domenica 29 novembre 2009

MILITARI ITALIANI IN KOSOVO:RIDIMENSIONAMENTO SENSATO O FRASI AD EFFETTO?

In Kosovo sono presenti circa 14000 soldati della Kfor, dei quali 1935 sono italiani. Cifre molto alte se paragonate al contesto in cui operano. Di recente anche il Ministero della Difesa pare se ne sia accorto. Non si conoscono ancora i dettagli, ma sembra imminente un ridimensionamento dei nostri soldati. La notizia, se confermata, sarebbe un ottimo risultato in quanto chiude anni di sprechi e risorse che avrebbero potuto servire più direttamente le popolazioni locali. Ovviamente, i Generali di turno sembrano non gradire e come il Generale Roberto D'Alessandro, al vertice della Multinational Task Force West, si lasciano andare a dichiarazioni che creano scompiglio tra la minoranza serba del Kosovo. Stando all'articolo del 25 novembre, In Kosovo è allarme per i Monasteri, comparso su il Manifesto, il Generale D'Alessandro ha dichiarato: "Oggi i nostri militari ridurranno i presìdi a Decani e al Patriarcato di Pec". Così posta l'affermazione pare essere assai pretestuosa, utile solo a creare panico tra la popolazione serbo-ortodossa che riceve l'indispensabile supporto dei nostri soldati. Se è vero che la situazione in Kosovo non sia più paragonabile a quella di qualche anno fa, non si può dire che si sia normalizzata e luoghi come quelli che controlla la Kfor italiana (Patriarcato di Pec e Monastero di Decani) sono di inestimabile valore storico e religioso e, quindi, altamente sensibili.
Se l'intento del Generale era quello di servirsi delle giuste preoccupazioni dei monaci ortodossi e di conseguenza della popolazione serba del Kosovo per far giungere in Italia il messaggio della loro assoluta necessità in Kosovo, l'annuncio centra pienamente l'obiettivo. Comunque sia, 2000 soldati sono tantissimi, ancor di più se la maggior parte di loro vive e bivacca all'interno della base militare (Villaggio Italia). E' auspicabile la riduzione di almeno un terzo del contingente (600 soldati) in modo da rappresentare ancora una significativa presenza in loco, capace comunque di proteggere i siti religiosi e storici del patrimonio serbo-ortodosso. Le dichiarazioni del Generale, come prevedibile, hanno preoccupato i monaci di Decani e padre Teodosje. Sull'argomento abbiamo sentito le preoccupazioni e accolto l'appello di Sanda Raškovic-Ivic, Ambasciatrice della Serbia in Italia.





leggi anche Il costo dei militari italiani in Kosovo

mercoledì 25 novembre 2009

A PRIZREN CON I DERVISH

I Dervish rappresentano senza dubbio uno dei fenomeni più rilevanti nella storia della spiritualità islamica o Sufismo. Nell'odierno Kosovo vive un imprecisato numero di dervish che appartengono a diversi ordini tra loro distinti. Una storia intensa ed emozionante durante una funzione religiosa all'interno della teqe.

Prizren, giovedì ore 22 di una calma e tranquilla sera di fine ottobre. Ero pronto ad incontrare i dervish della teqe Halveti, situata in pieno centro cittadino. Sapevo della loro preghiera settimanale (Zekr), e della remota possibilità di prendervi parte. Giunto in anticipo all'appuntamento, pensando di poter scambiare qualche parola con i fedeli, mi sono invece ritrovato già nel pieno della cerimonia religiosa. Dopo una lunga trattativa sono riuscito allora a convincere uno dei dervish che stavano all'ingresso a consentirmi di seguire la cerimonia. L'evento è stato molto interessante, anche se, devo ammettere, non paragonabile, quanto ad intensità emotiva, alla cerimonia che i dervish di un'altro ordine di Prizren (i Rifai), celebrano tutti gli anni il 22 marzo. Si tratta del Nawrūz, letteralmente "nuovo giorno", un'antichissima ricorrenza pre-islamica della Persia che celebra il nuovo anno (ricorre il 21 marzo sebbene in alcuni paesi viene celebrata il 20 o il 22, venendo così a coincidere con l'equinozio di primavera). In quell'occasione, dopo essere entrati in trance, i dervish si perforano la parte inferiore delle guance e/o la gola con grossi spilloni. Ad ogni modo l'emozione, anche l'altra sera, è stata grande. A quell'ora mi sono ritrovato da solo in mezzo a tutte quelle persone che, minuto dopo minuto, andavano ripetendo sempre le stesse interminabili ma accattivanti parole.


Canti intensi, che eseguivano con continui e ripetitivi movimenti della testa e del corpo. I minuti passavano e il canto sembrava coinvolgerli totalmente. Pian piano mi apparivano sempre più presi e, sinceramente, un pò "stralunati". D'altra parte, era la prima volta che assistevo a qualcosa del genere. Era un mondo a me nuovo e completamente insolito. Mi ero ritrovato in passato nelle moschee di Istanbul, nel pieno delle liturgie ortodosse a Decani, nella sinagoga di Sarajevo, nei tempi induisti e buddisti in Sri Lanka, sempre spinto dal desiderio di capire come l'uomo si rapporta e si approccia con quello che definisce "l'essere supremo". In tutti quei casi avevo assistito anche a cose bizzarre, ma soltanto questa volta ho provato, accanto a stupore, un pizzico di paura. Non perchè a un certo punto sono riusciti a capire che li avevo ripresi con la mia mini videocamera (nonostante fosse vietato), ma per via dei loro canti ossessivi, monotoni ma potenti, che mi stavano catturando sempre di più. Immerso nel profondo silenzio seguivo con gli occhi ogni loro movimento sincronizzato, quello del capo e delle mani che, sovrapposte l'un l'altra, posizionavano prima all'altezza dello stomaco poi sulle spalle. Abbracciati fraternamente in modo da formare un cerchio, ripetevano versi e poi canti. Sopra di loro una enorme stella di David di ferro battuto! Cosa mai ci faceva questo simbolo ebraico in un centro di preghiera islamico?


Il risultato dell'oltre un'ora e mezza di movimenti e canti è stato ipnotico, anche per me. Echi di suoni antichi ed a tratti viscerali, ossessivi, seguiti anche dal suono dei tamburi. Sembravano più un rituale pagano che una liturgia religiosa. A mezzanotte circa il rito è finito. A quell'ora, accaldati dai movimenti e dal canto, i dervish, fattisi da parte, hanno aperto la stada al loro carismatico capo (Baba o Sheh) per lasciarlo uscire. L'ho notato durante la cerimonia, era colui che fino a quel momento, posizionato nel centro del cerchio, colpendosi con due o tre colpi sulla mano, suggeriva il ritmo e l'intensità del canto.


A funzione finita, seguendo il leader, sono usciti tutti gli altri per ritrovarsi nel cortile antistante. I più giovani hanno preparato il tè e tutti insieme, io compreso, abbiamo chiaccherato nonostante la tarda ora. Loro, più di me, mi sembrava avessero bisogno di riprendersi e ritornare in sé. Notavo comunque in loro una certa tranquillità che credevo fosse il frutto del loro stato psico-fisico. Lo notavo dai loro occhi, profondi e fissi che mi guardavano, ed andavano oltre. A tratti mi sembravano confusi, ma nello stesso tempo rilassati e sereni. Quegli uomini avevano sguardi così profondi che sembrano riuscire a guardarti l'anima! Non è finita, però, come avrei voluto, perchè accortisi delle mie riprese hanno.....

continua

domenica 22 novembre 2009

TRE CANTI FUNEBRI PER IL KOSOVO

(EPICA ETICA ETNICA PATHOS)





Dieci anni fa usciva per conto della Longanesi un piccolo volume di Ismail Kadarè dal titolo "Tre canti funebri per il Kosovo". Nei tre racconti di questo libro Kadarè, con il suo stile crudemente poetico, ci riporta nella polvere di quell'assolatissima giornata del 28 giugno del 1389 quando venne combattuta la battaglia di Kosovo Polje (nella "Piana dei Merli" come veniva chiamato il Kosovo). Una storia di oltre 600 anni fa mai conclusasi, ritornata attuale 10 anni fa e che ancora oggi, con il sangue versato, continua a macchiare.Un libro avvolgente, leggero ed essenziale per capire la complessità degli uomini e dei luoghi che popolano i Balcani.
"Ancor prima di metterci piede, i turchi avevano battezzato quel posto col nome "Balcani" e quel nome aveva finito per appiccicarsi loro addosso come scaglie nuove sulla carcassa di un vecchio rettile. Gli autoctoni non si davano pace. Si dibbattevano nel sonno come per liberarsene, ma ottenevano l'effetto opposto. Si rendevano conto, adesso, che, essendo stati sempre divisi, non avevano dato mai un nome alla loro penisola. Si, qualcuno l'aveva chiamata "Ilyricum", altri si erano proposti di darle nome "Nuova Bisanzio", c'era chi, in seguito, aveva voluto battezzarla "Alpiana", dal nome delle alpi albanesi, o "Gran Slavonia" in riferimento agli slavi, e via discorrendo...". La battaglia di Kosovo Polje vedeva schierata da una parte la coalizione balcanico-cattolica guidata dal comandante serbo, Lazaro, e formata dagli uomini del re bosniaco Tvrtko, del voivoda rumeno Mircea, quelli dei conti albanesi Giorgio Balsa e Demetrio Yonima. "Negli ultimi giorni, a queste forze si erano unite altre formazioni che alcuni credevano ungheresi e altre croate, ma delle quali, come di molte altre cose in quella guerra, non si seppe mai con precisione l'origine". Di fronte ai balcanici, ai fianchi del sultano turco Murad I e dei suoi vassalli erano schierate le truppe del principe Costantino V e del serbo "traditore" Marco Kraljevic. Contrariamente a quanto emerge dalla mitologia serba, che attribuisce a questa battaglia un significato eccessivo e falsato, la battaglia di Kosovo Polje era un guerra combattuta da vari signorotti, conti e principi locali, che parlavano diverse lingue e praticavano diverse religioni, ma tutti accuminati dal fatto di difendere il loro potere locale dalle minacce turche. Intanto la guerra stava per scoppiare e le divisioni tra gli "occidentali" non si erano colmate, anzi, dice Kadarè, "ciascuno nella propria lingua, i rapsodi avevano cominciato a comporre i propri canti. Somigliavano a quelli dei tempi più remoti e le parole stesse erano molto simili. I vecchi serbi con le loro gusle cantavano:" Ah, ecco che gli albanesi affilano il ferro per farci guerra!" e, allo stesso modo, i rapsodi d'Albania  con le loro lahute esortavano:" In piedi, albanesi, gli slavi ci attaccano!". 
Gli uni dicevano :"In piedi serbi, gli albanesi ci tolgono il Kosovo" , gli altri intonavano :"In piedi, albanesi, lo slavo ci ruba il Kosovo!". Con il passare dei secoli la battaglia di Kosovo Polje entrò nel mito: il principe Lazaro divenne eroe nazionale al quale venivano assegnate tutte le virtù speciali e per secoli se ne cantarono le gesta. I serbi venivano presentati come le vittime della ferocia islamica, i martiri della fede cristiana, e la sconfitta veniva attribuita ai tradimenti e quindi nasceva anche il risentimento per una Serbia grande e sfortunata, vittima del tradimento e dell'abbandono degli altri. Da allora passarono i secoli ma i rapporti tra serbi ed albanesi rimasero sempre difficili. Era il 28 giugno del 1989 e Milosevic, prendendo la parola, disse "Sei secoli dopo, adesso, noi veniamo nuovamente impegnati in battaglie e dobbiamo affrontare battaglie. Non sono battaglie armate, benchè queste non si possano ancora escludere. Tuttavia, indipendentemente dal tipo di battaglie, nessuna di esse può essere vinta senza determinazione, coraggio, e sacrificio, senza le qualità nobili che erano presenti qui sul campo del Kosovo nei tempi andati". Andò a finire come tutti sappiamo, ma nessuno si immaginava. Tragicamente! Sono passati dieci anni da allora e la musica non è cambiata. Forse il sangue come sostiene Kadarè è il filo conduttore di questi seicento anni di storia, quel sangue che scorse a fiumi durante quei due giorni di battaglia e poi nei giorni a noi più vicini. Presso le antiche popolazioni balcaniche tutto quello che concerne il sangue è, come si sa, eterno, imperituro, segnato dal marchio del destino. La situazione in Kosovo non sembra ancora pienamente pacificata e gli antichi canti sono rimasti sempre gli stessi. Cos'altro dovrà ancora succedere?




ISMAIL KADARE':
TRE CANTI FUNEBRI PER IL KOSOVO
Editore: Longanesi & C
pag.108. Lire 18.000

mercoledì 18 novembre 2009

ALBIN KURTI, IL LEADER RIBELLE DEL MOVIMENTO VETEVENDOSJE

L'ex studente ribelle, Albin Kurti, è cresciuto, ma sembra non aver abbandonato mai la strada della protesta. Sin dal periodo universitario, da quando a Pristina si organizzavano le prime proteste contro il regime serbo, Albin Kurti ha continuato ad essere un elemento perturbatore della piatta e asfittica società kosovara. Fedele alla protesta, spesso connotata da eventi violenti e vandalici, il giovane Albin guida dal 2005 il Movimento Vetevendosje ("Autodeterminazione"). Persona colta ed istruita, Kurti, dietro la sua alta statura e minuta ossatura, sembra nascondere un carattere davvero forte. Si possono condividere o meno le idee e le attività di Vetevendosje, ma bisogna prendere atto che questo movimento, i cui attivisti sono soprattutto giovani universitari, è l'unico movimento culturale e politico del Kosovo con una forte vocazione popolare. Per certi aspetti, il movimento di Kurti potrebbe essere paragonato alla Lega Nord, in particolare alla prima fase del movimento padano, quando allora faceva parlare di se più per la spettacolarizzazione delle proteste (con i propri simboli, gadgets e rituali) che per il contenuto effettivo che le alimentava. Vetevendosje, dalla data della sua fondazione, lavora sempre dal di fuori delle istituzioni perchè "non vuole omologarsi e restare schiacciato dai pesci più grossi che dimorano nei palazzi del governo" dice il suo leader. "Per adesso combattiamo da fuori, ma non escudiamo un domani di creare un partito" afferma sempre Albin Kurti.
Il Movimento Vetevendosje negli anni ha organizzato accese battaglie contro la corruzione della classe politica kosovara, contro le imposizioni del "dittatore" Unmik, "i cui alti gerarchi confabulano e vanno a pranzo con i criminali" continua Albin, contro Unmik-Eulex e la Polizia Internazionale che non fanno rispettare la legge e l'ordine nel nord del Kosovo. Le battaglie di Vetevendosje sono anche a favore dello smantellamento delle istituzioni parallele serbe, e contro l'istituzione di nuove municipalità serbe nel centro del Kosovo che, agli occhi di Albin Kurti, paiono ricreare una situazione simile alla Bosnia Hertzegovina ovvero di quello che sembra essere "un unico paese visto dal di fuori, ma diviso se lo si guarda da dentro".


Sono principalmente queste le lotte che Vetevendosje porta avanti, rare volte pacificamente, la maggior parte delle volte con metodi che possono sfociare in rappresaglie e scontri. Basti pensare che nel febbraio del 2008 due attivisti rimasero uccisi nel pieno centro di Pristina durante una delle tante controverse manifestazioni del movimento. Alcuni militari rumeni furono accusati in quell'occasione di aver sparato proiettili di gomma ad altezza uomo. Il clamore iniziale si raffreddò però nel giro di qualche settimana, dei rumeni più nulla. Ultimamente, con il passaggio da Unmik ad Eulex, i loro attacchi si sono spostati verso "il nuovo dittatore europeo", parafrasando sempre Kurti. Al leader di Vetevendosje dieci anni di "dominio internazionale" sembrano eccessivi, non sembrano interessare le decisive tappe di ricostruzione e di supporto alle istituzioni locali che Unmik prima, ed Eulex poi, hanno realizzato, anzi vede nel loro intervento, che ha portato milioni e milioni di euro in Kosovo, uno dei mali recenti del suo paese. Albin guarda lontano e vuole vedere il suo paese pienamente indipendente e sovrano senza più vincoli, condizionamenti e imposizioni che vengono dall'esterno. Quasi come se l'indipendenza fosse un percorso obbligato e la ricostruzione delle infrastrutture e delle istituzioni un gioco da ragazzi!


lunedì 16 novembre 2009

DIARIO DI VIAGGIO: LA MAGIA DI PRIZREN


All'inizio da un posto lontano, poi da un altro un po' più vicino -o per lo meno così ho pensato mentre emergevo dal sonno più profondo delle cinque del mattino- la voce intonata ed armoniosa del Muezzin mi sveglia. Il silenzio della notte viene interrotto, insieme al mio sonno, dalla voce che esce dagli altoparlanti posizionati in cima ai minareti delle moschee, voce che invita i fedeli alla prima delle cinque preghiere che segnano la giornata del buon musulmano. Non mi risulta che le moschee in Kosovo a quell'ora del mattino siano piene di persone. Ma come consuetudine millenaria, dagli alti minareti delle moschee della vecchia Costantinopoli o da quelle nuove e di piccola dimensione che si possono trovare in un classico villaggio rurale del Kosovo, alle cinque in punto il canto richiama i fedeli e non solo. Tutto ciò è quello che mi è capitato la prima notte che sono arrivato nella magica Prizren, città del Kosovo, crogiolo di culture e tradizioni assai differenti, luogo che fino allo scoppio dei tragici eventi del 2004 ospitava anche una significativa presenza di cittadini serbi, per lo più arroccati nella parte alta della città. Bisogna costatare che da allora il quartiere serbo è stato distrutto, i suoi abitanti costretti a riparare altrove e una Chiesa ortodossa fortemente danneggiata. Oggi, sono veramente pochi i serbi che vivono a Prizren; otto di loro sono monaci che come Stanko vivono all'interno del Monastero degli Arcangeli situato alle porte della città. Come per l'odierna Sarajevo anche a Prizren la convivenza delle principali religioni monoteiste è un ricordo del passato anche se sopravvivono a poca distanza l'una dall'altra una moschea, una chiesa cattolica e una ortodossa. Tuttavia, Prizren, vicina all'Albania solo geograficamente e con una significativa minoranza turca, rimane dal punto di vista culturale, religioso, paesagistico e gastronomico una città davvero interessante. Il suo centro storico, l'unico in tutto il Kosovo che ha legami con il passato, è bel ordinato, pieno di caffetterie che si affacciano sulla piazzetta e costruzioni di inzio '900.



Nei vicoletti laterali si possono vedere ancora piccole botteghe di artigiani che lavorano pellame e ferro. Numerosi sono anche i sarti che dietro le loro macchine da cucire sorseggiano tazze di caffè turco o del tè. Le belle giornate di fine ottobre hanno spinto i suoi abitanti a riversarsi in piazza. Ovunque giovani e famiglie, uomini di mezza età che affollano i cafè all'aperto. Più riparati dallo sguardo dei passanti, in quartieri semi centrali, vivono i carismatici dervish, anziani dallo sguardo profondo e penetrante, gentili e riservati allo stesso tempo

Già i Dervish!! ordini religiosi islamici, differenti tra loro, originari dalla lontana Persia, diventati sempre più influenti durante l'Impero Ottomano, come l'ordine dei Bektashi che dopo il 1826 per sfuggire alla ferocia del sultano turco si spostò nei territori dell'Albania. Presenti anche in Kosovo (Prizren, Gjakova, Rahovec) all'interno dei loro centri di culto (teqe) svolgono rituali molto suggestivi.

terza fermata: nella teqe con i dervish

P.S. un ringraziamento speciale a Cristina e Daniele di IPSIA che hanno reso i miei "7 days" ancora più interessanti..

LE ELEZIONI IN KOSOVO: TUTTI DICHIARANO VITTORIA


Le elezioni locali di ieri 15 novembre si sono svolte in un clima di tranquillità. Non sono stati riportati incidenti nei seggi elettorali sparsi in tutto il Kosovo ad esclusione della parte settentrionale a maggioranza serba, dove le elezioni sono state boicottate. Come avviene un po' ovunque, l'euforia delle prime ore successive alla chiusura dei seggi ha spinto i principali partiti a sostenere ognuno la propria vittoria. E' ancora presto per sapere i risultati precisi comune per comune, ma, di sicuro, chi assapora già un'importante vittoria è la Lega Democratica del Kosovo, LDK, che ieri sera ha festeggiato nelle strade di Pristina la riconferma del suo candidato, il sindaco Isa Mustafa, che ha ottenuto il 57 per cento delle preferenze. La città di Pristina non andrà al ballottaggio. Per gli altri comuni, i cui candidati non hanno superato il 50% più uno dei voti, si andrà al secondo turno previsto per il 13 Dicembre. L'affluenza alle urne, secondo la Commissione Centrale Elettorale (CEC), avrebbe superato il 45% degli elettori. Un'affluenza bassa se analizzata secondo i canoni occidentali, ma certamente superiore rispetto al 40% raggiunta alle elezioni del 2007. Altra certezza che merita di essere commentata è la significativa partecipazione della comunità serba a queste elezioni. Nei principali centri a maggioranza serba l'affluenza è stata superiore alle tiepide previsioni, ovvero del 24% a Gracanica, del 31 a Strpce, 14 a Ranilug e del 25 a Kllokot. Questi numeri sono molto significativi ed importanti, risultati che non si erano mai visti (dal 2000 in poi, ovviamente). Cifre in netto contrasto con quanto è avvenuto nel nord del Kosovo, dove gli elettori serbi sono stati del tutto inesistenti, ovvero lo 0,83% a Leposavic, il 6,64% a Zubin Potok e lo 0,75 a Zvecan. L'elemento triste e insieme preoccupante sta proprio nella forbice dei partecipanti, che rispecchiano due diversi approcci nel modo di intendere la partecipazione nelle istituzioni del Kosovo. Il buon risultato ottenuto nelle municipalità a maggioranza serba aprirà, indubbiamente, la strada ad un'attiva partecipazione della comunità serba alla vita politica, economica, sociale nelle proprie comunità. Un percorso nuovo e di rottura con la vecchia logica del boicottaggio e della chiusura imposta da Mitrovica via Belgrado che costituirà elemento di discussione, all'interno della comunità serba del Kosovo, nei mesi a venire.


giovedì 12 novembre 2009

10 ANNI FA L'INCIDENTE AEREO DEL PAM DIRETTO IN KOSOVO. 24 PERSONE A BORDO. TRA LORO ANCHE LAURA SCOTTI

"Non so cos'abbia questo paese. La gente mi ha catturato, i bambini mi hanno stregato. E non lasciano i miei pensieri..chissà. Però, che bello. Ho trovato la mia strada. E' stata la scelta giusta, oggi posso dirlo. Mai mi sono sentita immersa nel mondo come da quando lavoro in Kosovo. Posso toccare la vita, la osservo da vicino, partecipo del destino di qualcuno, dei bambini" Pensiero di Laura Scotti da I 189 giorni di Laura.

Sono passati dieci anni da quel venerdì 12 novembre quando l'Atr42, partito dall'aeroporto Ciampino di Roma e diretto in Kosovo, intorno alle 11.15, scomparve dai radar. Dopo una giornata di attese e ricerche i rottami dell'aereo vennero ritrovati sulle alture nei pressi di Mitrovica. In quell'incidente aereo persero la vita 24 persone di cui 12 italiani. Tra loro c'era anche Laura Scotti.
La prima giornata della Conferenza Internazionale sul Kosovo in programma a Roma dal 4 al 6 novembre è stata l'occasione per incontrare e ascoltare Francesca Mineo, autrice de "I 189 giorni di Laura", un libro che si legge tutto di un fiato, velocemente, proprio come è stata l'esperienza della protagonista, Laura Scotti. Un'esperienza, la sua, che ha lasciato impressi nella mente dei bimbi di allora ricordi che oggi vengono raccontati dai diretti protagonisti e raccolti in questo splendido libro. Francesca Mineo, pur descrivendo il Kosovo ai tempi di Laura, una terra martoriata dalla guerra da poco conclusasi, non si addentra nella farraginosità della politica, ma descrive eventi ancora più alti, perchè parla di quelle che sono le vere vittime delle guerre, i civili e i loro bambini e lo fa ricostruendo e ripercorrendo le giornate di Laura in Kosovo. Il libro, che racconta la passione, il lavoro senza orari, la determinazione, la simbiosi con i locali, le difficoltà del posto, le paure di Laura, mette in luce il carattere forte di una donna che rinuncia alle comodità di Milano per servire chi soffre, ma è allo stesso tempo un inno alla figura del cooperante in generale. Dietro la figura di Laura ci sono migliaia di giovani che vi si possono riconoscere, che hanno fatto e continuano a fare queste esperienze significative un po' ovunque nei paesi in via di sviluppo.


martedì 10 novembre 2009

LE ELEZIONI LOCALI DEL 15 NOVEMBRE IN KOSOVO

Calde giornate autunnali e fermento attorno ai palazzi comunali delle principali città è ciò che si nota maggiormente arrivando in questi giorni in Kosovo. Tra meno di una settimana, il 15 novembre, gli elettori saranno chiamati a votare i propri rappresentanti in quelle che sono le prime elezioni locali da quando il Kosovo ha proclamato la sua indipendenza, il 17 febbraio 2008.

Alle elezioni del 15 novembre verranno scelti i sindaci e i delegati delle assemblee di 33 municipalità, che dureranno in carica per i prossimi quattro anni. Sono più di settanta i partiti che si sono registrati per partecipare. Di questi, 23 sono soggetti politici serbi. Sono in tanti d'altronde a pensare che un numero discreto di elettori serbi andranno a votare; oltre il 20% dei possibili votanti, molti kosovari sono pronti a scommettere. Questo timido passo in avanti della comunità serba è uno degli elementi di novità di queste elezioni, contrassegnato, però, da spaccature tra coloro che, concentrati maggiormente a Mitrovica nord, insistono per la linea dura e il boicottaggio delle "illegittime istituzioni del Kosovo", e quanti, dislocati soprattutto nel sud del Kosovo, preferiscono cercare di migliorare la loro situazione da dentro le istituzioni locali. La spinta al voto serbo è legata al Piano Ahtisaari ed in particolare all'istituzione di tre nuove municipalità (Gracanica, Klokot e Ranilug) e una quarta municipalità allargata (Novo Brdo). Si tratta di municipalità a maggioranza serba e ciò potrebbe favorire questa comunità nel processo di decentramento e insieme di democratizzazione del Kosovo. Sostantivi, questi ultimi, che non piacciono per niente ai serbi del nord del Kosovo. Per loro partecipare a queste elezioni significherebbe riconoscere pienamente la legittimità delle istituzioni del Kosovo. Niet assoluto arriva, quindi, dalla roccaforte serba di Mitrovica. Dal cuore politico di Pristina, invece, queste elezioni hanno tutta l'aria di essere un importante test per il governo e le principali forze di opposizione. A nulla sono servite le pressioni di Ramush Haradinaj, leader del partito AAK, che chiedeva le dimissioni del governo e insieme nuove elezioni, come, d'altra parte, era espressamente previsto dal Pacchetto Ahtisaari. Insieme alle elezioni locali, si dovevano tenere anche quelle governative. Il governo Thaci però ha resistito. Ma questo turno elettorale rimanderà solo di poco la prossima sfida elettorale per la poltrona di primo ministro. Il 15 Novembre si affileranno già le armi.



Questo fine settimana si chiuderà una lunga campagna elettorale, iniziata ben prima del 15 Ottobre, inizio consentito per legge. Il lancio ufficiale della campagna elettorale sia da parte del Partito democratico del Kosovo (PDK), guidato da Hashim Thaçi, che del partito di opposizione, Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK), guidato dall'ex primo ministro Ramush Haradinaj, è avvenuto infatti subito dopo l'estate, attraverso spot televisivi, manifesti e cartelloni pubblicitari. E' stata una campagna elettorale costosa che non ha risparmiato neanche un piccolo angolo di muro dai faccioni dei vari politici. Sono state, in effetti, elezioni locali solo sulla carta, perchè gli stessi leader dei partiti nazionali sono scesi direttamente in campo, impegnandosi più di tutti nella promozione di questo o quel candidato. Ovunque, ma sopratutto nelle piazze cittadine, erano appesi poster elettorali, striscioni e gigantografie di Thaci o Haradinaj, a fianco dei candidati a sindaco. Non si sono visti gli aeroplani sorvolare Pristina, ma di sicuro, in questa campagna elettorale, non sono mancati mega schermi posizionati sopra camion presi a noleggio per sponsorizzare i vari candidati. In un paese dove molte famiglie vivono sotto la soglia di povertà, si fa fatica a capire come mai si riescono a sprecare tantissimi soldi dei contribuenti in queste cose. E' questo uno dei motivi principali della disaffezione dei cittadini del Kosovo alla politica. Sono in molti, infatti, coloro che ricollegano le spese della politica agli affari che ci sono dietro, i cui effetti percepibili sono gli alti livelli di corruzione della classe politica e l'inattività del governo attuale, che non ha fatto nulla per adottare provvedimenti contro la criminalità organizzata e per migliorare il tenore di vita della gente comune. Il sempre più blando controllo di UNMIK e della comunità internazionale sui principali organi di potere sembra stia spingendo la classe poltica kosovara a vedere nella politica un pozzo senza fondo da cui sottrarre i soldi pubblici. Sotto quest'ottica di accentramento del potere si sta verificando un massiccio controllo da parte delle élite di governo sui principali mass media. Lo storico direttore della televisione pubblica è stato costretto a dimettersi dal suo incarico, ed anche i vertici e i direttori del colosso PTK, le Poste del Kosovo, sono stati azzerati. Ad ogni modo, le prossime elezioni saranno di grande importanza non solo per lo sviluppo locale e il miglioramento del tenore di vita dei kosovari, ma anche per la qualità della battaglia tra i candidati, le cui idee e programmi hanno assunto una visibilità ben maggiore che in passato, quando si votavano liste bloccate e preparate a tavolino dalle autorità di partito. Oggi l'elettore può scegliersi il referente politico che ritiene più valido, motivo per il quale ogni singolo candidato si gioca la sua credibilità sulla serietà del suo programma e delle sue idee. Gli elementi di novità, come l'istituzione di nuove municipalità a maggioranza serba e il nuovo sistema elettorale, potranno forse essere l'inizio di un nuovo modo di intendere la politica. La trasformazione che potrebbe partire dal basso ha comunque bisogno della necessaria certificazione della partecipazione popolare, che dovrebbe abbondantemente superare il più basso risultato raggiunto nel 2007 con il 40% degli aventi diritto. Ma bastano questi mutamenti per il necessario cambio di rotta delle istituzioni centrali?

lunedì 9 novembre 2009

PRISTINA JAZZ FESTIVAL '09


Il Pristina Jazz Festival, con l'edizioni di quest'anno è giunto alla sua quinta edizione. Conosciuto per essere uno degli eventi culturali più importanti del paese, il Festival è riuscito a portare artisti famosi da varie parti del mondo, ha stimolato e favorito lo sviluppo e il miglioramento della scena jazz locale e la collaborazione con artisti, associazioni e festival, riuscendo, inoltre, a trovare un posto nella rete dei festival jazz dell'Europa. Artisti del calibro di Uri Caine, Reggie Washington, Giulio Martino, Hans-Joachim Roedelius, Robin Verheyen, Aki Rissanen, Peppe La Pussata, Tim Story, Francesco D'Errico, Yiotis Kiourtisoglou e altri sono passati da Pristina. Anche quest'anno, come per le precedenti edizioni, il contributo dell'Italia, sia in termini finanziari che con la partecipazione di musicisti, è stato significativo. In questa edizione ho avuto il piacere di ascoltare Bob Albanese trio (Pianista, compositore, educatore Bob Albanese, nato a Newark, New Jersey, è una delle voci più versatili e originali del jazz e della musica contemporanea sulla scena di New York di oggi). Grazie alla generosità del caro Ilir Bajri sono riuscito a riprendere qualche passaggio più significativo del concerto.


Vi rimando alla home page del Pristina Jazz Festival per il programma delle serate musicali.

sabato 7 novembre 2009

DIARIO DI VIAGGIO: PRISTINA

Dopo circa un anno di assenza dal Kosovo mi accorgo di vederlo sempre uguale e profondamente diverso nello stesso tempo. Mentre la dinamica Pristina corre ad una velocità maggiore rispetto al resto del paese, la vita nelle cittadine periferiche scorre più lentamente e monotona. Pristina, sede della politica nazionale, delle ambasciate straniere, delle organizzazioni internazionali, ha cambiato nuovamente pelle. La neonata capitale del Kosovo sta crescendo, allungando i suoi arti sia in direzione di Skopje che di Peja. Queste due principali arterie stradali sono diventate dei veri cantieri. I circa 90 km che separano Pristina da Skopje sono oggi interamente percorribili su carreggiata a doppia corsia. I lavori in direzione di Peja saranno ultimati tra un anno circa. Per ora è stato completato circa l'80% della strada, anch'essa a doppia corsia, che collega la città con il suo aeroporto, distante meno di 10 km. Le novità infrastrutturali non si fermano certo qui. Interi quartieri con enormi costruzioni che raggiungono i 15 piani, o forse più, sorgono un po' ovunque e nuovi locali, inspiegabilmente, prendono ill posto di quelli vecchi che pure avevano la loro clientela. Sempre più banche. Nuovi progetti di riqualificazione di aree dismesse attendono di partire presto. Ma la cosa che mi ha lasciato abbastanza perplesso è questa costruzione

che sorge vicino a quest'altra mega struttura che sta prendendo forma
Nella prima foto è rappresentata la nuova sede della Diocesi di Prizren che ospiterà Mons Dodë Gjergji. Nella seconda invece, alle spalle dell'elegante complesso religioso si intravedono i lavori della costruzione della Cattedrale di Pristina, una struttura che quanto a lunghezza ( presumo anche l'altezza) pareggia con pochi edifici. D'altronde si sa, quando gli uomini di Santa Romana Chiesa si muovono lo fanno bene. Ci si scandalizza quando un piccolo garage viene concesso a migliaia di fedeli musulmani per pregare, mentre viene visto come un fatto del tutto normale quello di costruire grandi Chiese (nuovissime sono quelle di Klina e di Gjakova) per una manciata di fedeli cattolici che qui in Kosovo hanno già le loro confortevoli strutture (la comunità cattolica del kosovo è poco superiore al 2% della popolazione). Questi lavori rappresentano forse il primo passo per il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte della Città del Vaticono? E' presto per dirlo. Ciò detto, quella che mi si è presentata davanti è stata una città colorata, euforica e vivace per via delle elezioni locali che si terranno il 15 Novembre. Elezioni locali si fa per dire, perchè la campagna elettorale è molto costosa, visibile e coinvolge direttamente i big della politica kosovara.



Se Pristina è un cantiere a cielo aperto, con gru e braccia metalliche sparse un po' ovunque, con attività culturali che si susseguono ( il Pristina International Film Festival si è da poco concluso, mentre è in corso la nona edizione del Pristina Jazz Festival) la situazione nella periferia del Kosovo non ha subito vistosi cambiamenti...

prossima fermata: PRIZREN

venerdì 6 novembre 2009

IL KOSOVO VISTO DALL'ALTO


Davanti ad una tazza di caffè, da una delle tante caffetterie della centralissima Pristina guardavo la trafficata Bill Clinton e i giovani che la incrociavano a piedi, ma col pensiero ripercorrevo gli ultimi minuti di volo sopra il Kosovo.
E' stata la prima volta dopo tanti anni. Mi è capitato l'altra sera, appunto, di atterrare a Pristina senza la luce del sole. Alle sette e mezza il Kosovo mi si è rivelato ancora una volta insolito. A quell'ora, dall'aereo, si possono notare soltanto fioche luci giallastre sparse qua e là, concentrate per lo più lungo le principali strade di collegamento. Sembravano formassero rombi, altre volte esagoni irregolari. Raramente si intravedevano agglomerati urbani che avevano la forma rotondeggiante. Poi, ancora più in là, di nuovo luci provenienti da casette isolate. Questi pochi minuti di volo sul Kosovo mi sono bastati per capire che la vera essenza di questo paese sono i piccoli nuclei familiari autosufficienti che in molti casi formano minuscoli villaggi rurali. Il classico villaggio formato da poche famiglie imparentate tra loro è la cellula madre che compone l'ossatura del Kosovo.

giovedì 5 novembre 2009

UNA FINESTRA SULLA CONFERENZA INTERNAZIONALE "PER UNO SVILUPPO IN PARNERSHIP ITALIA-KOSOVO"

Si è conclusa ieri la prima delle tre giornate organizzate da 7 ONG italiane impegnate da anni sul territorio kosovaro, iniziativa promossa con il contributo del MAE - Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo e il sostegno dell'Unità Tecnica Locale di Serbia, Montenegro e Kosovo. In Italia, paese in cui i Balcani ed in particolare il Kosovo sono notiziabili solo quando scorre il sangue o nell'aria c'è l'odore di polvere da sparo, un'iniziativa come quella in corso ricopre, senza dubbio, una posizione di grande valenza culturale per lo spessore dei relatori coinvolti e gli argomenti oggetto di analisi. Si tratta di una conferenza che, per quanto riguarda il "caso Kosovo", non ha precedenti e aprirà sicuramente percorsi nuovi nel modo di intendere la cooperazione allo sviluppo. Tra i partecipanti alle tavole rotonde previste all'interno della Conferenza ci sono i quadri istituzionali e personalità significative di entrambi i paesi, esperti e operatori delle ONG coinvolte nel progetto, i referenti più attivi che nel corso degli anni hanno lavorato dall'Italia e dal Kosovo sulle tematiche della cooperazione e dello sviluppo. Il risultato di questo interessante progetto di Educazione allo Sviluppo è stato la pubblicazione di un volume in cui sono raccolti i risultati dello studio-ricerca Paese, con tanto di riferimenti normativi, dati statistici, indicatori di analisi e di valutazione in cinque settori (minori, educazione, dialogo interetnico, agricoltura e microcredito) in cui si è maggiormente concentrata l'attività della Cooperazione Italiana in Kosovo. Il libro raccoglie oltre alle ricerche anche le esperienze delle Ong italiane attraverso i diversi progetti implementati sul campo e le buone pratiche da loro applicate; una mappatura aggiornata sul Paese, una finestra importante per chi vuole conoscere il Kosovo di oggi.

Per informazioni:
ONG Prodocs,
via Etruria 14 - 00183 Roma
+39 06 77072773
prodocs@prodocs.org , www.prodocs.org


lunedì 2 novembre 2009

PER UNO SVILUPPO IN PARTNERSHIP ITALIA - KOSOVO

4 - 6 NOVEMBRE 2009
Sala delle Bandiere
Ufficio del Parlamento Europeo in Italia
via IV Novembre, 149/A, Roma
L’Organizzazione Non Governativa PRO.DO.C.S., insieme alle Ong italiane Ai.Bi., CeLIM MI, C.E.S.E.S., INTERSOS, IPSIA e RTM, presentano la Conferenza Internazionale “PER UNO SVILUPPO IN PARTNERSHIP ITALIA/KOSOVO” che si terrà a Roma, presso l’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, dal 4 al 6 novembre. La Conferenza è il frutto del progetto di Educazione allo Sviluppo, “FORMAZIONE IN SCAMBIO ITALIA/KOSOVO PER UNO SVILUPPO IN PARTNERSHIP”, cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano, in fase di realizzazione tra Ong e istituzioni kosovare e italiane, associazionismo e reti locali con il fine di unire peer education e ricerca per il rispetto dei diritti umani, del dialogo interculturale, della pace e del processo di democratizzazione. Alla Conferenza internazionale multilingue (italiano, albanese e serbo, inglese) partecipano autorità istituzionali italiane e kosovare. Le 7 Ong realizzatrici dell’iniziativa vogliono contribuire ad un processo di analisi della situazione del Paese Kosovo nei Balcani, proclamatosi unilateralmente indipendente dallo stato della Serbia nel 2008, e ad un confronto sull’evoluzione del rapporto tra Europa e Paesi dell’area balcanica, che sta ponendo sfide concrete alle politiche di buon vicinato dell’Unione Europea e alla questione dello “spazio europeo”. Quale ruolo può svolgere l’Italia nel favorire una “cittadinanza comune europea”? La riflessione parte dal contributo dato dall’Italia ai processi di sviluppo attraverso i programmi di cooperazione internazionale e decentrata, e alla lotta alla povertà in Kosovo nella decade 1999 - 2009, nonché sulla ricaduta di queste politiche nel territorio italiano.