lunedì 29 giugno 2009

L'INTERVISTA. DA IL REPORTER.COM

di Luca Ferrari

Tra il bianco della neve e il nero delle ombre, una mostra fotografica racconta la quotidianità di questo piccolo paese nel cuore d’Europa attraverso i volti e i paesaggi di Peja/Pec e Pristina, Mitrovica e Gorazdevac. Un viaggio visivo nella quotidianità di malinconie e sogni che scandiscono il tempo di questo nuovo stato.

Ad accompagnarmi in questo viaggio nei volti e nelle città, sono il fotografo Ignacio Maria Coccia, che collabora con le maggiori testate italiane, e Raffaele Coniglio, cooperante italiano impegnato in Kosovo dal 2005, e già autore su questo stesso giornale di interessanti articoli sull’ex-provincia jugoslava.

Sig. Coniglio, com’è la situazione attuale in Kosovo?

Si è abbastanza normalizzata, e questo perché con l’indipendenza ottenuta la parte albanese ha raggiunto il suo obiettivo (e vive il suo sogno). Anche dal versante serbo si registrato positivi passi in avanti. Sebbene la situazione sia migliorata rispetto alla fase pre-indipendenza, quando gli incidenti nella parte nord del Kosovo assumevano toni piuttosto accesi, rimane ancora l’amaro in bocca (e si vive nell’incertezza). L’arresto di Radovan Karadzic (responsabile di crimini di guerra e di genocidio nel conflitto in Bosnia del 1992-95) e l’apertura del nuovo governo serbo all’Occidente sembrano comunque inaugurare una nuova era più propensa al dialogo e alla cooperazione.

Lei e il suo collega, che cosa volete svelare con questo lavoro?

L’aspetto giovane e sfaccettato di questa società multi-culturale. In un piccolo stato si trova un’interessante varietà di lingue, costumi e tradizioni, senza dimenticare l’aspetto religioso. La si respira con facilità dappertutto, e questo nonostante i problemi di interrelazione che non riguardano solo serbi e albanesi, ma anche rom, gorani, bosniaci e turchi. Il nostro intento è quello di far conoscere aspetti del Kosovo insoliti e nuovi, cercando soprattutto di mettere in risalto l’essenza più intima e vera di quella pluralità di anime che vivono oggi questo staterello appena costituitosi. Qui, rispetto, folclore, forti legami familiari e senso di appartenenza sono caratteristiche ben visibili che si sono mantenute quasi intatte per secoli.

In questa situazione di labile stabilità, l’Unione Europea fa qualcosa?

L’UE purtroppo non è per nulla compatta in Kosovo. Il fatto che non tutti i paesi membri abbiano riconosciuto questo nuovo stato è una evidente debolezza che si riflette negli sforzi ancora di scarso impatto e poco lungimiranti di Eulex (European Union Rule of Law Mission in Kosovo) che ha da pochi mesi affiancato la missione Unmik e presto la sostituirà completamente. Finché la cooperazione verrà percepita come mera assistenza invece di una potenziale terra di investimento e collaborazione economica, si potrà fare ben poco.

Avete puntato i riflettori sulla gente e sui luoghi. Cosa trasmettono secondo lei?

Il Kosovo è un posto incredibile. Si passa da posti bellissimi con case immerse nella natura, alla desolazione più spettrale. I segni della guerra ci sono ancora, nelle case bruciate, nelle scritte sui muri e tra le rughe e gli sguardi tristi della gente. Negli occhi di giovani e vecchi si percepisce ancora il rancore. La diversità è ancora oggi un segno di divisione.

La mostra “Kosovo: incertezze e sogni” sarà inaugurata venerdì 3 luglio (h. 19) a Bari, presso il Fortino di S. Antonio (via Re Manfredi), e sarà visibile fino a mercoledì 15 luglio (orario 10-13 e 18-21). Alla presentazione saranno presenti l’assessore al Mediterraneo e alla Cooperazione Economica della Regione Puglia, Silvia Godelli, e l’Ambasciatore d’Italia in Kosovo, Micheal L. Giffoni.

Metafora del Kosovo sta forse in quell’immagine della ragazza a Pristina che si guarda alle spalle (il passato), come se fosse preoccupata da qualcosa che le possa impedire di raggiungere un futuro. E per quanto sia difficile e doloroso, e la tempesta in fondo sembra stare lì a ricordarcelo, l’unica soluzione viabile è quella di voltare pagina e iniziare un nuovo cammino


LE FOTO DELL'ARTICOLO


venerdì 26 giugno 2009

KOSOVO: INCERTEZZE E SOGNI


Il 3 Luglio, in occasione dell'inaugurazione della mostra fotografica "Kosovo: incertezze e sogni" verr
à presentato il volume fotografico che la Paoletti D'Isidori Capponi Editori ha pubblicato. Il libro, con la prefazione dell'Ambasciatore d'Italia in Kosovo, Micheal L. Giffoni, testi di Ennio Remondino, Renata Ferri e del sottoscritto, è meraviglioso. Ovviamente il mio giudizio è molto fazioso.

"Kosovo, incertezze e sogni”. Lo sguardo altro. Ogni luogo è una suggestione. Nessuno escluso. Per un fotografo, un’occasione per guardare con gli occhi del narratore. Però il Kosovo è più di un pretesto visivo. E’ il “luogo” del nostro presente. La nostra guerra contemporanea, quella che ci ha sfiorato. Proprio qui, sotto casa, al di là del mare delle nostre vacanze. Qui è successo quello che non avremmo mai immaginato. Increduli abbiamo seguito le cronache, atteso gli sviluppi. Ci siamo indignati, sconvolti. Abbiamo sofferto, per giorni che sono diventati mesi e poi anni. Immagini a flusso continuo sono arrivate puntuali, drammatiche, intense. Abbiamo guardato e sperato. Letto ogni diario, cronaca del presente così vicino eppure così diverso. Noi, artefici dell’informazione visiva, creatori di storie, attenti ogni volta al mondo circostante siamo stati spiazzati, disarmati di fronte a quello che non cessava di essere. La guerra in Europa: pulizia etnica, genocidio, fosse comuni, e strupri. Parole fino ad allora echi di mondi lontani o di passato remoto. Una generazione di autori si è misurata con questa tragedia. Reporters, giornalisti, visionari e poeti dello sguardo. Ignacio è uno di loro. Un appassionato, un credente, uno convinto di quello che vuole raccontare. Uno che ha incontrato una terra straniera e l’ha fatta sua. Un fotografo che ha saputo farsi accogliere, ospitare e amare. Obiettivo centrato. Ha viaggiato, si è mosso dalla città alla campagna, ha incontrato le persone e ci ha parlato. Nelle sue immagini non ci sono mai folle. Le persone non sono mai lì per caso. Sono nell’intimità della loro vita o della loro funzione. Sono preti, giovani e donne. Sono anime che il fotografo ha cercato e colto. L’intimità è anche quella della relazione che lui intensamente ha cercato. Pochi interni, pochi oggetti. Al narratore interessa la strada, lo spazio, la vita sotto questo cielo che ha visto tutto, che sa troppo. Ignacio Maria Coccia percorre strade innevate e campi grigi sapendo bene che sotto i suoi piedi il sangue si è seccato ma la terra è rimasta ferita. Lo sa, si vede nelle sue fotografie. Si respira nell’aria che ha catturato. Carica del dramma, gelosa della memoria. Le sue fotografie sono istanti lenti. Non si muove la vita. Non corre il tempo. Si delineano figure di giovani che attraversano strade. Sguardi fieri s’imprimono nei nostri occhi. Questo libro abbraccia la storia, scava in quelle immagini del tempo finalmente sopito. Attinge alla memoria ma ci dice che ora, in questo nuovo presente, questa terra e la sua gente sono salvi. Ignacio Maria Coccia mette la sua fotografia sull’asse del tempo, consapevole di questo grave passato ci trasporta con un linguaggio intenso e poetico dal prima all’ora. Dalla tragedia alla salvezza. Le sue immagini hanno un tratto antico che le rende nobili e coerenti, capaci di trasportarci nel tempo. Un impegno indispensabile. Non poteva essere altrimenti. L’autore ha scelto di raccontare proprio questo. Incurante degli abbagli, delle seduzioni dell’oggi, dei colori che brillano e rendono edulcorata la realtà. Lui con coraggio sceglie la lingua della fotografia dei maestri del reportage più puro. Documenta, interpreta luce e spazio. Cattura e rilascia il tempo con amore per la sospensione. Come se ogni domanda, immaginiamo, non dovesse avere risposte. Lui ci conduce e in questo viaggio tra le ombre della nostra storia recente, riscopriamo, ricordiamo; fermandoci sulle pagine di questo libro ci sembra di sentire quegli echi dolorosi. Questo succede quando la fotografia parla al cuore. Quando un autore con coraggio, umiltà e passione si dedica, si innamora, si muove e non si accontenta di ciò che appare. Aspetta, torna e ritorna. Si affida al suo sguardo poetico e ci restituisce l’intensità della realtà, quella realtà interiore dei soggetti fotografati in relazione con lo spazio ed il tempo in cui si trovano: umani e non che nella scena dell’immagine di questo fotografo sono sagome della storia, incorporee figure dell’anima. Le ritroviamo nelle pagine di questo libro, a volte leggermente spostate, ma presenti, mai accessorie. Uomini e donne con una loro identità, luoghi definiti. L’autore è discreto, non sentiamo mai il suo passo. Sembra non lasci tracce, le sue orme sono leggere sulla neve fresca. Non ingombra, come un reporter che vuole darci l’interezza dell’immagine senza farci pesare la sua scelta. Ignacio non ingombra il campo. Non è nelle sue intenzioni. Questo libro è una dichiarazione d’amore per la fotografia, per la luce che il bianco e nero sa filtrare, potente scelta della fotografia documentaria che l’autore vuole realizzare. Non ci dice di più di ciò che ci offre allo sguardo. Domande, nessuna risposta. Le immagini conservano il mistero necessario. Quello della vita: tra memoria, presente e futuro. Sereni, a volte inquieti liberi di guardare. 20.06.09 Renata Ferri.

Paoletti D'Isidori Capponi
Editore

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Tel. 0736.252658

Email: info@pdceditori.it



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lunedì 8 giugno 2009

KOSOVO. INCERTEZZE E SOGNI


Dal 3 al 15 Luglio a Bari presso il Fortino di S. Antonio, via Re Manfredi, Centro Storico di Bari. Mostra fotografica "Kosovo. Incertezze e Sogni".

Inaugurazione venerdì 3 Luglio, ore 19:00. All’evento saranno presenti l’assessore al Mediterraneo e alla Cooperazione Economica della Regione Puglia, Silvia Godelli, e l’Ambasciatore d’Italia in Kosovo Micheal L. Giffoni

Orario: tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.oo e dalle 18.00 alle 21.00.

L'evento e' organizzato da D.K.S. (Developing Kosovan Society) con il contributo della Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo e alla Cooperazione Economica, il patrocinio dell'Ambasciata d'Italia in Kosovo e dell'Assessorato alle Culture del Comune di Bari.



La mostra fotografica dal titolo “Kosovo: incertezze e sogni” ripercorre gli ultimi anni del Kosovo visti dallo scatto sensibile del fotografo Ignacio Maria Coccia che collabora con le maggiori testate italiane e le esperienze vissute da Raffaele Coniglio, cooperante impegnato in Kosovo dal 2005. Incertezze e sogni, paiono essere agli autori due sostantivi che maggiormente racchiudono il sentire comune delle due principali etnie che compongono il Kosovo, da decenni in conflitto tra loro.
Tra il bianco della neve e il nero delle ombre viene colta e quindi proposta al pubblico la luce dei volti e dei paesaggi desolati tra Pec e Pristina, Mitrovica e Gorazdevac. Viene messa a fuoco una quotidianità fatta di lavoro, casa, spiritualità, rispetto e culto delle tradizioni ancora sentite. E’ forse la quotidianità vissuta fino in fondo a fare da antidoto, pur se fugacemente, alle malinconie, alle paure e ai sogni che scaturiscono dall’incertezza per il futuro di questo nuovo stato. Ma potrebbe essere invece proprio la speranza l'antidoto più efficace. La luce della speranza e della rinascita proprio come quella che si percepisce nell'aria ogni volta che un inverno finisce. Per guidare e coinvolgere emotivamente gli spettatori la mostra verrà integrata da alcuni reportage sul Kosovo visto dagli occhi di Raffaele Coniglio. L’intento degli autori è quello di far conoscere aspetti del Kosovo insoliti e nuovi, cercando soprattutto di esprimere l’essenza più intima e vera di quella pluralità di anime che vivono oggi il Kosovo. Qui tradizione, rispetto, forti legami familiari e senso di appartenenza sono ben visibili. Serbi e albanesi, le due principali etnie del Kosovo, quasi in maniera forzata cercano di esprimere in toni religiosi oltre che culturali e linguistici, differenze che sembrano inavvicinabili. La loro quotidianità e la loro spiritualità hanno calendari differenti. Quello che molti potrebbero considerare una ricchezza, la spinta propulsiva di uno Stato, qui in Kosovo è ancora oggi segno di divisione. L’evento verrà arricchito con la proiezione di una videogallery dalla durata di 10 min. narrata dalla voce di Stefano Artissunch, attore e regista di teatro di fama internazionale.

La mostra ha carattere itinerante e dopo Bari seguiranno Lecce, Viterbo e Gorizia.


VOLUME FOTOGRAFICO
Rientra, inoltre, nell’iniziativa la pubblicazione del volume fotografico di pregio “Kosovo: incertezze e sogni” edito dalla casa editrice Paletti D’Isidori Capponi Editori e che verrà presentato per l’occasione. Nelle 126 pagine del libro accanto alle foto di Coccia e ai reportage di Coniglio ci sarà il contributo scritto dall’Ambasciatore italiano in Kosovo Micheal L. Giffoni, di Renata Ferri, photoeditor di Io Donna, magazine del Corriere della Sera e infine un’analisi di Ennio Remondino, corrispondente della Rai per i Balcani.


Info mostra fotografica:

Cell. 3471746331

Email: raffaeleconiglio@hotmail.com

Contatto skype: raffaele.coniglio

Riferimenti:

Ignacio Maria Coccia
www.ignaciococcia.com


Paoletti D’Isidori Capponi
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giovedì 4 giugno 2009

KOSOVO: NUOVO MEMBRO DELLA BANCA MONDIALE

Il Kosovo, oggi 4 giugno, è stato ammesso come stato membro all'interno della Banca Mondiale. Questa nuova adesione che si aggiunge alla precedente accettazione del Kosovo nel Fondo Monetario Internazionale rappresenta, sicuramente, un'altra ghiotta opportunità per il Kosovo, un'altro colpo secco per la Serbia, da oltre un anno impegnata nella battaglia diplomatica per frenare ogni successo e riconoscimento internazionale a quella che considera la sua provincia secessionista.
"Abbiamo ricevuto oggi la conferma del fatto che il board della Banca Mondiale ha approvato una risoluzione circa l'ammissione della Repubblica del Kosovo in questa organizzazione", ha dichiarato il primo ministro Hashim Thaci. "Questo è un successo per il Kosovo, le sue istituzioni e i suoi cittadini", ha proseguito Thaci da Pristina. Difficile contraddire quest'ultime parole del primo ministro e sottovalutare l'opportunità che il Kosovo ha dinanzi a se, soprattutto perchè con l'entrata nella Banca mondiale [che ha nel suo dna lo sviluppo dei paesi membri facilitando l'investimento di capitale a scopi produttivi e promuovendo l'investimento privato estero] ci saranno maggiori alternative, più possibilità e più aiuti economici. Ci si augura che con l'ammissione nella Banca aumenti, insieme alla fiducia degli investitori internazionali, la coesione interna tra le due principali parti in causa.

lunedì 1 giugno 2009

MARC WELLER E LA TEORIA DEL REMEDIAL SELF-DETERMINATION


Quando due treni in corsa viaggiano l'uno verso l'altro su un unico binario, non c'è molto spazio per il compromesso. O una parte si arrende e seleziona la retromarcia in fretta, o vi sarà una violentissima collisione. Questo è il modo in cui l'auto-determinazione dei conflitti è stata tradizionalmente risolta al di fuori del contesto coloniale. L'entità secessionista o rinuncia alla sua richiesta di indipendenza, oppure, prima o poi, scoppierà un violento conflitto. E il Kosovo?

Mi sono addentrato da poco nella splendida lettura del corposo testo di Marc Weller, noto professore di diritto internazionale presso l'Università di Cambridge, nonchè consulente della delegazione per il Kosovo a Rambouillet e nei negoziati di Vienna per lo status del Kosovo. Nelle cento pagine, tonde tonde, della monografia, Negotiating the final status of Kosovo, scritta per conto dell'EUISS, European Union Institute for Security Studies, l'autore, da profondo conoscitore, affronta con cognizione di causa argomenti a lui familiari, come la delicata questione dello status del Kosovo e il processo di indipendenza sopraggiunto. Ne risulta un prezioso documento ricco di minuziosi particolari che racchiudono i passaggi più cruciali del caso kosovaro. Weller analizza la costituzione Jugoslava del 1974, si sofferma poi sui vari passaggi politico-diplomatici dei principali protagonisti occidentali sul Kosovo. Nell'articolo si parla dei primi processi di negoziazione, di quello finale sullo status, del pacchetto Ahtisaari, dell'Indipendenza. L'autore conclude il suo ragionamento, dopo aver esaminato proprio tutto, parlando del concetto di autodeterminazione e di integrità territoriale, avanzando precise argomentazioni sul perchè il Kosovo debba essere considerato un "caso unico". Weller, in un passaggio della sua analisi [pag. 86], sostiene che il Kosovo è il primo caso dove viene applicato il diritto di “autodeterminazione riparativa” (remedial self-determination). In tal caso, dove un ampio segmento della popolazione di uno stato, costituzionalmente rilevante, sia stata persistentemente oppressa, esclusa dall'amministrazione del proprio territorio e dal governo centrale, esposta a sistematiche e diffuse campagne di allontanamento permanente, la teoria dell'integrità territoriale potrebbe perdere la sua forza persuasiva.
Vi invito a leggere il documento che
è consultabile in lingua inglese all'indirizzo http://www.iss.europa.eu/uploads/media/cp114.pdf. Fondamentale è la parte relativa alle conclusioni, quella dei perchè... [pag 79-94].

L'autore.
MARC WELLER insegna diritto internazionale presso il Centro di Studi Internazionali dell'Università di Cambrige e direttore del Centro europeo per le minoranze. Weller è un esperto di auto-determinazione, risoluzione dei conflitti etnici e amministrazione internazionale degli stati in transizione. Ha partecipato come consulente giuridico in una serie di processi di pace internazionale ed è il direttore del Carnegie Institute di Cambridge. Un grande conoscitore della materia e del Kosovo, autore di molti libri sul Kosovo e il diritto internazionale che per nostra sfortuna non sono tradotti in italiano.

P.S.
Sono pienamente d'accordo con il ragionamento del professore e condivido le sue riflessioni a proposito di quello che lui chiama remedial self-determination. Dirò di più. Prima ancora di sapere chi fosse Marc Weller, nell'articolo "10 anni dai bombardamenti nato sulla serbia" del 23 marzo 2009 esponevo, incredibilmente, un concetto molto simile.
"
La pulizia etnica (compiuta dai serbi) giustifica la violazione del diritto internazionale in Serbia, e quindi l'intervento Nato in Kosovo? La recente sentenza del Tribunale dell'Aia che ha condannato sei personaggi di spicco della politica e dell'esercito di allora, mostra chiaramente come l’intervento fosse in un certo senso legittimo. L'accertamento del fatto che sono state commesse delle grandi atrocità in Kosovo, secondo il mio punto di vista, implica che ogni sacrosanta "ragione di Stato", ogni violazione del diritto internazionale, è nulla rispetto alle migliaia di morti commesse e centinaia di migliaia di allontanamenti forzati".