giovedì 30 dicembre 2010

2011

Buon 2011 a tutti Voi. Buon 2011 a tutti quelli incontrati lungo le strade del Kosovo, perchè i loro gesti, la loro tenacia e i loro sguardi, mi hanno reso ancora più irrequieto.


FELICE ANNO NUOVO - GEZUAR VITIN E RI - SRECNA NOVA GODINA - LACIO NEVO BERS

lunedì 20 dicembre 2010

IL VASO DI PANDORA SOTTO L'ALBERO. IL RAPPORTO MARTY


E' passata una settimana dal voto del 12 dicembre e il risultato delle elezioni non è ancora chiaro. Come se ciò non bastasse un pesante macigno è giunto all'indirizzo di Hashim Thaci. Questa volta l'accusa al Primo Ministro del Kosovo - non espressamente citato - con un passato da guerrigliero nelle file dell'UCK, lo vuole coinvolto in una rete criminale  che trafficava armi, droga e organi umani di persone scomparse. Il "serpente", così veniva chiamato dai suoi nemici interni, sembra essere alle strette.


Nonostante la netta vittoria elettorale, Thaci non è riuscito ancora a delineare la possibile squadra di governo che dovrebbe presiedere e, pochi giorni addietro, il CEC (Commissione Centrale per le elezioni) ha preso la decisione di far ripetere le elezioni in cinque municipalità dove sono stati riscontrati evidenti manomissioni del voto. Le aree coinvolte sono tutte situate nel cuore del Kosovo e, come Decani, Skenderaj, Malishevo e la stessa Drenas, sono state nel corso della guerra gli avamposti dell'UCK (esercito di liberazione del Kosovo), i luoghi più caldi del conflitto ed oggi i simboli della passata resistenza kosovara. Sono proprio questi i luoghi che collegano il passato al presente, i leader politici e la criminalità organizzata. La colla si chiama UCK ed anche il recente rapporto del Consiglio d'Europa (COE) lo certifica. L'avvocato svizzero e membro del COE, Dick Marty, ha aspettato che la campagna elettorale si svolgesse in un clima di assoluta serenità. Poi, con puntualità svizzera, una volta terminate le elezioni, ha presentato il suo rapporto ai 47 delegati degli stati membri del Consiglio. Il documento è frutto di due anni di indagini  e cita fonti di intelligence e di polizia. Ad essere franchi non svela nulla che non si sapesse già. Fatti gravi riguardanti il traffico di armi, droga e organi umani, erano conosciuti già da Carla del Ponte. La stessa Unmik possedeva informazioni delicate, ma per il quieto vivere ed a volte anche per la complicità di qualche alto funzionario (uno fra tutti l'ex numero due di Unmik, Steven Schook) sono rimaste chiuse nel cassetto. Alcuni di questi documenti, ben prima del caso Wikileaks, hanno visto la luce e sono ora consultabili (DOCUMENTI 01, DOCUMENTI 02, DOCUMENTI03). L'aspetto nuovo di questa vicenda è rappresentato dall'articolata denuncia che il Consiglio d'Europa ha fatto pervenire alle istituzioni europee insieme all'esplicita volontà di essere diffusa e quindi sostenuta con fermezza perchè il futuro del Kosovo non può essere costruito senza affrontare il suo passato. Il vaso di pandora è pronto per essere aperto. Chissà cosa troveremo sotto l'albero? Per il momento non ci resta che leggere il rapporto del Consiglio d'Europa 


articolo pubblicato su AgoraVox


martedì 14 dicembre 2010

PAROLA DI MINISTRI

"Le elezioni di domenica in Kosovo sono illegittime e un largo numero di serbi non le hanno sostenute. Tutti coloro che hanno partecipato alle elezioni dovrebbero sapere che non possono rappresentare i serbi del Kosovo".
Goran Bogdanovic,  Ministro per il Kosovo della Repubblica di Serbia


"I serbi del Kosovo dovrebbero lavorare in ogni istituzione per il bene della causa serba, dovrebbero partecipare a qualsiasi dialogo e con chiunque li inviti. I serbi del Kosovo devono essere informati su come stanno procedendo questi negoziati. Con tutto il dovuto rispetto per il nord del Kosovo, anche loro (i serbi) sono nostri fratelli e connazionali, ma vivono una vita diversa da quelli che risiedono nel sud".
Nenad Rasic,  Ministro del Lavoro e dei Servizi Sociali del Kosovo (primo governo Thaci)

lunedì 13 dicembre 2010

ELEZIONI IN KOSOVO: IL GIORNO DOPO


Le prime elezioni politiche post indipendenza si sono svolte  in un clima di tranquillità. Isolate e prevedibili schermaglie si sono registrate nei seggi elettorali di alcuni villaggi intorno a Zubin Potok, nel nord del Kosovo. 

Sotto il profilo strettamente politico le elezioni del 12 dicembre hanno mostrato, ancora una volta,  un segno di maturità del Kosovo. Oltre 1,7 milioni di cittadini sono stati chiamati a rinnovare il parlamento del Kosovo e i suoi 120 parlamentari, 20 dei quali spettano per legge alla rappresentanza delle minoranze, e precisamente: 10 ai candidati della comunità serba, 4 per quella R.A.E. ( Rom, Ashkali ed Egiziani) 3 per i Bosniaci, 2 per la comunità turca e 1 per i Gorani. Per adesso l'unico dato certo è  l'affluenza alle urne. Secondo il CEC (Commissione Centrale per le elezioni) gli elettori sono stati il 47,8% degli aventi diritto, una cifra  leggermente più alta rispetto alle elezioni del 2007. Il risultato uscito dalle urne, oltre a confermare quanto i sondaggi andavano ripetendo, la vittoria dell'uscente Primo Ministro Hashim Thaci, ci mostra almeno due elementi di novità: uno sul fronte degli albanesi, l'altro sul versante serbo.  Veniamo al primo. La scarsa efficacia di norme che disciplinano il finanziamento della politica e delle elezioni, la "certificazione" di un voto clientelare che premia quasi sempre chi detiene il potere e le chiavi della cassaforte, non hanno fermato l'armata Vetevendosje che si è presentata per la prima volta alle elezioni del Kosovo. Il voto ha premiato il decennale radicamento sul territorio di Vetevendosje. Con un programma farcito di colorate proposte nazionalistiche, ma anche di coraggiose iniziative  anti-politiche, il movimento guidato da Albin Kurti si è attestato il terzo partito del Kosovo con il 16% dei consensi.  I principali think tank di Pristina indicano oltre il 40% la partecipazione al voto dei cittadini serbi. E questo è il secondo elemento di novità. Il dato è molto importante e significativo, soprattutto se si pensa che tale risultato è la media dei voti tra  i serbi che vivono nel nord del Kosovo, che hanno nuovamente boicottato le elezioni, e gli altri serbi che vivono nel resto del Kosovo. I serbi delle municipalità di nuova costituzione, sulla base del piano Ahtisaari, hanno risposto positivamente al voto di ieri, con un tasso di partecipazione che in alcune aree ha superato il 50%. Questo, dispiace constatarlo, certifica la totale contrapposizione di vedute della comunità serba che vive nel Kosovo, a nord e al sud dell'Ibar. Stando ai primi risultati elaborati da Gani Bobi, il Partito democratico del Kosovo (Pdk) del premier Thaci avrebbe ottenuto il 31% dei voti, rispetto al 25% che sarebbe andato al secondo maggiore partito del paese, la Lega democratica del Kosovo (Ldk) guidata dal sindaco di Pristina Isa Mustafa. Terzo, sempre secondo questo exit poll sarebbe a sorpresa il movimento Vetevendosje  di un autentico exploi con il 16%. A superare lo sbarramento del 5% necessario per entrare in parlamento sarebbero stati inoltre l'Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) dell'ex premier Ramush Haradinaj con il 14,5%, e l'Alleanza per il nuovo Kosovo (Akr) del miliardario Behgjet Pacolli con il 6,5% dei consensi. Sotto il 5% invece sarebbero il nuovo partito Fer (Spirito nuovo), una formazione di intellettuali e accademici, al quale sarebbe andato il 4,5%, e la Lega democratica di Dardania (scissionisti dell'Ldk) con il 2,2%. Con un esito del genere risulta veramente difficile capire come si possa formare un governo efficiente ed autorevole. Probabilmente l'abilità di Thaci di tessere trame ed alleanze potrà stupirci anche questa volta.

giovedì 9 dicembre 2010

PILLOLA

"Gli internazionali prendono dei serbi e degli albanesi, li portano a Belfast in un albergo a cinque stelle, gli insegnano paroloni su gestione del conflitto e convivenza, e poi li rispediscono in Kosovo, dove non hanno né pane né latte per sfamarsi. E questo, dagli internazionali, viene considerato un passo avanti".
Albin Kurti - movimento Vetevendosje 


martedì 30 novembre 2010

I PRIMI FILES DI WIKILEAKS SUL KOSOVO


I files che WikiLeaks si è apprestato a diffondere sul suo sito hanno coinvolto una mole rilevante di paesi.  Tra i 250 mila documenti viene menzionato anche il Kosovo che, per quanto geograficamente periferico e poco esteso, riveste un ruolo rilevante nella politica estera delgli Stati Uniti, impegnati in prima linea nello scacchiere balcanico. Molti dichiarano che i documenti sul Kosovo siano 688 e ricoprino un periodo che va dal 1996 al febbraio del 2010. Al momento sono soltanto tre i documenti pubblicati. Nessuno compromettente.
Il primo racconta dell'incontro avvenuto nel mese di settembre del 2009 tra il vice Segretario americano Phillip Gordon e il diplomatico francese Jean David Levitte, ex ambasciatore francese negli Stati Uniti e consulente diplomatico del capo dello Stato francese per l'organizzazione e la pianificazione di summit internazionali.  Nel rapporto il diplomatico francese informa il collega americano dei problemi che la missione Eulex sta affrontando con il governo del Kosovo e i suoi cittadini che hanno mal digerito la firma di due protocolli con la Serbia. Gordon afferma, invece, come si dovrebbe dare più enfasi sulla natura tecnica di questi due protocolli e che, come tali, non comprometteranno l'indipendenza del Kosovo. Una critica da parte di Levitte arriva anche all'indirizzo del Ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremic, colpevole, a suo giudizio, di fare solo grandi promesse e nulla per incoraggiare il ritorno dei serbi nel Kosovo.

KOSOVO AND SERBIA
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Wednesday, 16 September 2009, 07:34
S E C R E T SECTION 002 OF 004
4. (C) PARIS 00001254
Levitte noted that the EULEX mission is having diplomatic problems with the Kosovar government and public after signing two technical protocols with Serbia. They are hoping to ensure continued calm as Kosovo heads into municipal elections. A/S Gordon stated that the Kosovars will have to accept the protocols but that it should be clearly explained that these are technical agreements that have no impact on Kosovo's independent status. Levitte also criticized Serbian FM Jeremic, saying that he is doing nothing to encourage Serb return or participation in Kosovo's government. Levitte noted that Jeremic "makes big promises" every time he comes to France, but doesn't follow through. Levitte no longer meets with him and does not consider him to be the "modern face of Belgrade" that he purports to be.


Un secondo files, datato 29 gennaio 2008, è partito dall'Ambasciata americana di Berlino all'indirizzo del Dipartimento di Stato americano a Washington ed ha come oggetto l'nteresse alla collaborazione tra Germania e l'America sullo status del Kosovo.

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KOSOVO: Close Cooperation 
------------------------- 
VZCZCXYZ0000
OO RUEHWEB
DE RUEHRL #0122/01 0291625
ZNY SSSSS ZZH
O 291625Z JAN 08
FM AMEMBASSY BERLIN
TO RHEHNSC/NSC WASHINGTON DC IMMEDIATE
RUEHC/SECSTATE WASHDC IMMEDIATE 0334
INFO RHEHAAA/WHITE HOUSE WASHINGTON DC IMMEDIATE
RUEKJCS/SECDEF WASHINGTON DC IMMEDIATE
RUEAIIA/CIA WASHINGTON DC IMMEDIATE
 
10. (C) We discern very little daylight between the 
Chancellor and Steinmeier on Kosovo, and there is keen 
interest in working closely with the U.S. to resolve status 
and seal the EU's leadership role.  While the Bundestag will 
engage in intensive debate following an anticipated 
coordinated declaration of independence, we expect the 
multiparty consensus in favor of independence and the KFOR 
and ESDP missions to hold. 
 
L'ultimo documento rigurda gli apprezzamenti e le sottili pressioni da parte dell''ambasciatore Joseph E. LeBaron al primo Ministro del Qatar Hamad bin Jassim Al Thanito:

"We encourage you to recognize an independent Kosovo, as Saudi Arabia and others have now done. We certainly appreciate your votes in favor of Kosovo in the IMF and World Bank. They are important precursors to formal recognition,  but when will you take that final step? "

lunedì 22 novembre 2010

L'ALBA DEI MORTI VIVENTI


Dal mese di ottobre il pubblico del Kosovo potrà deliziarsi con la lettura, in lingua albanese, dello storico "DYILAN DOG". Probabilmente dove non sono arrivati i tanti funzionari internazionali arriverà il detective privato a scovare malviventi e risolvere qualche enigma. L'Old Boy avrà tanto da lavorare, ma di sicuro il suo quinto senso e mezzo lo assisterà pure qui. L'ALBA DEI MORTI VIVENTI: il titolo vale da solo il prezzo di 1,49 euro. Anche il secondo numero, in edicola dal 17 novembre, non è da meno: Kthimi i vrasesit, Il ritorno degli assassini. 



 P.S.
Si sconsiglia la lettura di sera col freddo pungente e l'assordante rumore del generatore...

sabato 20 novembre 2010

TUVALU CHI?


Quanti di voi conoscono TUVALU? Se la vostra risposta è negativa non preoccupatevi, non siete i soli. Fino a ieri anch'io ignoravo la sua esistenza. 

Tuvalu, è una nazione insulare polinesiana situata nell'oceano Pacifico a metà strada tra le isole Hawaii e l'Australia. Lo stato comprende quattro isole coralline e cinque atolli con una superficie di appena 26  km² ed è il terzo paese meno popolato al mondo dopo Città del Vaticano e Nauru. In termini di grandezza fisica del territorio è il quarto stato più piccolo del mondo. Sempre secondo Wikipedia, Tuvalu è il secondo membro più piccolo delle Nazioni Unite. E qui veniamo al dunque. Lo staterello in questione è uno dei 192 stati membri che compongono l'Organizzazione delle Nazioni Unite e, come tale, siede nell'Assemblea Generale e dispone del diritto di voto alla pari di tutti gli altri stati aderenti. Due giorni fa (18 novembre 2010) l'isola di Tuvalu, con i suoi 12 mila abitanti, è diventando il 72° paese delle Nazioni Unite ad aver riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Con una nota la missione permanente di Tuvalu presso le Nazioni Unite ha informato il Ministero degli Esteri della Repubblica del Kosovo che il governo di Tuvalu ha riconosciuto il Kosovo come Stato indipendente  e sovrano.

mercoledì 17 novembre 2010

COALIZIONE PER LA DEMOCRAZIA

A settembre si era dimesso il presidente del Kosovo, Fatmir Sejdiu. All'inizio di novembre è stato sfiduciato anche il governo. Con molta probabilità il 12 dicembre si tornerà alle urne, ma questa volta pare che la società civile non vuole più stare a guardare e subire passivamente ogni diktat.  


Il 15 novembre più di 200 ONG kosovare si sono riunite ed hanno costituito la "Koalicioni për Demokraci" (Coalizione per la Democrazia) con l'obiettivo di rendere la società civile più  cosciente e coraggiosa, e i cittadini più attivi nei processi decisionali. Sejdi Demiri, uno speakers, ha affermato che la Coalizione si propone di difendere, rispettare e promuovere i diritti umani e le libertà.  Coalizione per la Democrazia non è un partito e non intende presentare suoi rappresentanti alle prossime elezioni; vuole invece, promuovere dibattiti, informare il cittadino-elettore e vigilare sull'operato dei partiti politici. Intende, anche, raccogliere i fondi per poter monitorare, con propri osservatori, quelle che sono le prime elezioni governative del Kosovo dopo l'autoproclamazione dell'indipendenza del 2008. Siamo ancora all'inizio e su questo fronte -il consolidamento della società civile-  c'è bisogno di lavorare ancora molto. Ma questo non ci vieta di essere fiduciosi.

giovedì 4 novembre 2010

VETEVENDOSJE: IL MOVIMENTO CHE VUOLE DIVENTARE UN PARTITO


Lo scorso 28 ottobre la direzione del movimento Vetevendosje (autodeterminazione, in lingua albanese) ha presentato il suo programma politico.

"Vetevendosje ha sempre lavorato dal di fuori delle istituzioni perchè non vuole omologarsi nè restare schiacciato dai pesci più grossi che dimorano nei palazzi del governo". E' passato meno di un anno da quando Albin Kurti, leader del movimento, ha rilasciato queste dichiarazioni e Vetevendosje ha deciso di cambiare pelle e trasformarsi in partito politico. Il programma presentato la settimana scorsa ha due priorità fondamentali: la costruzione dello stato e lo sviluppo socio-economico. Lo state building è inteso come soggettività, democrazia, giustizia e cittadinanza, mentre lo sviluppo socio-economico nelle intenzioni di Albin Kurti deve includere la creazione delle capacità produttive e un'equa redistribuzione della ricchezza per aumentare il benessere. Il programma si compone di 100 articoli (consultabile qui in lingua albanese) che contengono i principi e le priorità del movimento Vetevendosje. Al centro di quello che definiscono "stato attivo sovrano" c'è il popolo, fonte della sovranità. La presenza internazionale, con le loro tante agenzie, da sempre percepite dal movimento come macchina sperperatrice di denaro e corruzione, può continuare ad operare "a condizione che lavori in partenariato con il Kosovo, come stato sovrano, così come avviene negli altri paesi". Nel manifesto politico non mancano i richiami albanofobi e populisti: "Questo stato sovrano riconosce la Costituzione come lotta del popolo kosovaro-albanese per la libertà".  L'identità dello Stato, secondo la concezione di Vetevendosje, viene espressa dai simboli dell'identità nazionale albanese. Quello che potrebbe, però, creare non poche discussioni e risvegliare antichi fantasmi è la parte del documento che afferma "il Kosovo avrà il diritto di unirsi pacificamente e di concerto con l'Albania attraverso un referendum, qualora le rispettive popolazioni si esprimessero in tal senso". Inutile dire che "in tutto il territorio del Kosovo saranno garantiti i diritti umani fondamentali, quelli delle varie minoranze nazionali, religiose e culturali". Altro passaggio importante che viene menzionato nel programma-propaganda è quello che riguarda "i crimini commessi durante l'ultima guerra, la criminalità organizzata e le violazioni della sovranità da parte della Serbia con le sue illegali strutture parallele". L'opposizione "all'autoritarismo di Unmik", da sempre bersaglio di Vetevendosje, e la spinosa questione del nord del paese, si materializzano nel programma: "provvederemo a rimuovere il piano Ahtisaari che divide il Kosovo su base etnica e sostituire questo decentramento con un altro sistema basato sui diritti e i bisogni dei cittadini, rafforzando il potere di controllo del governo locale". E ancora "Siamo impegnati a rimuovere le strutture parallele della Serbia e stabilire il controllo delle frontiere al gate 1 e 31, nella parte settentrionale del paese. Restiamo contrari a qualsiasi tipo di statuto speciale per il nord del Kosovo. Abbiamo intenzione di investire nel rilancio della capacità industriale di Mitrovica, al fine di creare posti di lavoro e aumentare il benessere della gente". Tutela dei diritti umani, della proprietà, misure economiche, sviluppo, difesa militare, welfare, istruzione, politica estera e integrazione UE, non manca proprio nulla e tutto sembra filare liscio. Peccato che l'unica nota fuori luogo sia proprio questo manifesto politico.


lunedì 1 novembre 2010

BUONE NUOVE


PRISTINA 02/07-11-2010

Prishtina Jazz Festival, acclaimed to be one of the most important cultural events in the country, has managed to bring famous and important artists of the world, has stimulated and encouraged the development and improvement of local jazz scene, has continuous collaboration and cooperation with international artists, associations and festivals, and, has found its place in the network of european and world jazz festivals. Today, nearing the sixth edition of Prishtina Jazz Festival we are happy to introduce new ideas on making the festival better, new ideas that will have a stronger impact and stimulate more strongly the development of musical scene in Kosovo. Among those ideas, Youth Jazz Lunch Concert Stage will be introduced - a separate stage dedicated to young local and regional talents. They will be encouraged to write and perform their original pieces. Guest artist of the festival will have a chance to listen to these creations and comment, help and occasionally perform with these young musicians, which will undoubtedly stimulate and encourage them greatly.

venerdì 8 ottobre 2010

IL CONSOLATO DEL KOSOVO IN ITALIA

Dal 15 giugno del 2010 è operativo, presso la sede dell'ambasciata del Kosovo in Italia, l'ufficio consolare. Un'apertura di vitale importanza per i circa 70 mila cittadini di origine kosovara che vivono in Italia e che si vedono costretti ad avventurarsi tra i labirinti della nostra burocrazia e le procedure del neo-nato stato balcanico. La cifra dei kosovari in Italia è ancora indicativa. Uno studio capillare non è ancora stato redatto, anche se potrebbe risultare alquanto indicativo perchè sono ancora tanti gli albanesi di origine kosovara che per questioni di opportunità richiedono il rilascio del passaporto serbo. Se è vero che con un tale rilascio le persone possono circolare liberamente -in base ai recenti accordi- nell'Europa di Schengen, è altrettanto constatabile il manifestarsi di problemi numerici e di identificazione. Per l'ambasciatore Prenkaj si tratta di un elemento temporalmente limitato, certo di poter essere risolto tra il 2011 e il 2012 quando "anche il Kosovo, dopo la Bosnia, la Macedonia e gli altri vicini, otterrà il nulla osta per entrare nell'area Schengen con un nuovo passaporto biometrico". L'ambasciata, dopo circa due anni dalla sua istituzione è pienamente operativa. Con uno staff di otto persone è alle prese con legalizzazioni e certificati. I problemi di coordinamento e di informazione con gli utenti sparsi sul territorio italiano certamente non mancano. Neanche la volantà a risolverli.

Intervista al console del Kosovo a Roma, Petrit Prekazi.


Ufficio consolare del Kosovo a Roma
via Tolmino 12, 00198 Roma
orario: martedì - giovedì dalle 10.00 alle 15.00
tel. 06 85355316
fax 06 8552212
email: consulate.rome@ks-gov.net - embassy.italy@ks-gov.net



mercoledì 8 settembre 2010

KOSOVO – FALSCHE HEIMAT


Il termine "casa" descrive una relazione tra popoli indigeni e lo spazio. La casa è il posto dove si è cresciuti e in cui ci si dovrebbe sentire al sicuro, quantomeno protetti. Ogni tanto non è così e, le notizie degli allontanamenti di questi giorni ce lo ricordano. Hannes Jung, giovane fotografo tedesco, in un interessante reportage ha documentato le sorti della famiglia Berisha che nel 1992  lasciò l'ex-Jugoslavia col suo clima irrespirabile per cercare riparo altrove, in Germania. Quì sono rimasti per 17 anni e cinque dei loro sei figli sono nati proprio nella loro nuova terra di accoglienza. Nel 2008 la famiglia venne costretta dalle autorità tedesche a rientrare nella loro patria (?), in quel Kosovo estraneo a cinque dei sei giovani Berisha. Nessuno è in attesa di loro, nè parenti, nè amici. Non vanno a scuola. Fatta eccezione per la madre, nessuno parla correttamente albanese.


Guarda il sito di HANNES JUNG












mercoledì 25 agosto 2010

...WAINTING FOR A DIRECT CONTACT BETWEEN BELGRADE AND PRISTINA!

SRSG was today in Belgrade for a periodic round of consultations with the Serbian Government where he underscored the need for a direct dialogue between Belgrade and Pristina Special Representative of the Secretary-General (SRSG) Lamberto Zannier was today in Belgrade for a periodic round of consultations with the Serbian Government following the Security Council meeting in August and in anticipation of the UN General Assembly session on Kosovo in early September. He met with President Tadic, First Deputy Prime Minister Dacic, Minister Bogdanovic, State Secretary Ivanovic and various international stakeholders. In his conversations he underscored the need for a direct dialogue between Belgrade and Pristina to address open issues of common concern. He noted that while the UN will be ready to support this process, the EU should play a prominent role in facilitating such a dialogue, in view of the European perspective for the whole region. The SRSG also mentioned the UN Secretary-General’s concerns about the situation in the North, adding that direct dialogue and consultations will be particularly important in addressing issues of substance in that region. For its part, UNMIK will continue performing its functions under Resolution 1244 as mandated by the Security Council, to which it will continue to report periodically. Upon his return to Pristina, the SRSG will be available to inform the Kosovo authorities about the detailed contents of his discussions.

domenica 25 luglio 2010

CHE LA DOMANDA ALLA CORTE FOSSE MAL POSTA?


La Corte Internazionale di Giustizia ha espresso il suo parere. Tutto avrebbe dovuto filare liscio e senza equivoci, ma prontamente è riemersa l'eterna divisione tra coloro che sostengono la causa di Pristina e quanti sono vicini al pensiero di Belgrado. Se si prova ad usare la logica, si potrebbe facilmente capire come il problema in merito al parere del CIG risulti quantomeno superfluo. La domanda posta dal governo serbo è stata chiarissima: "La dichiarazione di indipendenza del Kosovo è in armonia con il diritto internazionale?". Altrettanto chiara è stata la risposta dei giudici che compongono la Corte Internazionale di Giustizia (CIG): "La dichiarazione di indipendenza del Kosovo è legittima in quanto il diritto internazionale – hanno affermato - non vieta le dichiarazioni di indipendenza”
Sono certo che se Belgrado avesse chiesto alla Corte:"La provincia del Kosovo ha il diritto a secedere dalla Serbia e a diventare stato indipendente?", il CIG non si sarebbe di certo sottratto a fornire una risposta e ad argomentare in merito al quesito postole. Non è stato chiesto loro di esprimersi sulle conseguenze giuridiche della dichiarazione d'indipendenza, e non l'hanno fatto. Mi rendo conto che rispondere ad una domanda del genere avrebbe creato molte più complicanze, non soltanto alla Corte, ma anche alle potenze occidentali. La questione comunque è soltanto rimandata.
Non credo che i giudici siano stati secchioni e puntigliosi o che avrebbero dovuto "liberamente" interpretare la filosofia della Serbia sul Kosovo. Penso invece, guardandola dalla prospettiva serba, che la domanda alla Corte fosse mal posta.


sabato 24 luglio 2010

KOSOVO: MOSAICO DI COLORI E VOLTI

Il 22 luglio la Corte Internazionale di Giustizia ha espresso il parere sulla spinosa questione della legalità dell'indipendenza del Kosovo. I giudici  hanno deciso che la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo non è illegale e, schierandosi a larga a maggioranza (10 a 4), hanno preferito attenersi ad una valutazione strettamente tecnica, lasciando che fosse l'Assemblea generale delle Nazioni Unite a dare risposte politiche. Come era prevedibile, il parere ha creato malessere da una parte e nuove aspettative dall'altra. L'intenso lavoro diplomatico della Serbia (che per l'accettazione del parere è riuscita a superare la soglia minima di 96 voti più uno dei 192 stati membri che compongono l'Assemblea delle Nazioni Unite) ha spinto molti paesi a non riconoscere il Kosovo, almeno fino a quando la CIG non si fosse espressa. Oggi, si parla di circa 35 paesi pronti a riconoscere l'indipendenza. Il parere aprirà inevitabilmente un nuovo capitolo nelle relazioni tra Belgrado e Pristina, ma soprattutto in Europa tra chi ha riconosciuto l'indipendenza del Kosovo e quanti (5 stati UE) non l'hanno fatto, nonostante le  pressioni della Comunità Europea. Un altro capitolo è stato chiuso. Un altro è pronto ad essere aperto. In mezzo, come sempre, c'è la gente comune, senza distinzione etnica alcuna, che da decenni non riesce a trovare pace.

(A tutti loro va questo mio contributo perchè i loro gesti, la loro tenacia e i loro sguardi, mi hanno reso ancora più irrequieto)

 

martedì 20 luglio 2010

INDIPENDENZA DEL KOSOVO: ARMONIA O VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE?

“L’indipendenza del Kosovo è in armonia con il diritto internazionale?” È la domanda che la Serbia ha deciso di rivolgere all’Assemblea generale dell’Onu, per chiederne il parere della Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite.
A giorni è atteso il pronunciamento della Corte (probabilmente nella serata del 22 luglio), un parere di notevole spessore che sarà prettamente giuridico e non politico e non avrà comunque un potere vincolante. Il lungo iter procedurale è iniziato i primi di dicembre del 2009 con l'esame da parte della Corte del dossier presentato dal governo serbo.
In attesa di conoscere le motivazioni della Corte consiglio la lettura dell'articolo e del'intervista all'ambasciatore italiano in Kosovo Michael Giffoni in merito alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia.



 

domenica 4 luglio 2010

RETROSCENA DIETRO LA BOMBA ESPLOSA A MITROVICA


L'ennesima protesta nel nord di Mitrovica ha lasciato a terra il morto. Non sono ancora chiare le dinamiche di quella che oggi viene definita " una misteriosa bomba" nè chi sia l'artefice, ma un dato certo e che una persona è  stata uccisa e altre undici sono rimaste ferite. Lo scopo della protesta, questa volta, era quello di esprimere tutta la contrarietà dei serbi alle decisioni del governo kosovaro, colpevole agli occhi dei manifestanti di voler aprire nel quartiere "cuscinetto" del Bosnian Mahalla un ufficio per i servizi sociali del governo centrale.  Non ci sono altri dettagli al riguardo, ma, a caldo, vorrei provare a ragionare su quei pochi elementi disponibili. Il Bosnian Mahalla è un quartiere multietnico di Mitrovica, una striscia di terra "grigia" contesa  tra serbi e albanesi. In questo limbo di terra le due principali etnie entrano in contatto, spesso fanno affari, alcune volte meno. Se si vuole misurare la tensione e gli stati febbrili delle loro relazioni nel paese, bisogna  misurare il livello di mercurio registrato nel Bosnian Mahalla. Accanto a serbi e albanesi, nel quartiere vivono montenegrini, rom, croati e bosniaci. Anche qualche gorano. Il Bosnian Mahalla è il quartiere simbolo della demarcazione territoriale. Quella serba è ben visibile. Qui, da diversi anni è stato istituito il quartiere generale del Ministero per il Kosovo e Methojia. Delle poche attività commerciali presenti una buona maggioranza sono albanesi. Non c'è traccia, invece, delle istituzioni del Kosovo. In questo quartiere di Mitrovica il governo di Pristina aveva pensato di istituire il primo ufficio del governo. Una scelta legittima e strategica del governo kosovaro che non ha tenuto in debita considerazione gli effetti che si sarebbero potuti verificare, consideratane la vischiosità del posto e la sua potenziale pericolosità. Mettere radici politico-istituzionali qui, al nord dell'Ibar, significa essere legittimati a governare anche in quella parte di Kosovo da sempre fuori il controllo albanese. Si può facilmente intuire che una proposta del genere, se attuata, farebbe crollare in un baleno i dieci anni di ferrea resistenza serba. Alla luce dei pochi elementi che ci sono, pare assurdo e illogico affermare che la mano albanese e filogovernativa abbia confezionato questa bomba. Quale beneficio ne avrebbero tratto gli albanesi? Nessuno. Alcuni distinguo bisogna farli con l'opposizione dell'enigmatico Haradinaj che sta tentando tutte le strade pur di indebolire l'acerrimo nemico, nonchè Presidente del Consiglio, Thaci. Quest'ultimo viene ripetutamente accusato dall'opposizione di aver lasciato il nord del Kosovo nelle mani dei serbi e le sue frontiere alla mercè dei trafficanti. L'istituzione di un ufficio  del governo nel nord del Kosovo sarebbe stato interpretato come un indiscusso successo di Thaci, rendendo, altresì, vane le aspettative del maggiore leader dell'opposizione. Tuttavia, una regia di Haradinaj e dei suoi uomini dientro questa bomba mi pare improbabile se si tiene conto sia delle dinamiche dell'accaduto che di un altro evento che in questi giorni sta interessando le diplomazie occidentali: l'idea di uno scambio di territori tra il Kosovo e la Serbia. Mentre le indagini stanno procedendo appare sempre più evidente che la bomba a mano sia esplosa nel mezzo dei circa mille manifestanti. Per questi motivi credo che i responsabili debbano essere ricercati da tutt'altra parte, tra quanti non sono disposti a cedere politicamente quest'ultimo baluardo serbo nel Kosovo e ne alimentano l'instabilità del paese.

sabato 3 luglio 2010

COMUNICATO DELL'SRSG SULLA BOMBA ESPLOSA A MITROVICA

Comunicato stampa del Rappresentante Speciale del Segretario Generale ONU (SRSG) Lamberto Zannier.

Non sono ancora chiare le dinamiche di quella che oggi viene definita "misteriosa bomba" nè chi sia l'artefice, ma un dato certo e che una persona è  stata uccisa e altre undici sono rimaste ferite. Lo scopo della protesta, questa volta, era quello di esprimere tutta la contrarietà dei serbi alle decisioni del governo kosovaro, colpevole agli occhi dei manifestanti di voler aprire nel quartiere "cuscinetto" del Bosnian Mahala un ufficio del governo centrale.

SRSG deeply concerned over explosion in Mitrovica yesterday, calls on all sides to remain calm and for a rapid conclusion of the police investigation.
Special Representative of the Secretary-General (SRSG) Lamberto Zannier expressed his deep concern over the violence that occurred in Mitrovica yesterday and regrettably led to the death of one person. He offered his heartfelt condolences to the family of the victim of such unjustified violence. The SRSG called on all sides to refrain from provocative statements and to remain calm as the incidents yesterday are investigated. He fully expects all competent law enforcement authorities to take urgent measures to bring the perpetrators to justice. In this context, the SRSG recalled the concern expressed by UN Secretary-General Ban Ki-moon in his latest report to the UN Security Council over the risk of tensions in northern Kosovo and his call for progress based on transparency and dialogue with local communities and all relevant stakeholders. Condemnation of extremism and a long-term commitment to peaceful dialogue is a necessary condition for all communities in Kosovo to live side by side in peace.

martedì 29 giugno 2010

LA SCIOCCA IDEA DELLA DIVISIONE TERRITORIALE DEL KOSOVO

Sembrava essere soltanto una provocazione, invece, pare stia prendendo sempre più corpo l'idea di uno scambio di territori tra il Kosovo e la Serbia per risolvere l'affannosa questione venutasi a creare dopo la guerra tra i due paesi. L'idea, forse nata proprio a Belgrado, è iniziata a circolare all'interno di ambienti politici serbi ed ha trovato il sostegno di qualche autorevole istituzione internazionale. Lo scambio dei territori, quasi si trattasse dell'equa ripartizione di un numero pari di cioccolatini, riguarda la divisione del nord del Kosovo, zona a maggioranza serba, che dovrebbe passare alla Serbia, in cambio dei territori serbi di Presevo, abitati prevalentemente da albanesi, che dovrebbero essere ceduti al Kosovo. Di tutte le idee pensate  e/o attuate dal 1999 in poi (inclusa la netta divisione in due della città di Mitrovica per evitare problemi di ordine pubblico ed assicurare, così, tranquillità alle forze militari internazionali) questa mi pare la più sciocca che potesse essere partorita. Se pensare simili cose è lecito, lavorare per attuare quello che sembra essere uno stolto disegno è a dir poco diabolico. Come se la storia del post-colonialismo e dei rettangoli etnici di matrice occidentale non ci avessero insegnato nulla, oggi, dopo le guerre di odio etnico scoppiate nei Balcani e le successive divisioni, si vuole proporre una ripartizione territoriale per superare lo scoglio che attanaglia il Kosovo e la sua ex madrepatria. Certi di non poter rivedere indietro la ex provincia serba, consapevoli dell'indipendenza del Kosovo (17 febbraio 2008), Belgrado sta facendo di tutto, con l'orgoglio che sempre lo contraddistingue, pur di salvarsi la faccia e poter dire ai suoi cittadini che la partita con il Kosovo non è ancora persa. Ma questa può essere definita una mossa -non dico giusta o corretta per Belgado-  vincente? Temo che quest'ennesimo abbaglio tattico-diplomatico della Serbia possa essere controproducente per se stessa e per le istituzioni internazionali che lavorano lì, convinto, inoltre, che una "baggianata" del genere potrebbe avere immediate ripercussioni nei Balcani qualora venisse messa in atto. Cosa succederà se la ripartizione dei territori tra Serbia e Kosovo sarà presto attuata? Ci si è chiesto cosa potrebbe succedere in Bosnia, Albania, Macedonia o la stessa Serbia del nord con la Vojvodina? Se l'intento è quello di destabilizzare i Balcani, indebolendo irrimediabilmente l'Europa, non esiste migliore autostrada della divisione del Kosovo. Ricordiamoci però che è da lì che sono iniziate le prime scintille di odio. E' da lì che si sono concluse le atroci guerre nei Balcani. E' sempre dal Kosovo che  tutto potrebbe nuovamente ripartire.

mercoledì 16 giugno 2010

LA RINUNCIA DELL'ITALIA AD ASSUMERE IL COMANDO DELLA MISSIONE KFOR


Alle "incerte" notizie apparse sulla stampa, in merito alla rinuncia da parte del Governo italiano ad assumere il Comando della missione Kfor in Kosovo, una recente interrogazione alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati ne ha chiarito ogni dubbio. La rinuncia dell'Italia al Comando della Kfor rappresenta una grande occasione mancata che non può essere imputata all'impossibilità di aumentare, per problemi di bilancio, gli uomini e i mezzi impiegati - come si vorrebbe far credere - quanto alla mancanza di determinazione a far valere le sue idee in campo internazionale. Va tenuto presente che, pur con la sensibile riduzione del contingente militare Kfor, l'Italia conta ancora 1.404 soldati, un pò meno di cento rispetto alla Germania che ne detiene il comando [Attualmente sono 9.923 i soldati della Nato: fonte Nato-Kfor aggiornata alla data del 26 febbraio 2010] e fino a circa un anno fa l'Italia era il contingente internazionale più numeroso in Kosovo, senza ricordare il ruolo determinante svolto nei Balcani, in Libano, in Iraq e in Afghanistan.

All'interrogazione dell'On. Federica MOGHERINI REBESANI, il sottosegretario Giuseppe COSSIGA fornisce la seguente risposta:


L'Alleanza Atlantica, ha approvato alcuni mesi fa il piano «Deterrent Presence», che prevede una riduzione in tre fasi (gates) della forza multinazionale KFOR da 14.000 a circa 2.250 unità. La prima fase ha comportato una riduzione della forza a gennaio, mentre la seconda fase sarà attuata prevedibilmente per settembre, previa valutazione della situazione, e la terza è stimata dopo ulteriori 4/8 mesi. Questo piano è stato deciso e viene perseguito con il pieno sostegno dell'Italia che considera fondamentale il principio «all together in, all together out».La riconfigurazione del nostro Contingente in Kosovo, che attualmente consta di 1300 unità e subirà un graduale ridimensionamento, non costituisce, dunque, una scelta unilaterale del nostro Paese, ma si sta realizzando sulla base di una scelta condivisa con gli alleati, secondo modalità e tempistiche concordate in seno al Consiglio Atlantico. In particolare è previsto che gli attuali 5 dispositivi militari siano riconfigurati in due Battie Group, uno dei quali, quello Nord destinato ad inglobare gli attuali settori a guida italiana e francese. Nella recente Conferenza di Generazione delle Forze l'Italia ha offerto la propria candidatura per ricoprire questa posizione di Comando, dimostrando la disponibilità per uno sforzo aggiuntivo, stante le difficoltà emerse in sede di riunione. Per quanto riguarda il comando dell'intero dispositivo riconfigurato di KFOR, le indicazioni fanno prevedere una conferma della attuale disponibilità della Germania. Conseguentemente l'assunzione di COMKFOR da parte dell'Italia, che era stata presa in considerazione compatibilmente con il piano generale di ridimensionamento del nostro dispositivo e qualora fattibile senza un incremento degli oneri finanziari, non è stata attuata a favore della scelta dell'assunzione di comando del Battie Group Nord. Ad ulteriore conferma della continuità del nostro impegno evidenzio che l'Italia:
mantiene la guida del settore Kosovo Security Sector Reform, fattore chiave per lo sviluppo democratico del Kosovo, con particolare riferimento alla creazione e all'addestramento delle sue future forze di sicurezza e quindi alla loro affidabilità;
assicura un significativo contributo alla missione EULEX per la cui guida ha offerto la propria candidatura al termine del mandato dell'attuale comandante francese. In sintesi il ruolo e l'impegno dell'Italia nei Balcani non può essere messo in discussione in piena coerenza con la ferma convinzione che la stabilizzazione della regione costituisce per il nostro Paese un interesse strategico prioritario.

sabato 15 maggio 2010

IL CASO "LLAPI GROUP" E LA NUOVA STAGIONE EULEX


Nell'ottobre del 2009 la Corte distrettuale di Pristina, composta da un giudice del Kosovo e due di EULEX, ha emesso un verdetto relativo al caso "LLAPI GROUP". Tale gruppo, costituito da uomini appartenenti all'UCK (esercito di liberazione del Kosovo), durante la fase più acuta del conflitto 1998-1999 ha compiuto violenze e uccisioni nei confronti di tutti coloro che riteneva "traditori", "collaborazionisti dei serbi" o potenziali nemici per il controllo futuro dell'ex provincia serba. Latif Gashi, Nazif Mehmeti e Rrustem Mustafa, posti ai vertici della struttura, sono stati giudicati colpevoli di crimini di guerra per il trattamento disumano inflitto ai prigionieri civili, per la violenza e la tortura perpetrata ai danni dei detenuti civili. Un quarto uomo Naim Kadriu, anch'esso ritenuto colpevole nel processo del 2003, nel frattempo è deceduto.
- Latif Gashi condannato a 6 anni di carcere 
- Nazif Mehmeti condannato a 3 anni di carcere. 
- Rrustem Mustafa condannato a 4 anni di carcere.
I tre non sono persone qualunque. Gashi appartiene alla National Intelligence Service, un'organizzazione ombra formata nel 1999 dal governo provvisorio del Kosovo, Mehmeti è un membro del Servizio di polizia del Kosovo e Mustafa, conosciuto come Remi, era un alto comandante dell'UCK ed ora siede in Parlamento nelle fila del Partito Democratico del Kosovo, PDK, e ricopre anche la carica di presidente della commissione per gli affari interni e la sicurezza nazionale.
COS'E' SUCCESSO? 
Da ottobre 1998 fino ad aprile 1999, Latif Gashi, Nazif Mehmeti e Rrustem Mustafa, agendo di concerto con altri individui non identificati, hanno ordinato e compiuto violenza nei confronti di civili albanesi detenuti nel centro di detenzione situato a Llapashtica/Lapaštica, lasciandoli in condizioni disumane, privandoli di servizi igienici adeguati, senza cibo, acqua e le necessarie cure mediche. Il trio ha applicato misure di intimidazione e di terrore, ordinato e partecipato a pestaggi e torture nel tentativo di costringere i detenuti a confessare atti di slealtà verso l'UCK. Questo tragico caso iniziò con la raccolta di dati e testimonianze nel 2001/02. Nel 2003 iniziò il primo processo e furono emesse le sentenze di condanna.Nel 2005, però, la Corte Suprema del Kosovo chiese un nuovo processo. Si è giunti così alla data del 7 luglio 2009: il nuovo processo venne riavviato e la Corte distrettuale di Pristina condannò i tre criminali. Ma subito dopo cos'è successo? L'arresto di questi loschi figuri albanesi ha provocato un'ondata di proteste contro la comunità internazionale. L'associazione dei veterani dell'UCK, quella degli invalidi di guerra dell'UCK e delle famiglie dei martiri, hanno portato in piazza 5.000 manifestanti albanesi per chiedere a gran voce la liberazione del trio. I manifestanti hanno attaccato la polizia internazionale e minacciato le guardie locali dell'OSCE. La nuova missione EULEX non si è lasciata intimidire da questi eventi e pare decisa ad aprire un nuovo capitolo e accantonare la strategia sino ad ora usata da Unmik, fatta di immobilismo verso i criminali anche di fronte a prove certe. Questo nuovo messaggio di Eulex è arrivato a molti, anche ad Hashim Thaci. Il Primo Ministro e uomo vicino agli accusati, non si è scomposto e ha fatto sapere di essere fiducioso per l'assoluzione degli imputati dalle accuse. Come devono essere intese le parole di Thaci? Avra lanciato qualche segnale ai suoi? E' presto per capire se questa presunta nuova stagione di Eulex sia qualcosa di più sostanzioso di un semplice fuoco di paglia. Non ci resta che attendere.
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lunedì 10 maggio 2010

MAFIA LIKES FOG, LIKE WOLVES

 Intervista del TG2 a Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano, autori del libro "Lupi nella nebbia"

venerdì 7 maggio 2010

LUPI NELLA NEBBIA



 Incuriosito dalla quarta di copertina per la descrizione del Kosovo come "uno degli snodi più importanti per il traffico di armi, droga, organi ed esseri umani verso l'Occidente", mi sono diretto in libreria con l'intento di leggere "I LUPI NELLA NEBBIA". Superate le iniziali diffidenze, ora posso dirlo. Si tratta di un gran bel saggio, un libro d'inchiesta come pochi. In un linguaggio diretto i due autori fanno parlare testimoni e diretti interessati. Ma sono i "confidential documents" di UNMIK i preziosi protagonisti. Le testimonianze dei giovani albanesi, dei funzionari internazionali, di poliziotti locali e cittadini serbi, presentano al lettore un quadro recente molto realistico e veritiero. Per un po' anch'io, leggendo alcune parti del testo, ho ripercorso a piedi le viuzze di Pristina, immaginandomi di essere seduto in questo ristorante o quella caffetteria del centro circondato da internazionali di ogni grado, tanto chiara è la descrizione delle scene. Leggengo il libro il lettore potrà capire cosa sia successo negli anni della guerra con l'uccisione di molti civili albanesi e i drammi familiari. Con altrettanto equilibrio e forza descrittiva vengono presentate le violenze subite successivamente dai serbi e le condizioni in cui vivono all'interno delle enclaves. Non sfuggono nemmeno le violenze perpetrate, anche dopo la guerra, dai militanti dell'UCK verso i serbi e i presunti collaborazionisti albanesi, le forniture di sangue ad alcune cliniche private che operavano a Pristina o le operazioni clandestine di organi praticate alla Medicus. In mezzo ci sono loro, i funzionari Unmik di ogni grado e nazionalità che in dieci anni di controllo e supervisione sono venuti a conoscenza di tanti fatti - altrettanto documentati e protocollati -  ma che per le più svariate ragioni hanno preferito non alzare il polverone, consci delle ripercussioni e delle violenze che ne sarebbero potute scaturire se si fosse indagato sui nomi dei veri manovratori, Ramush Haradinaj e l'attuale Primo Ministro Hashim Thaci. Il libro, la cui vera forza sta nelle tante foto che riproducono i documenti riservati di Unmik, smaschera e mette a nudo le responsabilità degli internazionali. Dovremo confidare nella determinazione e nel lavoro dei nuovi prosecutors di Eulex. Intanto vi lascio scoprire il resto di questo splendido libro. Libro che, sono certo, non lascerà indifferenti.

IL LIBRO

“Mafia likes fog, like wolves”. La mafia vuole la nebbia, come i lupi. Le parole di un poliziotto kosovaro sono la sintesi di un Paese in cui dieci anni di amministrazione ONU non hanno portato benessere e giustizia, ma miseria e criminalità. In cui, in nome della stabilità dei Balcani, si è legittimata una classe dirigente legata a doppio filo con la mafia, Attraverso una scrupolosa inchiesta giornalistica Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano tracciano un bilancio a tinte fosche della gestione internazionale: l'insabbiamento dei processi per crimini di guerra, le investigazioni sulle più alte personalità politiche del Paese (tutti o quasi ex comandanti UCK) misteriosamente sparite nel passaggio di consegne dalle Nazioni Unite all'Unione Europea; i rapporti degli osservatori OCSE rimasti lettera morta che denunciano l'inerzia dell’ONU; le responsabilità degli USA. Il Kosovo è grande quanto l'Abruzzo e con 14mila soldati NATO dovrebbe essere uno dei posti più sicuri del mondo. Perché allora nel nord di Mitrovica si spara ancora? Per i magistrati il Kosovo è uno degli snodi più importanti per il traffico di armi, droga, organi ed esseri umani verso l'Occidente. Come mai quindi alle frontiere nessuno controlla i carichi dei camion? Nel cuore dei Balcani che marciano verso l'Europa il Kosovo è uno stato delle mafie, auto proclamatosi indipendente, che ci riporta a una nuova guerra fredda, Con abilità narrativa gli autori intrecciano il racconto dei volti e degli avvenimenti incontrati durante la loro inchiesta al più vasto scenario della scacchiera balcanica e delle missioni internazionali di cui il Kosovo rappresenta un tragico modello. 

Consiglio anche la lettura dell'articolo "Lo scandalo Kosovo" su L'Espresso


Lupi nella nebbia
di Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano
Listino € 14,00
Editore Jaca Book
Pagine 160
Lingua Italiano
EAN 9788816409620


domenica 2 maggio 2010

tUNg tUNg



Rrezeart Galica è un giovane artista e fa parte di quel 62% della popolazione sotto i 30 anni  di cui è composto il Kosovo, il paese con la più giovane popolazione d'Europa. I trentenni di oggi sono quelli che hanno visto con gli occhi  innocenti -quelli di un bambino- il dramma della guerra, la fuga ed i cadaveri dei loro cari. Una generazione, quella nata negli anni 80, cresciuta a pane ed "imposizione". Prima con i serbi e poi con la missione internazionale della Nazioni Unite, diversamente conosciuta col nome di UNMIK. Come avviane anche dalle nostre parti i detentori del potere o i presunti tali sono bersaglio di critiche e slogan. Su di loro, qui in Kosovo, si potrebbe pubblicare un book fotografico.
"TUNG" (arrivederci, ciao, in lingua albanese) è l'opera realizzata da Galica. Personalmente credo che esprime molto bene quel senso di "occupazione" tanto sentito tra la gente locale.


Guarda le altre opere di Rrezeart Galica


P.S. Sento il dovere di precisare, specie dopo gli ultimi articoli pubblicati, che il mio giudizio sulla missione internazionale di Unmik prima ed Eulex poi era e rimane positivo....Certamente, col senno di poi, si sarebbe  potuto fare di meglio.


martedì 27 aprile 2010

IL VATICANO NON RICONOSCE L'INDIPENDENZA DEL KOSOVO


Il Vaticano non riconosce la sovranità dell'autoproclamata indipendenza del Kosovo per rispetto verso la Chiesa ortodossa serba, ha dichiarato pochi giorni fa il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. "Noi sappiamo che il Kosovo rappresenta una grave ferita e un gran dolore per il popolo serbo e la sua Chiesa, e abbiamo, altrettanto, preso in considerazione il fatto che questa provincia è la culla e il centro dell’ortodossia serba", ha evidenziato il cardinale Kasper nell’intervista rilasciata all’agenzia giornalistica cattolica “CatPress”. Il cardinale ha fatto sapere che il Vaticano è molto turbato per la distruzione di importanti monumenti storici, culturali e religiosi del popolo serbo in Kosovo. "Questo non deve essere assolutamente permesso, perché non si può cancellare in questo modo la storia di un popolo", ha avvisato Kasper. Il Vaticano, sempre per bocca del presidente del P.C.P.U.C., si sta adoperando fermamente per la tutela di monumenti, monasteri e chiese ortodosse in Kosovo, nonché per la pacificazione storica fra i serbi e i croati. Le dichiarazioni del cardinale Kasper vanno in un’unica direzione: quella di mantenere buoni rapporti “ecumenici” con la Chiesa ortodossa serba, perseguendo così uno degli scopi dell'organo che presiede, quello di promuovere un dialogo teologico internazionale con le Chiese, ortodosse incluse. Anche questa volta,  bisogna constatare che la Santa Romana Chiesa si è soffermata sul dito; non ha voltuto vedere la luna, i tanti torti e crimini che la popolazione albanese ha dovuto subire da Milosevic e i suoi numerosi seguaci.
Invece di dare segni di distensione e di dialogo interreligioso ad una comunità che ha sofferto ed ha  bisogno di pace, il Vaticano, anche in questo caso, ha fatto la scelta più comoda per il prorpio tornaconto.

sabato 24 aprile 2010

EULEX - STOP PIDOCCHI NEL NORD DEL KOSOVO


Il Movimento Vetevendosje (Autodeterminazione in lingua albanese) è stato sin dalla sua costituzione un movimento di protesta contro "la corruzione della classe politica kosovara e le imposizioni dell'occupatore straniero", come dice il suo leader fondatore. Ultimamente, con il passaggio da Unmik ad Eulex, i loro attacchi si sono spostati verso "il nuovo dittatore europeo", parafrasando sempre Albin Kurti. Oltre alle scritte e slogan di dissenso che appaiono in ogni angolo del Kosovo i giovani attivisti del movimento hanno ideato questo divertente  fotoritocco.


giovedì 22 aprile 2010

EULEX BEST PRACTICES


Sono venuto a conoscenza, certo non dalla stampa, che sedici rumeni apparteneti alle forze di polizia FPU di Eulex sono stati fermati ed accusati di contrabbando di sigarette e di liquori. Stavano per ritornare in Romania con un autobus-navetta della missione Eulex, ma giunti alla frontiera con la Macedonia sono stati bloccati dalle autorità macedoni. Dai controlli effettuati sono state rinvenute 400 stecche di sigarette e 300 litri di liquori. La notizia molto probabilmente non creerà alcun scalpore. Si continuerà invece a parlare, con una certa faciloneria, del Kosovo come di "quel buco nero nel cuore dell'Europa", di quella piccola striscia di terra meta di traffici illeciti e criminalità organizzata, anche se non ci sono fatti concreti che possano far pensare a tutto ciò.Qui, l'unico elemento certo è la presenza, da dieci anni, di circa 15 mila soldati della Kfor e servizi segreti di mezzo mondo che non sono riusciti a scoprire un bel nulla. Anzi, se proprio bisogna dirla tutta, va rilevato che in più occasioni sono stati proprio gli internazionali stessi - militari, alti funzionari di Unmik, consulenti - ad essere stati beccati con le mani nel sacco. Un Paese grande quanto l'Abruzzo e con tutti questi soldati dovrebbe essere uno dei posti più sicuri del mondo. E invece?

domenica 18 aprile 2010

LA MESSA E' FINITA ANDATE IN PACE

La Chiesa ortodossa serba ha svolto, da sempre, un ruolo di primissimo piano nelle relazioni politiche e i rapporti con le altre comunità presenti in Kosovo. Dopo i tragici eventi del 1998-99 è stata l'unica istituzione serba a rimanere nell'ex provincia, considerata, non a torto, la culla spirituale della Serbia. E' riuscita, così, ad irrobustire il rapporto con i fedeli serbi rimasti, supportandoli e sostenendoli nelle varie sedi politiche e tra le organizzazioni internazionali. Da diverso tempo, però, la Chiesa otodossa è attraversata da spaccature e trema sotto le accuse di corruzione, comportamenti immorali e divisioni interne.




La rissa tra i monaci è avvenuta di fronte al monastero di Gračanica nei giorni successivi alla sostituzione dell'Arcivescovo Artemije con l’Arcivescovo dell’Erzegovina Atanasije, nominato amministratore ad interim dell’Eparchia del Kosovo. La Chiesa ortodossa serba ha deciso di sospendere temporaneamente dalle sue funzioni il suo rappresentante in Kosovo, coinvolto in una vicenda di irregolarità finanziarie. Come hanno riferito i media di Belgrado, il Santo Sinodo ha deciso di sospendere Artemije per "non essere stato in grado di gestire al meglio le attività finanziarie" di sua competenza in Kosovo. Questa spaccatura non giova a nessuno. Si spera che le diatribe interne possano essere risolte al più presto, perchè soltanto con una Chiesa forte e unita si possono compiere ulteriori passi in avanti verso l'integrazione della comunità serba in Kosovo.


mercoledì 24 febbraio 2010

1° MARZO 2010: LA GIORNATA SENZA MIGRANTI

KOSOVO: A DUE ANNI DALLA DICHIARAZIONE DELL'INDIPENDENZA

Intervista radiofonica per il programma Scirocco - Voci del Mediterraneo dell'agenzia radiofonica AMISNET.

Questa settimana il nostro sommario prevede un'ampia pagina dedicata all’immigrazione, in vista della grande mobilitazione antirazzista che attraverserà tutta l’Europa mediterranea il primo marzo. Parleremo poi della crisi diplomatica tra Libia e Svizzera che proprio in queste ore sembra avviata ad una rapida soluzione dopo 19 mesi di braccio di ferro. In conclusione di trasmissione andremo in Kosovo, per vedere a che punto è la costruzione delle istituzioni della neonata repubblica balcanica a 2 anni dalla dichiarazione di indipendenza.

Ospiti della puntata
  • Maso Notariani, Peacereporter
  • Sebastian Herrera, Comitato promotore del 1° marzo in Spagna
  • Khalid Chouki, Minareti.it
  • Raffaele Coniglio, cooperante e blogger
ascolta la puntata di Scirocco


lunedì 22 febbraio 2010

KOSOVO NEWS 06


EULEX agrees that crime is a major problem in Kosovo (Koha Ditore)
Koha Ditore reports that the EULEX Mission has agreed that crime is a major problem in Kosovo, and has said that EULEX officials are aware of the criticisms and dissatisfaction of civil society with the mission’s work. Established in Kosovo more than a year ago, EULEX has not made any serious arrests related to corruption or organized crime, even though many international reports confirm the presence of these phenomena in Kosovo, the daily reports. Recently, U.S. Ambassador to Kosovo Christopher Dell also spoke of the presence of corruption and malfunctions in the rule of law in Kosovo. However, according to Kosovo Government spokesperson Memli Krasniqi, the war ont corruption is among the Government’s top priorities. “The difference between this Government and the previous ones is that we are fighting corruption and organized crime, while the others co-existed with them,” said Krasniqi. When asked whether Kosovo is a criminal state, EULEX spokesperson Nicholas Hawton said that there is no doubt that crime is a major problem that Kosovo faces. “This is why EULEX was established in Kosovo, to monitor and help local authorities to combat crime,” said Hawton.
Court employees request to return to work in the north (Koha Ditore)
Koha Ditore reports that approximately 100 court employees have requested to be returned to their regular place of work, in prosecution and court facilities in northern Kosovo. The employees protested Saturday, two years after they were forced to stop working in these institutions due to protests by Serb employees a few days after the declaration of independence. Protesters marched from “Liberty Square” to the Ibër bridge. According to the leader of the Organizing Council, Riza Istrefi, all Kosovo courts have expressed their solidarity with the protesters, and each sent a representative to the protest.
Politicization of a grave (Express)
Express reports that political war between Serbs and Albanians is not over yet but in the contrary, even the dead are becoming part of it. A grave of a Serb female in Gjilan has been opened, and even though it is believed that demolition happened for material profiting, the Police has still not identified the perpetrators. Vandalism at the grave of Zivka Jovanovic has been harshly condemned by Kosovar and international representatives, however, officials of the parallel structures in the north have used this case to reiterate that Serbs are being endangered by Albanians . “Opening of the grave is a clear message that Serbs cannot burry their dead in Gjilan,” said Dragan Nikolic, who presents himself as the chief of Anamorava District, reports Express.

giovedì 18 febbraio 2010

IL KOSOVO DUE ANNI DOPO L'INDIPENDENZA.

INTERVISTA ALL'AMBASCIATORE ITALIANO MICHAEL L. GIFFONI

Una lucida analisi sui problemi, le prospettive e le contraddizioni della situazione interna del Kosovo. Intervista di Roberto Spagnoli di Radio Radicale all'Ambasciatore Giffoni.



www.radioradicale.it

martedì 16 febbraio 2010

BARACK OBAMA, IL WEB E L'INDIPENDENZA DEL KOSOVO

Domani gli albanesi del Kosovo affolleranno numerosi le strade del paese per festeggiare il secondo anniversario dell'indipendenza. Con qualche giorno di anticipo sono state recapitate alle autorità politiche del Kosovo lettere di auguri da parte di molti capi di stato. Quest'anno quello più atteso da tutti e quindi carico di aspettative è stato il messaggio che Barack Obama ha inviato al collega Fatmir Sejdiu.
"Caro presidente, a nome del popolo americano mi congratulo con Lei e con i cittadini del Kosovo per il secondo anniversario dell'indipendenza, il 17 febbraio" ha scritto Obama nel suo messaggio. "Vorrei anche congratularmi con il popolo del Kosovo per i progressi fatti nella costruzione di una società democratica, pacifica e multietnica", ha aggiunto il presidente Usa che ha ribadito l'impegno degli Stati Uniti a "sostenere le aspirazioni di integrazione euro-atlantica" del Kosovo. Obama ha quindi auspicato un "rafforzamento dell'amicizia e collaborazione tra i nostri due paesi".
Per questo secondo "compleanno" anche dal web sono giunti tanti messaggi augurali da varie parti del mondo, grazie alla campagna di sensibilizzazione e promozione intrapresa da alcune agenzie del settore.



giovedì 11 febbraio 2010

L'"IN"GIUSTIZIA DI UNMIK

Nel terzo anniversario dell'uccisione di due giovani attivisti del movimento Vetevendosje, Mon Balaj e Arben Xheladini, le famiglie e il movimento di Albin Kurti chiedono giustizia. Era il 10 febbraio 2007 quando due ragazzi appena ventenni, durante accese proteste nel pieno centro di Pristina, furono uccisi dalle forze di polizia Unmik di nazionalità romena, schierate quasi sempre in prima fila in presenza di eventi del genere, insieme ai loro colleghi pakistani, moldavi o marocchini. La stampa locale oltra a riportare questa notizia parla anche dell'indigno dei familiari per l'insulto ricevuto dalla proposta di Unmik, quella cioè di offrire 55 mila euro come compensazione per le vittime e per rinunciare, ovviamente, alle vie legali. L’ingiustizia e la beffa, sollevate dalla stampa locale, hanno spinto, sempre nella giornata di ieri, i vertici di Unmik a indirizzare una nota di precisazione alla stampa.



Note to the media: Facts regarding the UN’s compensation process related to deaths and injuries caused during the 10 February 2007 protest.
This note is intended to clarify mischaracterizations that have appeared in the media regarding the processes related to the events of 10 February 2007 Special Representative of the Secretary-General (SRSG) Lamberto Zannier has taken a keen interest in the processes related to the events of 10 February 2007, and fully supports all ongoing efforts to ensure that compensation is provided to the families of the deceased and to those injured during the protest. While no amount of money can make up for the loss of life and injuries suffered on 10 February 2007, compensation can help the injured and families with expenses. Since 2007, UNMIK has been engaged with the families in the compensation process. As a result of these efforts, United Nations headquarters applied the Third Party Claims process, the UN procedure for providing monetary compensation for lost earnings suffered by individuals or their dependents. In this context, last summer the SRSG met with the families of Messrs. Balaj and Xheladini and individuals who were injured. He personally apologized to them on behalf of the UN for the events of 10 February 2007.He stands by this apology today. Following repeated consultations with the lawyers of the families and the other claimants, the United Nations formally offered compensation late last year. Whether to accept the compensation is a personal decision to be made by the families and the individuals involved. However, contrary to erroneous reports in the media, the compensation process and the acceptance of the compensation offered by the UN are separate from any criminal investigation proceedings related to the case. The SRSG firmly believes in the families’ right to seek justice. He understands their frustration and will continue to raise the issue with the relevant member state.