni tradisce l'ansia


MITROVICA. L’autunno kosovaro è iniziato cadenzato da una serie di appuntamenti importanti. Il mese del Ramadan (o “Ramazan”), festa cara ai musulmani, sta volgendo al termine. Siamo entrati nell’ultima settimana, venerdì 12, infatti, il mese di digiuno si concluderà con la grande festa finale. Mitrovica, la parte Sud, si è presentata da subito molto suggestiva e sotto una veste a me nuova: molta gente per le strade, tutti intenti alle compere per il pasto serale, caffe rumorosi affollati di uomini che non consumano nulla per via del digiuno. Una Mitrovica surreale poi quella delle 18.20. Puntalmente ogni sera a quell’ora, come d’incanto, la città si svuota. Nessuno per le strade, solo poche anime, anche le attività chiudono tutte: gli abitanti di Mitrovica si apprestano a terminare il digiuno con un lauto pasto. Subito dopo, quasi di getto, tutti si riversano nuovamente a popolare le strade cittadine.
Il tempo necessario per uscire rinvigoriti da questo mese di purezza e rigore spirituale e la città più controversa del Kosovo, così come tutta questa regione della Serbia, entrerà nel vivo della campagna elettorale. Le elezioni previste il 17 novembre rinnoveranno sia l’assemblea parlamentare del Kosovo che i comuni. La campagna elettorale nonostante verrà aperta ufficialmente soltanto nella seconda metà di ottobre, è già nel vivo. Tante le novità. Innanzitutto, la possibilità da parte degli elettori, di scegliere i propri candidati. In secondo luogo, nuovi candidati insieme a vecchie conoscenze. Pacolli, che appena pochi mesi fa ha trasformato la sua lobby in difesa della causa kosovara -molto influente all’estero- in un partito politico, ha riempito il Kosovo con cartelloni, a noi piuttosto familiari, in cui questo grande imprenditore mette in mostra sia le faraoiche opere architettoniche realizzate all’estero che l’elevato numero di kosovari impiegati. Piene sono anche le strade di posters con il volto energico di Haradinaj, potente veterano di guerra che dalle file dell’UCK gestiva la zona di Dukagjini. Anche oggi lo fa, seppure da una posizione differente, apparendo, tuttavia, altrettanto forte e potente come in passato. Infatti, nonostante la sua assenza fisica dal Kosovo in quanto sotto processo all’Aja per crimini di guerra, è riuscito con il consenso di UNMIK ad essere inserito nella lista dei candidati. L’unica cosa che il suo partito, l’ AAK, non è riuscito ad ottenere, è stato lo slittamento delle elezioni a data futura, in modo tale da poter garantire (forse) anche la presenza fisica dell’ex Primo Ministro kosovaro.
Dalla parte serba, invece, il problema non si pone: le elezioni sono boicottate. Il “Niet” giunto da Belgrado è chiaro. Eppure anche qui qualche opportunista politico ha pensato bene di scendere in campo per la carica di sindaco di municipalità serbe, forte della mancanza di avversari.
Si tratta di elezioni molto imporanti, che cadono in un periodo molto delicato. Sono elezioni che dovevano tenersi l’anno precedente ma che, per via della discussione sullo status presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la diplomazia UNMIK è riucita a posticipare, pensando di risolvere la spinosa questione dello status di lì a poco. A distanza di un anno, il macigno dello status incombe ancora nell’agenda politica delle diplomazie occidentali, e non solo. Ma, la democrazia deve pur avere il suo corso e le elezioni non possono più essere posticipate. Con che contenuti i candidati pensano di riempire i loro programmi elettorali è veramente difficile saperlo. La classe politica locale ha speso ormai tanto e tutto per l’indipendenza: “Abbiate pazienza, presto saremo uno stato”, tutti dicevano.
Per il momento vecchie logiche e spesso pessime abitudini pre-elettorali, anche queste a noi certo familiari, hanno spinto l’attuale classe politica ad accantonare –ancora una volta- i molteplici problemi, come l’elettricità (che manca fino a 5-6 volte al giorno per almeno un’ora) per dedicarsi a quello che, visibilmente parlando, ha un impatto immediato tra l’elettorato: il rifacimento delle principali arterie cittadine e la costruzione di opere d’arte dal gusto dubbio ma etnicamente definite. Il tutto è contornato da operatori che svolgono “lavori socialmente utili”, certo facilmente vendibili agli elettori in un paese con tassi di disoccupazione che vanno dal 47 al 70%.
Appena i dati elettorali saranno pronti per essere dati in pasto a giornalisti e tecnici per le loro articolate analisi, sarà già tempo di pensare ad altro, ed in particolare, all’ultima e più importante scadenza del 2007: la decisione sullo status. Sono già ripartiti i negoziati tra Belgrado e Pristina sulla ridiscussione del Piano Ahtisaari. Si tratta, ancora una volta, di sterili incontri che non si intersecano in nessun punto dell’agenda programmatica. Visioni diametralmente opposte e divergenti sull’assetto futuro del Kosovo. Faccio a meno di aggiungere le mie parole a quanto già ampiamente riportato su giornali e riviste in merito ai due modelli presentati dai due governi. E’ chiaro a tutti però che la spinosa questione non è più faccenda interna, sempre che prima lo sia stata, ma deve essere inquadrata ed inserita in un contesto geopolico più complesso. Personalmente, non credo che la scadenza del 10 dicembre, fissata dalla Comunità Internazionale, venga rispettata neanche questa volta. Bisognerà aspettare, credo, il 2008, ed in particolare i risultati delle elezioni in Russia. Solo allora il contesto kosovaro potrà forse superare la stasi degli ultimi anni. Per ora, ciò che emerge è una situazione di insofferenza generale verso lo status quo che crea solo acqua stagnante, soprattutto quando non sembrano esserci sbocchi possibili. Le due inconciliabili visioni in gioco del contesto kosovaro sono presenti entrambe, in tutte le loro forme e tonalità, a Mitrovica, un concentrato di delusione, amarezza, rabbia repressa e mondi non comunicanti. Il Kosovo oggi è tutto questo. Mitrovica, ne è la capitale.
Due mondi, due lingue, due culture, due monete, due religioni diverse che in questi otto anni non hanno dialogato tra di loro. Neanche un pò. La Comunità Internazionale deve farsi autocritica su tutto questo, sui tanti errori fatti in passato e su quelli che continua a fare. Una cosa è certa, e mi è balzata agli occhi: ho rivisto una città che già ricordavo dal 2006 apparentemente tranquilla e calma ma che oggi è ancora più radicale: in questa fase di stallo le due fazioni estreme sono in fermento. Sempre il fiume Ibar ne è protagonista. Dalla parte sud del fiume, infatti, balza agli occhi la gigantografia di Ramush Haradinaj, che recita, ovviamente in albanese, “Insieme per il Kosovo”.Dall’altra parte, dalla parte nord, ad appena 30 metri di distanza da quest’ immagine, campeggia un monumento ai caduti serbi dei bombardamenti NATO del 1999, da poco inaugurato, in cui figura una lunga lista in cirillico di nomi e cognomi. A destra del ponte, sempre nella parte nord, si sta ultimando il grande palazzo di TELECOM SERBIA, la cui scritta è già ben visibile anche dall’altra parte del ponte. All’interno infine, in una posizione più riparata ma sempre comunque ben visibile a qualunque passante, anche internazionale, risalta all’occhio il manifesto con su scritto “In the name of God and Justice do not make our holy land a present to the albanians”. In basso, sempre sullo stesso, accanto a vari ritratti di Putin una scritta in serbo: “Russia aiutaci”. Forse, sono solo pure coincidenze; coincidenze però che fanno riflettere.

articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net