giovedì 29 maggio 2008

IN EVIDENZA

Giovedì 5 giugno, ore 18,00 Palazzo del Turismo
inaugurazione della mostra fotografica:

XIV edizione del Premio Giornalistico Televisivo "Ilaria Alpi"

Riccione 1 - 7 giugno

DISPACCI DAL FRONTE

di LIVIO SENIGALLIESI
a cura di Carla Costamagna Martino

Dall’Afghanistan alla Cecenia, dal Kosovo a Gaza, dal Vietnam al Rwanda al Congo.

In pochi scatti Senigalliesi riesce a condensare il non senso della guerra: la sofferenza di chi rimane, la dignità delle vittime, la voglia di vivere e ricostruire
Più che azioni di guerra, le immagini ci testimoniano le conseguenze dei conflitti, i durante e i dopo. In esse riconosciamo «la voglia di capire le ragioni dell’odio, di comprendere le tragedie causate dalla follia umana». Una testimonianza sulla tragedia della guerra così come viene vissuta sul campo, senza aggettivi, senza la retorica della comunicazione mass-mediatica.Le fotografie sono tratte dal volume Reporters sans frontières, Dispacci dal fronte (EGA Editore)

Il fotografo
Livio Senigalliesi, fotogiornalista indipendente, è membro della sezioni italiana di Reporters sans frontières. Collabora con le più importanti testate italiane e straniere ed è autore di numerosi libri e mostre fotografiche.
Per saperne di più sull’autore: www.liviosenigalliesi.com

domenica 25 maggio 2008

UN ASPETTO POSITIVO DELLO STATO MULTIETNICO

L'Assemblea del Kosovo approva la Legge sul Calendario delle Festività Ufficiali

PRISTINA. Dopo tre lunghi giorni di pressione da parte del Governo e dei rappresentanti dell'International Civilian Office (nuova struttura di stampo prettamente europeo per il supporto alle istituzioni kosovare) il Parlamento della Repubblica del Kosovo (è così che bisogna chiamarla e anche l'Italia l'ha riconosciuta come tale) ha approvato la legge sulle ricorrenze ufficiali. Nella lista figurano tre date fortemente volute dai parlamentari di etnia albanese, alle quali vanno aggiunti altri cinque importanti giorni per le minoranze. Il potere legislativo ha stabilito che il 28 Novembre o festa della bandiera (il 28 del 1912 è stato il giorno dell'indipendenza albanese dall'Impero Ottomano) sarà ora ricordato come la giornata degli Albanesi; il 12 Giugno, conosciuto come giorno della Liberazione del Kosovo, sarà festeggiato da oggi in poi come il giorno della Pace, mentre il 6 Marzo o giorno dei Martiri, passerà alla storia come la giornata della Memoria e del Rispetto per i Veterani di Guerra.
Il testo della legge riporta anche, e giustamente, trattandosi il Kosovo di uno Stato multientnico, le ricorrenze per tutte le altre minoranze che vivono qui e che sono altrettanto rappresentate nella nuova bandiera che poco piace ai suoi cittadini. Il lungo elenco riporta il 15 Febbraio come la giornata degli Ashkali, l'8 Aprile la giornata dei Rom, il 23 Aprile il giorno dei Turchi, il 6 maggio quella dei Gorani e infine il 28 Settembre il giorno dei Bosniaci. La Pasqua e il Natale Ortodosso rientano ovviamente nella lista.
Se accanto a queste ricorrenze aggiungiamo tutte le altre che il popolo del Kosovo è abituato a festeggiare (lasciando da parte il mese di Ramadan, quello del digiuno che disabilita tutti) dobbiamo inserire la festa di inizio e di chiusura del Ramadan che durano rispettivamente tre giorni ciascuno, il 25 Dicembre non si tocca, idem per l'1 Gennaio, ovviamente il 1 Maggio, poi la festa dell'Europa che è un "must" e da queste parti ci tengono in molti a festeggiarla, il 15 Agosto, e sicuramente qualche altra festività di minor conto che adesso sfugge. C'è di buono una cosa e cioè che finalmente in maniera ufficiale e con legge dello Stato si è fatto ordine al calendario delle festività, perchè sino ad ora chiunque poteva, anche il giorno prima, avvisarti dispiaciuto di non poter partecipare ad un evento o recarsi a lavoro perchè il giorno dopo si sarebbe festeggiata la Pasqua ortodossa o dell’altro. Il nuovo calendario kosovaro presto verrà stampato tutto in rosso e almeno sulla carta il riconoscimento delle minoranze sarà garantito. Con il beneplacito delle Istituzioni tutti potranno festeggiare e festeggiarsi. Certo questo è un inizio a rilento per la neonata Repubblica del Kosovo che ha tanto da lavorare e poco da festeggiare.

articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net e peacelink.it

domenica 18 maggio 2008

DOPO L'11 MAGGIO

L’11 maggio è passato e le elezioni serbe in Kosovo si sono tenute in un clima sereno e tranquillo. Non sono stati riportati importanti brogli elettorali nè scontri ai seggi, tranne un unico caso isolato in un’enclave serba tra un piccolo gruppo di elettori e la commissione. Fatto irrisorio comunque. Di questa domenica di maggio due elementi balzano agli occhi: una discreta affluenza alle urne e l’espressione di un voto radicale. Il partito di Nicolic (SRS) ha fatto il pieno dei voti qui in Kosovo.
La vittoria dell’ala più morbida e filo-europea è sicura
mente un ottimo risultato e potrebbe aprire scenari nuovi e più colorati, non da ultimo l’implementazione dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione che aprirà la strada alla cooperazione economica –milioni di euro quindi- tra l’Unione Europea e la Serbia, con risvolti positivi per il Kosovo stesso.
Questa vittoria di Tadic, il carismatico leader del Partito Democratico (D
S), è stata accolta con un certo gradimento dagli ambienti politici kosovari e dalla sua stessa società civile. Ci si augura, pertanto, che aria fresca possa presto arrivare qui in Kosovo nella calda stagione estiva alle porte, dopo aver compreso, però, che quest’ultimo voto uscito dalle urne del Kosovo (115.000 erano i cittadini registrati) è un voto estremista che racchiude malcontento e rabbia, in controtendenza rispetto al resto della Serbia.

É bene fare un passo indietro e cercare di inquadrare il contesto in cui sono maturate queste elezioni. Praticamente in seguito all’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo ed ai disaccordi venutisi a creare all’interno del governo Kostunica, quest’ultimo per queste ragioni l’8 Marzo si dimette. Nove giorni dopo (17 Marzo) avvengono gli scontri a Mitrovica per l’occupazione del tribunale penale da parte di un gruppo di dipendenti stessi. Nel corso di tali scontri un giovane di vent’anni, soldato di nazionalità ucraina della Kfor, perde la vita ed altre 150 persone, tra dimostranti e soldati del contigente Kfor, rimangono feriti. Sul caso ci sono ancora accertamenti in corso ed un team dell’ONU composto da quattro esperti è venuto appositamente da New York per svolgere le dovute indagini e cercare di ricostruire l’accaduto. Ma quel che è certo è che sono state commesse alcune leggerezze da parte di Unmik, nel consentire prima e per un arco di tempo lungo (4 giorni) l’occupazione del tribunale, e come conseguenza di ciò, l’aver deciso di intervenire, per allontare gli occupanti, proprio il 17 marzo giorno dell’anniversario degli scontri del 2004, ben più tragici di quest’ultimi. La decisione di occupare il tribunale, da parte del gruppo serbo, è stata indubbiamente un atto forte, illegale, l’ennesimo atto di forza commesso dalla Serbia nei confronti di Unmik. Una cosa è certa: il tribunale non andava occupato ma anche Unmik non doveva intervenire proprio quel giorno, anche se poco o nulla sarebbe cambiato sul piano mediatico. Intervenire infatti due giorni prima o uno dopo non avrebbe cambiato nulla (i fatti di marzo del 2004 si svolsero dal 16 al 19). Da allora però molte Organizzazioni internazionali operanti a Mitrovica nord hanno dovuto fare i conti con una popolazione provata, amareggiata e diffidente verso il personale internazionale, ed hanno dovuto fare marcia indietro, arretrando o azzerando il lavoro implementato in anni. Inutile però dilungarsi su questo fronte che occupa un’altro capitolo. Altro elemento intercorso durante questo breve periodo, avvelenando ulteriormente il clima e l’animo della popolazione serba, è stato il verdetto finale del Tribunale Internazionale dell’Aia che non ha ritenuto colpevole per i reati di genocidio, stupro e violenze Ramush Haradinaj, l’ex Primo Ministro del Kosovo, riabilitandolo quindi come leader kosovaro.

E’ in questo clima che si è tenuta la breve campagna elettorale, e per di più in un momento di piena crisi Unmik sopraggiunta dopo tale evento. Nell’ultimo periodo, 18 marzo-10 maggio, Unmik ha cercato, ma ancora non c’è riuscita, una possibile via d’uscita e di tenuta alla crisi che la sta attraversando –crisi di management e di leadership al vertice, mentre la Serbia ha tentato più volte di forzare la mano, prima con l’invio di ingenti aiuti umanitari dalla Russia di Putin indirizzati alle enclaves serbe del Kosovo senza chiedere il dovuto coinvolgimento nelle procedure e nella gestione di tali aiuti a Unmik e le istituzioni kosovare (evento che ha creato non poco imbarazzo tra la comunità internazionale presente in Kosovo ed Unmik stessa). Poi, nonostante il parere contrario dell’amministrazione internazionale in Kosovo, i centri decisionali a Belgrado hanno deciso di tenere anche qui nella loro provincia le elezioni per il rinnovo del Parlamento e delle amministrazioni locali. L’impasse causata dalla titubanza iniziale e non-decisione in merito da parte di Unmik è stata superata dal loro acconsentire solo alle elezioni politiche sul territorio, in quanto viene riconosciuta ai serbi kosovari la doppia cittadinanza. Non sono state autorizzate invece le elezioni per il rinnovo dei comuni. Rucker, numero uno di Unmik, è stato lapidario al riguardo anche il giorno delle elezioni con dichiarazioni che non lasciavano nessun possibile fraintendimento: “Queste elezioni sono illegali”; “Elezioni illegali non potranno avere conseguenze legali”. Nonostante ciò, e con un basso profilo di Unmik, l’ennesimo, le elezioni di Maggio si sono tenute in un clima di assoluta tranquillità. È bene ricordare che in base alla risoluzione ONU 1244, ancora in vigore, Unmik ha il diritto e il potere di amministrare il Kosovo (lo sta facendo dal 1999) e, in veste di questo incarico, è l’unica e la sola autorità che può autorizzare le elezioni in Kosovo ed in tutto il suo territorio, che è ancora, in forza della stessa risoluzione, considerata una provincia della Serbia. Questo è uno dei tanti paradossi della politica internazionale. Tale clima ha preceduto dunque il voto dell’11 Maggio in Kosovo. Ma si spera aria nuova arrivi presto. Potrebbe essere giunta l’ora di voltare pagina per quel che riguarda la gestione generale che sino ad ora è stata fatta del “Caso Kosovo” ed aprire un nuovo capitolo. C’è ancora tempo per avviare un costruttivo dialogo tra i serbi e gli albanesi kosovari, con il dovuto supporto della comunità internazionale. Ci sia augura che quest’ondata blu-europea rinfreschi l’aria portando idee nuove e costruttive, fosse solo per risolvere l’affannosa questione della popolazione serba in Kosovo. Questo è possibile ad almeno una condizione e cioè che Belgrado, percependosi ora più ad ovest di quanto immaginava prima e non servendosi più del salvagente russo, cambi atteggiamento nei riguardi del Kosovo delle istituzioni di Unmik e dei cittadini serbi che vivono qui. La politica cieca e ostruzionista di chiusura verso le istituzioni del Kosovo ha avuto conseguenze negative proprio sui serbi stessi che vivono qui, sulla loro libertà di movimento e di partecipazione alla cosa pubblica. Belgrado avrebbe ottenuto di più facendo partecipare i serbi, in varie forme e modi, alle istituzioni del Kosovo in maniera unitaria ed organica, anche per cercare di lottare dal di dentro avanzando proposte fattibili ed alternative a quelle albanesi, e riservandosi eventualmente in seguito a disaccordi il diritto di manifestare il proprio dissenso con forme legittime di proteste. Oggi è bene che si inizi a dare peso e spessore alle esigenze e alle richieste dei tanti serbi che vivono in Kosovo allentando una volta per tutte la corda del ricatto e del controllo (le armi del passato). Bisogna ripartire dal basso, dalla strada maestra, ed avviare quantomeno forme embrionali di dialogo tra le parti. Sino ad ora e per tutti questi nove anni ciò è mancato, in tutte le sue forme ed espressioni e a tutti i livelli della politica. Non esiste un incontro alla luce del sole, una conferenza –Vienna a parte-, un minimo contatto formale tra le due parti, figurarsi una foto che immortali la stretta di mano tra i leaders. Si vociferava poco tempo fa di un presunto incontro dietro le quinte del palazzo di vetro a New York tra Thaci (Primo Ministro del Kosovo) e Tadic (Presidente della Serbia), categoricamente smentito da uno dei due.
Tutto ciò è gra
ve e la comunità internazionale dovrebbe interrogarsi su questo. È sua infatti una gran fetta di responsabilità. La creazione di barriere, simboliche e non, sono un nostro prodotto e di questo Mitrovica è il risultato più emblematico: una città praticamente divisa in due parti nette, distinte e contrapposte. Questa classica politica del “divide et impera” ha maturato questo frutto bastardo. La comunità internazionale scesa in campo ad interporsi tra le due opposte realtà non poteva e non può permettersi il rischio di perdere tra i suoi uomini delle vite umane. Timorosa di ciò ha come tenuto legati ad una catena due pitbull (continuamente maltrattati dai loro rispettivi padroni) che con il passare del tempo si sono via via sempre più inferociti bavando di rabbia. Si potrebbe supporre che se lasciati liberi di esprimersi, sotto la supervisione del loro guardiano, in un primo momento abbaieranno animosamente, ma finiranno, quando non sentiranno più il fiato di altri sul collo, con l’annusarsi, accettarsi l’un l’altro e condividere poi lo stesso recinto. Questa metafora potrebbe spiegare l’ovvia conclusione che la dialettica sino ad ora portata avanti solo dall’alta diplomazia è servita a poco. Tale politica che ha fatto del “Caso Kosovo” una partita tra Usa e Russia, delicata per gli equilibri geopolitici mondiali (con forti influenze sugli altri attori, Belgrado inclusa), non ha certo risolto concretamente ed in maniera duratura i destini di chi il Kosovo lo popola e che proprio per questo, mi riferisco ai serbi del Kosovo, in più occasioni e su questioni pratiche, hanno mostrato alternative diverse a quelle volute ed attuate da Belgrado.

articolo pubblicato sul sito di peacelink.it

domenica 11 maggio 2008

ELEZIONI SERBE NEL CUORE DEL KOSOVO

Gracanica, nonostante l'indipendenza, si sente Serbia. E alle presidenziali vota in modo opposto al resto del paese



GRACANICA . Giorno importante questo 11 maggio 2008 per la Serbia e i destini del Kosovo. I cittadini serbi –di Serbia e Kosovo- sono alle prese con questa nuova scadenza elettorale per rinnovare il Parlamento e le amministrazioni locali. Una doppia scadenza tutta incentrata su temi legati al destino dell’integrità territoriale della Serbia, al suo futuro e all’inaccettata indipendenza del Kosovo da parte di Belgrado che hanno acceso una campagna elettorale altrimenti poco emozionante. Per il modo in cui sono giunte queste elezioni – dimissioni del governo Kustunica proprio a seguito della recente autoproclamata indipendenza del Kosovo – la partita oggi è stata molto seguita tra i cittadini serbi kosovari. Anche Unmik, seppur ancora in mezzo ai tanti problemi di management venuti a galla dopo i recenti scontri di Mitrovica, si è fatta sentire. E’ da un mese che Joachim Rucker, massimo rappresentante Unmik, dopo una fase iniziale di titubanza e non-decisione, continua a ribadire giorno per giorno che, sebbene i serbi del Kosovo siano considerati idonei a votare per i propri rappresentanti in occasione di questa tornata elettorale -è riconosciuta loro la doppia cittadinanza- lo stesso non può dirsi per le elezioni locali che saranno dichiarate invalide da Unmik non ultimo in quanto, parole del suo capo, “alimentano e rafforzano quelle strutture parallele che Belgrado ha supportato sin dal 1999”. “Elezioni illegali non potranno avere conseguenze legali”, sentenzia Rucker. Basso profilo quindi di Unmik e inesistente presenza di delegati Osce evidente ai seggi di Gracanica. Visibile era invece la presenza di pattuglie Kfor fuori dai seggi e lungo le arterie cittadine.
Nel giorno tanto atteso delle elezioni serbe qui si respirava così un’aria tesa nonchè carica di pioggia in questo piccolo villaggio nel cuore del Kosovo. Situata a pochi chilometri da Pristina, Gracanica conta la più alta concetrazione di serbi kosovari, Mitrovica escusa ovviamente, anche se la città sull’Ibar oggi più di ieri è simbolo della demarcazione politico-territoriale tra Kosovo e Serbia. La piccola comunità di Gracanica è l’espressione più colorita di multietnicità sul suolo kosovaro. Accanto alla popolazione serba vi vivono infatti un ristretto numero di albanesi kosovari, rom e bosniaci. Tuttavia, anche se per lo meno agli occhi di uno straniero non risalta una divisione netta e una duplice immagine della città, come succede invece con Mitrovica, parlare di osmosi tra le varie etnie presenti a Gracanica è sicuramente eccessivo. Proprio qui nel 2004 un diciassettenne, Dimitrije Popovic, venne ucciso da proiettili sparati da una macchina in transito sulla strada principale che attraversa Gracanica e che collega Pristina ad altri centri albanesi. La peculiarità di Gracanica la rendeva oggi importante e carica di significato; poteva renderla anche particolarmente vulnerabile. Infatti se disordini potevano verificarsi oggi in Kosovo in occasione delle elezioni serbe, certo Mitrovica questo 11 maggio sarebbe stata risparmiata. Possibili bersagli da parte di “teppisti” potevano essere invece proprio centri come Gracanica. Fortunatamente così non è stato. Una mattinata calma e tranquilla si è vissuta qui, sia dentro il seggio, affollato sin dalle prime ore del voto, che sulla strada principale, dove autobus e macchine di albanesi kosovari la attraversavano indisturbati e indifferenti. Come prevedibile alta è stata l’affluenza alle urne. Tante le persone che già alle 11.30 di mattina avevano votato, sopratutto persone di mezza età, maggiormente uomini, e particolarmente anziani. I tanti giovani hanno a disposizione l’intero pomeriggio per farlo e sicuramente lo faranno. Visibile è stata anche la presenza di alcuni membri della comunità rom. Giornata importante anche per loro quindi, i quali, decidendo di votare, hanno popolato la scuola sede del seggio, dove le tante signore rom, quasi a sottolineare l’unicità dell’evento, sfoggiavano un’eleganza ed un’accuratezza nell’abbigliamento piuttosto inusuale. Considerando la posta in gioco, ossia le aspettative e il futuro stesso dei cittadini serbi del Kosovo, queste elezioni sono state percepite come molto importanti. Ciò è riflesso oltre che nelle parole della gente, che fuori dai seggi mostrava speranze rimaste inalterate negli anni, nell’alta affluenza ai seggi, sicuramente in controtendenza rispetto al resto della Serbia: l’espressione quasi certa di un voto che sarà radicale.

articolo pubblicato sul sito di carta.org; lettera22.it; peacereporter.net; peacelink.it