sabato 25 aprile 2009

SRI LANKA: UNA CRISI UMANITARIA CHE NON PUÒ PIÙ ATTENDERE


Da più di trent’anni lo Sri Lanka è alle prese con gravi problemi interni, anche se è dall’inizio dell’indipendenza dalla Gran Bretagna, nel 1948, che la maggioranza cingalese di fede buddista è in lotta continua con la minoranza tamil di religione induista. Ancora una volta il post-colonialismo sembrerebbe aver generato un frutto marcio: la guerra interetnica.

Lo scontro tra forze governative e i gruppi armati dei Tamil [il più radicale dei quali è il Movimento di Liberazione delle Tigri Tamil Eelam, l’LTTE], ha raggiunto oggi livelli impressionanti di violenza. È da gennaio 2008 che l’escalation di uccisioni sembra non arrestarsi. Da allora, puntualmente, ogni giorno, lontano dalla cronaca dei giornalisti occidentali e nell’impotenza degli operatori di Organizzazioni Internazionali, inermi di fronte al clima di violenza e all’odore di morte che sta impregnando il nord-est del paese, arrivano messaggi, maggiormente di propaganda governativa, di uccisioni di civili e di guerriglieri Tamil. Il governo del presidente Rajapaksa mai come prima è convinto che la questione con il gruppo terrorista dei Tamil stia per terminare e che stia per realizzarsi, invece, l’obiettivo tanto sventolato in campagna elettorale, ovvero quello di mettere fine al conflitto ultradecennale con i Tamil e riprendere così il controllo politico ed economico dei territori del nord, da sempre baluardo della minoranza Tamil. Tutto questo forse sarà anche vero, ma quello che sta succedendo, senza creare tanto scalpore nella comunità internazionale, anzi, nell’assoluta indifferenza del resto del mondo, è una vera e propria pulizia etnica. Il prezzo in termini di vite umane è inammissibile. Secondo i dati dell’Onu si parla di circa 6500 civili morti solo negli ultimi quattro mesi. Di fronte alle poche notizie frammentarie e parziali che giungono a Colombo, così come nel resto del mondo, l’unico elemento assodato è che la popolazione civile è la vera vittima di questo conflitto. Da una parte l’esercito governativo ha radicalizzato il conflitto e per via della superiorità militare è riuscito a imporre un duro colpo all’LTTE, dall’altra i ribelli, sentendosi sempre più minacciati e rinchiusi in un fazzoletto di terra più circoscritto stanno realmente diventando più violenti con tutti coloro che la pensano diversamente e, carenti di soldati tra le loro fila, arruolano con la forza uomini e bambini. In mezzo c’è il resto della popolazione civile, un esercito di vite umane con almeno 150 mila persone intrappolate nella zona direttamente interessata. Inoltre, come sempre accade nei conflitti senza testimoni indipendenti, le due parti combattono parallelamente una guerra delle parole: volano accuse e contro-accuse, denunce e repliche, che non è possibile verificare. La cronaca di questo periodo parla di una situazione non più sostenibile. La popolazione appartenente alla minoranza Tamil, in fuga dai luoghi del conflitto, si è riversata, a migliaia, un pò più a sud, nelle vicinanze di Vauniya e la Safe Zone di circa 15 km situata nei dintorni di Mullaitivu. Qui sono stati allestiti vari campi per sfollati, controllati solo ed unicamente dal governo ed inavvicinabili ad organizzazioni del calibro della Croce Rossa Internazionale. È invece notizia di pochi giorni fa, illustrata con orgoglio in una conferenza stampa dal presidente Rajapaksa, l’operazione militare che ha consentito a circa 50 mila civili (secondo fonti della BBC) di fuggire dalla zona ancora controllata dai ribelli e di riversarsi nell’area sotto il controllo di Colombo. Nella stessa conferenza stampa, il presidente ha imposto alle Tigri Tamil un ultimatum: se non si arrenderanno entro 24 ore l’esercito darà il via all’ “operazione finale”. Un’ipotesi, questa, che preoccupa per il destino dei civili ancora intrappolati nella zona dei combattimenti. Cosa succederà a queste persone, vittime inermi di questo conflitto? E chi è responsabile degli oltre mille civili uccisi durante quest’ultima operazione militare? È veramente l’esercito, come dicono i guerriglieri Tamil o sono questi ultimi, come sostiene invece il governo singalese? Ancora oggi questa responsabilità viene scaricata ad altri, mentre intanto un numero sempre crescente di civili ci sta rimettendo la vita. Il quadro a tinte fosche è stato reso ancora più reale dalle testimonianze dirette pervenuteci dalla nostra controparte locale che è riuscita ad osservare dall’esterno alcuni campi di sfollati. Si tratta, secondo la nostra fonte, di recinzioni contornate da fil di ferro, “sembrano campi di concentramento” afferma. Non c’è alcuna possibilità di avvicinarsi al campo e nemmeno di parlare con la gente. “Il campo che ho visto da vicino aveva 1600 persone stanziate nella scuola di Chettikulam e nei saloni della parrocchia”, prosegue l'operatore, che è voluto rimanere anonimo, nel racconto. Secondo la sua testimonianza solo i bambini e gli anziani sopra i 60 anni possono uscire dal campo e stare con i loro genitori, una volta accertato il rapporto di parentela. Le strutture viste da fuori dal frate sono costruzioni in legno con tetto in lamiera. Le necessità dei campi sono molte, hanno bisogno di ogni bene di prima necessità. “Nel campo di Chettikulam, per tre giorni la gente non aveva niente da mangiare e un giorno di cibo è stato razionato in modo da durare anche per i giorni successivi”, afferma. “La gente si sta indebolendo”, prosegue, “anche se il bisogno reale è la liberta’”. È un continuum di parole il suo racconto. L’aspetto più miserabile che ha riportato è che in tutta questa tragedia, come se non bastassero le difficoltà quotidiane, le famiglie vengono smembrate, “parte della famiglia è in un campo e parte in un altro, a volte anche a trenta chilometri di distanza” sottolinea il nostro interlocutore. Solo alcune organizzazioni hanno accesso diretto ai campi, molte altre possono soltanto fornire all’entrata del campo medicinali e derrate alimentari che alcuni membri della comunità smistano e utilizzano in cucine improvvisate. La rigidità e il controllo del governo nella gestione dei campi oltre a non fare pervenire un resoconto completo sulla situazione e sui reali bisogni degli sfollati, non consente alle organizzazioni internazionali di poter venire in soccorso di grandi e piccini. Anche sotto questo aspetto il governo ha insistito e lavorato tanto, riuscendo con i suoi sforzi a tenere il più lontano possibile dalla zona del conflitto e dalla sua gestione tutte le Ong e le associazioni umanitarie che cercavano di aiutare la popolazione cingalese. Il presidente Rajapaksa e la sua squadra di governo sono riusciti infatti, messaggio dopo messaggio, a fare pervenire alla maggioranza dei cingalesi un’immagine falsata delle Ong e del loro operato. Lo scopo era quello di poter così “lavorare” liberamente senza osservatori o potenziali giudici delle azioni militari appena condotte o in corso. Le autorità di Colombo hanno sfruttato il supporto dato da alcune organizzazioni alla minoranza Tamil per dipingere tutto il mondo del volontariato internazionale come associazioni schierate, il che, ovviamente, non corrisponde al vero. I risvolti di questa miope politica di rigidità nei confronti delle Ong sta dando purtroppo i risultati sperati dal governo. Il VIS da più di dieci anni sostiene progetti a distanza in Sri Lanka ed è fisicamente presente nel paese dal 2005, con progetti di ricostruzione post-tsunami e progetti socio-educativi implementati in diverse aree del paese. Dai primi anni del suo lavoro in questo paese, però, molte cose sono cambiate e i volontari espatriati del VIS, come di tutte le altre organizzazioni umanitarie che lavorano in quest’aria dell’Asia meridionale, si stanno misurando quotidianamente con molti più ostacoli. Sicuramente, la difficoltà più grande dall’inizio del conflitto è legata oggi più di ieri all’informazione tout court sul conflitto, al reperimento di dati attendibili, alla sicurezza, che non riguarda soltanto le zone interessate maggiormente dal conflitto, ma un pò tutto il territorio, Colombo incluso. Sono tanti i casi registrati nel sud dello Sri Lanka di kamikaze e bombe esplose in luoghi pubblici. L’insicurezza e l’incertezza sono due elementi con i quali gli internazionali che lavorano qui devono misurarsi quotidianamente, e due variabili indipendenti dalle attività che si portano avanti. Anche le snelle procedure tecniche post-tsunami, che hanno permesso di ricostruire un paese in buona parte distrutto, stanno lasciando il posto a sempre più farraginosi tecnicismi che non facilitano per nulla il lavoro delle Ong. Uno tra questi riguarda il rilascio e il rinnovo di visti e permessi di lavoro. Di fronte a questa fase, insieme drammatica e delicata, del conflitto, sono in tanti ad essere praticamente costretti a lasciare il paese, proprio quando il loro prezioso supporto può diventare determinante per alleviare le pene della guerra e raffreddare gli animi dei due soggetti coinvolti. In questo preciso momento è auspicabile che la Comunità Internazionale assuma un ruolo più attivo per richiedere ad ambe le parti il rispetto dei diritti umani, da troppo tempo calpestati, e poter monitorare presto il “post-guerra”, perchè ciò che preoccupa non sono soltanto le atrocità sino ad ora commesse, ma anche l’evidente mancanza di volontà del governo così come dei ribelli di costruire una società che è, senza alcun dubbio, pluralista, sin dalle fondamenta.

Sri Lanka: la voce del coniglio


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