martedì 20 gennaio 2009

IL KOSOVO E LA SUA AGRICOLTURA


Di seguito viene riportato una parte dello studio che ho realizzato per conto della Provincia di Gorizia in Kosovo nel mese di marzo-luglio 2008.

Si ritiene che la sempre più stretta connessione tra sviluppo (umano, sociale, politico e non solo numerico o economico) e i destini di un paese, passa, per quello che riguarda il Kosovo, inevitabilmente dal suo sviluppo agricolo. In questo studio, oltre ad una panoramica generale del settore vengono messi in risalto una serie di contrasti e assurdità - la politica agricola comune, PAC, i fondi della Comunità Internazionale, le priorità del governo - che attanagliano lo sviluppo del paese.

I governi in generale, e specialmente quelli di economie di sviluppo e transizione - come nel caso del Kosovo - si trovano oggi ad affrontare sfide importanti per raggiungere lo sviluppo rurale e locale in una fase caratterizzata da globalizzazione, liberalizzazione dei mercati e ridotto intervento da parte dello Stato nell’economia. In questo scenario, va sottolineato un riesame ed una presa di coscienza nuova per quanto riguarda il ruolo dell'agricoltura nell’impiego rurale e come mezzo di sussistenza. I mercati sono in costante evoluzione e stanno affrontando rapidi cambiamenti, con sistemi meccanizzati che sempre più condizionano o rimpiazzano i mercati di vendita all’ingrosso e i piccoli mercati locali. Le strutture di produzione e i grandi commercianti chiedono ora, anche in Kosovo, rigorosi livelli di qualità, conformità con gli standard, codici di condotta e di igiene dai loro fornitori, che non sono però sempre capaci di rispondere a tali richieste.
CONTESTO MACRO-ECONOMICO E AGRICOLO DEL KOSOVO
Dopo la fine del conflitto, il Kosovo ha compiuto notevoli progressi sul piano del rafforzamento istituzionale e la stabilizzazione macro-economica. Tuttavia, il processo di recupero è stato troppo lento e a tutt’oggi non soddisfa le domande e le aspettative dei suoi cittadini. La mancanza di sviluppo economico potrebbe avere un impatto negativo sulla stabilità politica, a maggior ragione se si tiene conto dell’aspetto demografico del territorio, che conta la popolazione più giovane d’Europa (più del 50% ha meno di 25 anni): questo potrebbe essere un ottimo punto di forza facilmente trasformabile, però, in piaga sociale qualora le loro aspettative occupazionali fossero deluse. In effetti la sfida più pressante per le autorità del Kosovo è di raggiungere la stabilità macro-economica e la crescita riducendo l’altissimo tasso di disoccupazione attuale. Recenti stime parlano infatti di un tasso di disoccupazione del 46,2% (ILO 2007) su una popolazione totale di circa 2 milioni. La diminuzione dell'assistenza dall’estero e degli afflussi privati potrebbe rendere ancora più difficile il raggiungimento di questo obiettivo. L’economia del Kosovo è ancora caratterizzata e sostenuta dall’assistenza straniera e dagli afflussi privati esterni che nei primi anni dopo la guerra ammontavano a circa il 50% del PIL. Il settore dei donatori ha creato così un mercato di "esportazione" artificiale per i beni e servizi del Kosovo. Tuttavia l’assistenza estera ha mostrato una tendenza al ribasso e alla fine del 2004 era già soltanto la metà di quella del 2000. Certo è che le risorse proprie del Kosovo non sono sufficienti da sole a finanziare l’investimento necessario per una crescita robusta, anche per via del basso livello dei risparmi interni. Politiche forti sono allora necessarie a promuovere lo sviluppo e creare così un ambiente favorevole all'investimento produttivo attraverso:
- una spesa pubblica efficiente e mirata,
- il mantenimento della stabilità fiscale,
- rapide riforme nel settore delle imprese pubbliche, e del mercato in generale.
Per quanto riguarda lo sviluppo del settore privato, si sono registrati progressi costanti per la messa in piedi di un quadro giuridico adeguato, processo guidato e supportato da istituzioni internazionali. La sfida principale ora è proprio quella di sviluppare le capacità necessarie alla sua implementazione e applicazione. Nel nostro caso specifico, il Ministero dell’Agricoltura del Kosovo, con il supporto di esperti internazionali, ha pubblicato un ottimo documento tecnico (MAFRD, Agriculture and Rural Development Plan 2007-2013), punto di riferimento anche per altri paesi dell’area balcanica. Tale documento tuttavia per essere implementato alla lettera necessita di almeno 200 milioni di euro.
L’AGRICOLTURA NELL’ECONOMIA NAZIONALE
L’agricoltura del Kosovo è caratterizzata da piccole aziende agricole, bassa produttività e servizi di consulenza poco sviluppati eppure contribuisce a circa ¼ del PIL del Kosovo e fornisce approssimativamente dal 25 al 35% della forza lavoro. Il settore consta di circa 1.800 cooperative e imprese commerciali (sia pubbliche che private) e di 143.000 famiglie rurali, il 50% delle quali sono definite come fattorie con una superficie inferiore o pari a un ettaro. La bassa produttività lavorativa del settore è combinata con il più basso salario mensile. Ci sono circa 150.000 persone coinvolte nel settore dell'agricoltura/allevamento.Nel 1999-2004 la divisione settoriale del PIL è cambiata comunque in modo significativo. Il settore dei servizi ha dimostrato una rapida crescita (dal 46,5% nel 1993 al 58% nel 1998), mentre il settore agricolo, pur rimanendo un’importante generatore di ricchezza nazionale nonché il motore principale per la crescita del PIL nel 1999-2004, ha visto diminuito il suo contributo al PIL. Tale contributo rimane consistente (19%), ma ciò è dovuto principalmente al diminuito peso dell'industria e di altri settori piuttosto che il risultato dello sviluppo dell'agricoltura stessa. In effetti, il peso del settore agricolo al PIL/tasso di occupazione indica scarsa efficienza del settore, crescenti difficoltà impiegatizie e una perdita di reddito per le famiglie che sta danneggiando la sostenibilità delle comunità rurali. Appare sempre più necessario che insieme al potenziamento del settore, attività economiche alternative vengano adeguatamente sviluppate.
IL SETTORE AGRO-ALIMENTARE
In media una famiglia kosovara spende approssimativamente il 60% delle sue entrate per il cibo, di questa percentuale il 12% è usato per pane e cereali, il 9% per carni, seguito dalle verdure (7%) e i prodotti lattiero-caseari e uova (6%) [fonte SOK: Ufficio statistiche del Kosovo]. La sfida per l’economia del Kosovo è quella di creare e sviluppare le capacità interne per rispondere alla domanda domestica e ridurre la dipendenza dai fornitori esteri. Approssimativamente tra il 70 e il 95% dei prodotti agro-alimentari, per la maggiore prodotti trasformati, sono infatti importati. Tuttavia il settore agro-alimentare kosovaro soffre di tutta una serie di problemi, tra cui quantità, qualità e disponibilità di materie prime. Come risultato, la maggior parte delle imprese di trasformazione sono costrette ad utilizzare principalmente merci importate. Eppure, prima dello scoppio delle ostilità il Kosovo era in qualche modo auto-sostenibile in ambito alimentare (stime variavano dal 30 al 50% del fabbisogno interno), i prodotti provenienti dal Kosovo erano disponibili in tutta la Yugoslavia, le aziende erano di grandi dimensioni e la struttura integrata era funzionale a soddisfare le necessità del mercato interno di allora. Ora, alcune di queste aziende sono state parzialmente distrutte, la maggior parte non sono pienamente funzionanti e le loro attrezzature sono superate. Inoltre, la concorrenza internazionale è divenuta sempre più forte come dimostrato dal notevole aumento delle importazioni e la produttività nelle aziende è ancora lontana dagli standards internazionali. La ragione è data da una combinazione di diversi fattori come:
- la piccola dimensione delle aziende (stimate tra 1,6 e 2,4 ettari) e i problemi legati alla propietà della terra (privatizzazioni)
- limitata collaborazione tra gli operatori del settore
- limitato accesso al credito
- scarse infrastrutture
- limitata conoscenza delle tecniche di produzione più avanzate
- limitata conoscenza delle tecniche di management delle aziende
Aumentare la dimensione delle aziende attraverso il consolidamento della terra e lo sviluppo dell’attuale mercato terriero è un elemento fondamentale per lo sviluppo rurale del Kosovo. Ad oggi, infatti, la maggior parte della terra è valutata qui come terra urbana anche se la maggior parte di essa nelle aree rurali viene usata esclusivamente per l’agricoltura. Per tale motivo è essenziale che sia preparato un piano di sviluppo per la riqualificazione della terra al fine di creare economie di scala ed aumentarne conseguentemente la produzione. La maggior parte degli allevatori kosovari si trovano infatti ad affrontare numerose difficoltà legate alle piccole dimensioni delle loro aziende e il ridotto numero di animali per nucleo familiare (il 93,7% di contadini attivi nel settore lattiero-caseario in Kosovo hanno da due a quattro mucche ciascuno). Gli stessi prezzi di partenza del prodotto nelle aziende variano significativamente tra le diverse regioni del Kosovo in buona parte perchè le strutture agricole di piccolo taglio producono principalmente per auto-consumo e solo le quantità in eccedenza, disponibili soprattutto durante i mesi estivi, giungono ai mercati verdi (mercati locali non regolamentati). Tale surplus tuttavia, per via della cattiva conservazione -dovuta alla mancanza di spazi per il magazzinaggio delle merci e la mancanza di conoscenza delle tecniche post-raccolto- subisce variazioni di prezzo, principalmente al ribasso. Estendere il periodo di coltivazione-produzione (ad esempio attraverso l’utilizzo di produzioni meccanizzate e più redditizie) e rafforzare la collaborazione tra agricoltori certamente migliorerebbe lo scenario.
IL COMMERCIO CON L’ESTERO
Nel 2005 il totale delle importazioni era di 1,2 bilioni di euro mentre il totale delle esportazioni era di 44,4 milioni di euro. La quota dei prodotti agricoli sul totale delle esportazioni era del 9,2% mentre la quota delle importazioni degli stessi era del 14,4%. (fonte Agriculture and Rural Development Plan 2007-2013). Il flusso delle importazioni per i primi sei mesi del 2006 comparato con lo stesso periodo del 2005, ha raggiunto la somma di 561. I dati forniti dal Ministero del Commercio e dell’Industria del Kosovo indicano, nello stesso periodo, un notevole trend negativo per le importazioni da Germania e Montenegro, e una lieve diminuzione da Slovenia e Albania, laddove invece i prodotti importanti dalla Macedonia sono aumentati considerevolmente. La maggior parte dei prodotti importati provengono da Unione Europea e Svizzera (insieme il 34%), Macedonia (14%), Serbia (15%) e Turchia (8%) [fonti statistiche del Ministero del Commercio e dell’Industria]. La Camera di Commercio del Kosovo stima che l’85% del cibo all’ingrosso viene importato e vede la sostituzione delle importazioni con le merci auto-prodotte come una priorità chiave per la politica interna. Le esportazioni alimentari riguardano principalmente grandi quantità di prodotti quali funghi essiccati selvaggi e coltivati, patate, pelle di animali succhi e vino; anche se le esportazioni attuali sono relativamente poco consistenti, maggiori opportunità come il latte UHT per l’Albania si stanno prendendo in considerazione. Le importazioni/esportazioni sono effettuate prevalentemente lungo l’asse stradale attraverso gli 8 punti di entrata/uscita in tutto il Kosovo. La distribuzione via treno o aereo è poco sviluppata. Durante la stagione della produzione i commercianti comprano direttamente dai produttori locali usando camion isolati che non sono però muniti di sistema refrigerante. Commercianti intermediari sono in grado di influenzare le vendite alimentari perchè capaci di rifornire con i loro autorimorchi regolarmente e tutto l’anno i piccoli commercianti all’ingrosso. Pochi sono i produttori che hanno informazioni attendibili sulle condizioni del mercato, incluso le caratteristiche e le preferenze dei consumatori, prezzi, quantità, livelli di produzione.
LA SICUREZZA ALIMENTARE
Lo standard attuale delle attrezzature della maggior parte dei piccoli negozi che attualmente dominano la distribuzione sul mercato è insufficiente a preservare nel modo adeguato frutta fresca, verdura, carni e latte. Le aziende che trasformano il prodotto si lamentano che gli alimenti nei negozi non vengono immagazzinati in maniera adeguata e ciò comporta una durata ridotta sullo scaffale, una qualità inferiore, oltre che una perdita economica causata da tutta la merce invenduta. La sicurezza alimentare è inoltre una grande preoccupazione per i consumatori in Kosovo e offre potenzialmente un forte vantaggio a livello competitivo per i produttori capaci di offrire una produzione certificata, garantita e sicura. Il governo del Kosovo è consapevole che la qualità dei prodotti agricoli locali rappresenta un passo importante per la sostituzione delle importazioni. E’ questa una delle sfide che il MAFRD intende affrontare nell’immediato futuro, cosciente dello stato attuale in cui riversa il settore.
I MERCATI ALIMENTARI
I mercati alimentari esistono nella maggior parte delle grandi città del Kosovo, ma non vendono esclusivamente prodotti freschi. Prodotti confezionati e non, sono infatti venduti spesso direttamente dal retro dei camion da commercianti locali e regionali. Non c’è nessun sistema di vendita all’asta e tutti i pagamenti sono fatti in denaro. Durante il periodo di raccolta la produzione locale è normalmente disponibile nei mercati. Tuttavia la maggior parte dei produttori locali hanno difficoltà ad accedere ai mercati principali o di base. Questo avviene perchè i rifornimenti dai contadini locali sono principalmente non coordinati e riguardano relativamente piccole quantità più spesso vendute fuori dal mercato principale o in posti sulla strada. I servizi e le attrezzature di mercato sono inoltre molto scarsi e si trovano nei principali centri urbani spesso sovrappopolati e con scarsi servizi di smaltimento dei rifiuti prodotti, consegna-distribuzione inefficiente, immagazzinaggio e presentazione del prodotto inadeguati. L’accesso alla terra per lo sviluppo di nuovi mercati è spesso difficile per via di problemi legati sia alla proprietà della terra che alla privatizzazione. Alcune municipalità hanno cercato di creare dei mercati stagionali per i produttori locali ma senza successo perchè tali strutture venivano edificate in luoghi spesso fuori dalle aree riconosciute dai compratori o i produttori non riuscivano a sostenere le spese per affitto e gestione (a Mitrovica, di recente sono state create delle strutture ad hoc negli stessi spazi dove si tiene il mercato). I mercati del bestiame operano una volta a settimana in tutte le municipalità. La maggior parte di loro hanno ridotti servizi e forniscono scarse informazioni sui prezzi e le vendite non sono coordinate nè pubblicizzate (fonte GFA Regional Beef Market Survey 2002).
continua...

venerdì 9 gennaio 2009

TUTTI A CASA

DA LETTERA22. Il dl varato dal governo e ormai pubblicato sulla Gazzetta ufficiale taglia oltre 100 milioni di euro alle attività civili. Penalizza gli Esteri e privilegia la Difesa. Toglie fondi a Ong e associazioni e favorisce la cooperazione dei militari. Dopo i tagli della Finanziaria che retocedono ancora l'Italia nel campo della lotta alla povertà, un giro di boa circondato da un grande silenzio. E da un altrettanto imbarazzato disagio...

lunedì 22 dicembre 2008

BUON 2009 CON UNA SCARPA IN FACCIA ALLE INGIUSTIZIE


Cari amici e lettori, voglio inviarvi i miei più cari auguri di un buon 2009 con una cartolina-foto da Bagdad, la città emblema della guerra e di tutti i suoi mali. La foto è il simbolo di una rivolta popolare contro l'America e soprattutto contro la politica estera del suo presidente uscente, per aver dato inizio ad una guerra, come anche lo stesso Bush ha ammesso, ingiusta. Sono passati cinque anni da quando, nel lontano 2003, la guerra in Iraq è iniziata causando molte vittime tra i civili e gente inerme. Il 2008, annus horribilis, è quasi terminato e anche io, come Muntazar al-Zaidy, il giornalista che ha lanciato la scarpa a Bush, butterò una scarpa, o forse entrambe, contro le ingiustizie che ho visto passarmi sopra senza avere avuto possibilità alcuna di agire e risolverle. Mi sarebbe piaciuto trovarmi anch'io di petto con ciò che ritenevo l'Ingiustizia e buttargli addosso l'oggetto che racchiude la parte considerata più impura del corpo, i piedi, e poi gridargli a squarciagola "Caneee". L'avrei fatto con grande piacere, sicuro anche di non rischiare, come il malcapitato nella foto, una condanna a quindici anni di carcere. Anche se non riusciremo certo a superare la forza simbolica e mediatica di questo gesto, l'invito che voglio farvi è quello di provare a ricordare le prime cinque grandi ingiustizie che vi vengono in mente o che vi sono capitate per poi lanciare l'ultima notte dell'anno almeno una scarpa dal balcone. Mi raccomando che non sia pesante e/o indirizzata ad un ignaro passante, ma che sia vecchia e da ginnastica! Il gesto oltre a lasciarci senza un paio di scarpe (se decidete di buttarne una ricordate che l'altra da sola non vale nulla. Non siate avari, buttatene due) potrebbe avere un sano effetto terapeutico e liberatorio, come ci ricordano alcuni esercizi di psicomagia che il grande scrittore contemporaneo Alejandro Jodorowsky ha riportato in alcuni dei suoi libri. Io, senza citarvi quelle che riguardano la sfera privata, per questo 2008 mi ricordo e vi ricordo, in primis, le ingiustizie subite dagli abitanti del Kosovo, rom e gorani [coloro che stanno patendo più di tutti la violenza degli anni passati] prima ancora che serbi e albanesi. Una scarpa alle ingiustizie verso i consumatori e la gente comune. Uno scarpone grande e pesante per tutte le ingiustizie e gli abusi commessi da tutti i politicanti, siano essi di destra, centro o sinistra, senatori o deputati, assessori regionali, provinciali o comunali, presidenti di regione o sindaci.
Buon 2009 con una scarpa in faccia alle tante ingiustizie di questo mondo. Sono tante, veramente tante. Proviamo almeno a ricordarle e ricordarcele per iniziare un anno che auguro a tutti migliore di quello che sta per terminare.


Iniziativa singolare a Sarajevo: guarda la galleria fotografica su Republica.it

venerdì 5 dicembre 2008

I SEI PUNTI



I tanto discussi sei punti proposti dal segretario generale Ban Ki-moon a Belgrado e Pristina - una volta raggiunto l'accordo di massima con la Serbia- sono stati approvati all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza. Il nuovo piano dell'ONU, di seguito riportato, rappresenta l'ennesima acrobatica alchimia diplomatica dell'Occidente con l'intento di ri-uscire dalla controversa realtà sopraggiunta all'indipendenza.
Senza entrare nel merito di questa o quella posizione (pro-indipendenza o meno) mi limito a far presente che le rocambolesche giravolte fanno molto male ai cittadini di ogni etnia e schieramento che vivono oggi in Kosovo e solo a loro. Non si può ogni volta sventolare la bandiera della convenienza politica, giocare al gioco della carota e del bastone, sostenere prima una posizione e insieme una visione, poi il suo opposto, provocandone prima il rancore di Belgrado ora quello di Pristina. I sei punti, con piccole variazioni, non rappresentano altro che la realtà del Kosovo precedente al 17 febbraio 2008, dove la risoluzione ONU 1244 era la cornice giuridica di riferimento. Non aggiungono nulla di eclatante. Anzi, sottraggono lo zuccherino che era stato dato dalle maggiori potenze occidentali al Kosovo, l'indipendenza come possibile soluzione pacifica del conflitto. Perchè, mi chiedo, questo nuovo piano in sei punti non è stato presentato prima del Piano Ahtisaari?, in modo tale da fermare quel processo indipendentista che proprio l'Occidente aveva partorito? La virata di questi giorni, con l'approvazione dei sei punti, sarà la premessa di nuove tensioni tra i due eterni rivali, l'opposto di quello che vanno predicando sempre ONU, Unmik e ora Eulex. Onestamente penso che solo così, con una situazione sempre tesa, conflittuale e appositamente creata, i nostri beniamini dell'"ordine" e della "democrazia" possono trovarvi interesse per agire e operare, con la compiacenza appunto della comunità internazionale che li paga profumatamente.


I sei punti del piano Onu (fonte Osservatorio sui Balcani)

1- Polizia: Nei territori abitati da popolazione serba le forze di polizia restano sotto l'attuale catena di comando, supervisionata dalla polizia internazionale. Gli ufficiali serbi vengono nominati dal capo dell'Unmik.

2 - Dogane: I doganieri internazionali tornano a controllare i valichi confinari nel nord del Kosovo, nella cornice della risoluzione 1244.

Viene incluso anche un protocollo di collaborazione tra la Serbia e il Servizio Dogane dell'Unmik. E' prevista l'apertura di un ulteriore valico a Kamenica. La maggior parte degli introiti raccolti alle frontiere andrà alle amministrazioni locali, una parte minore al governo di Pristina.

3 - Tribunale: Il tribunale di Mitrovica nord rimane sotto controllo dell'Unmik. Giudici e procuratori locali saranno nominati nella cornice della risoluzione 1244.

4 - Infrastrutture: Verranno iniziati appositi negoziati.

5 - Confini: Nella cornice della 1244, la Nato continuerà ad esercitare l'attuale mandato di garante della sicurezza.

6 - Tutela del patrimonio culturale serbo: E' necessario continuare il dialogo tra Pristina e Belgrado, nel quale dovrà essere coinvolta anche la Chiesa Ortodossa Serba.


martedì 2 dicembre 2008

RISIKO

Non vorrei battere e ribattere sulla storia della bomba presso l'ICO e dell'arresto-rilascio dei tre agenti tedeschi dei servizi, ma è proprio un ipotetico loro coinvolgimento e non la bombetta in sè a preoccuparmi. I tre cittadini di nazionalità tedesca sono stati rilasciati. Non poteva finire diversamente. Come poteva? L'imbarazzo del governo tedesco è stato tanto, anche le sue pressioni per il rilascio. Non sono mancati infatti gli attriti tra i due Stati, gli affronti e i ricatti. Presto, quindi, si lavorerà per trovare una versione unanime su come dovranno essere descritti i fatti d'ora in poi. Comunque sia i tre tedeschi sono stati beccati con le mani nel sacco. Può capitare. D'altronde non è il primo ordigno in Kosovo ad esplodere senza causare vittime. Bombe ad effetto con l'intento di raggiungere un obiettivo assai mirato e circoscritto. Anche questa volta? Io credo di si. Personalmente penso che i motivi dietro quest'ultima bomba vadano ricercati prettamente nel ritardo del dispiegamento della missione Eulex e nella chiusura del governo di Pristina all'accettazione del nuovo piano del Consiglio di Sicurezza dell'ONU: i famosi sei punti, per intenderci.
I tre personaggi, forse in maniera autonoma, forse in una operazione pianificata con il loro ufficio, si sono mossi entro questa cornice con l'intento di scardinarla? I tanti interrogativi e i dubbi non troveranno probabilmente la luce della verità. Dopo il clamore iniziale si è deciso di lavare i panni sporchi a casa propria. Gli interessi della Germania in Kosovo sono tanti e, come affermavo in un altro post, la Germania è stata una grande sostenitrice dell'indipendenza ed ha sostenuto sino ad ora massicciamente lo sviluppo socio-economico del Kosovo. Non da ultimo, la Germania è una delle nazioni più coinvolte nel dispiegamento di Eulex con più di 200 poliziotti. Sarà forse lo stallo post-indipendenza con i ritardi di Eulex e la marginalizzazione della Germania dalle posizioni di vertice per il Kosovo (ICO, Unmik, Kfor) il nocciolo del problema?

Consiglio la lettura di una interessante analisi apparsa sul sito paginedidifesa.it dal titolo "Kosovo,Eulex e misteri tedeschi"

sabato 22 novembre 2008

PRODUKTE AUS DEUTSCHLAND


Sarebbero tutti agenti segreti i tre tedeschi arrestati dalla polizia kosovara perché sospettati dell'esplosione avvenuta il 14 novembre presso gli uffici della EU a Pristina. Lo scrive il settimanale Der Spiegel. I tre, riporta il giornale, sono collaboratori del BND, i servizi segreti tedeschi. Si sta delineando un quadro sempre più nitido sulle persone coinvolte anche se va fatta molta chiarezza sul movente di questa azione. L'evento sarebbe di una gravità enorme se venisse confermata la notizia del coinvolgimento dei servizi segreti e creerebbe ancora più confusione nel già complicato scenario kosovaro. Risulta, infatti, molto difficile avanzare delle ipotesi in questa direzione, ma, già da ora, a risentire del frastuono provocato dallo scoppio della bomba sono le buone relazioni tra il Kosovo e la Germania. Il settimanale tedesco parla infatti di piccoli attriti sorti tra il Ministero degli Esteri tedesco e il governo di Pristina. La Germania, ricordiamo, ha ricoperto sino ad ora un ruolo di primissimo piano in Kosovo sostenendone la sua indipendenza [non solo per questioni puramente politico-diplomatiche ma anche inerenti alla sfera dei propri affari interni] e impegnandosi massicciamente a svilupparne la debole economia locale.

leggi articolo

venerdì 21 novembre 2008

I TEDESCHI DIETRO LA BOMBA ALLA SEDE DELL'EU IN KOSOVO?



Molte agenzie giornalistiche del calibro di AP, AFP, solo per citarne due, hanno riportato la notizia che nella serata di mercoledì sono state arrestate dalla polizia del Kosovo tre persone di nazionalità tedesca perchè sospettati di essere i pianificatori dell'esplosione avvenuta a Pristina nella notte del 14 novembre presso la sede dell'ICO (International Civilian Office). L'eco della notizia, che se confermata assume una gravità di cui tener conto, ha trovato spazio un po' in tutti i principali giornali kosovari, che hanno confermato l'arresto di tre cittadini di nazionalità tedesca, dei quali due in visita privata in Kosovo, mentre il terzo legato ai servizi segreti tedeschi (BND). La conferma dell'avvenuto arresto è arriva anche da Veton Elshani, portavoce della KPS, la polizia kosovara, che sul giornale Zeri afferma "La polizia ha arrestato tre cittadini tedeschi sospettati dell'attentato alla sede dell'ICO. I tre non hanno nessun passaporto diplomatico e non hanno nessuna relazione con l'Ambasciata tedesca in Kosovo, ma si trovavano qui per questioni prettamente private". Per il momento non si hanno altre informazioni anche perchè le indagini sono ancora in corso, e la stessa identità dei sospettati è ancora sconosciuta, ma è certa la detenzione dei tre tedeschi. La bomba, che ha causato solo danni materiali, è sopraggiunta in seguito al rifiuto da parte delle autorità kosovare del nuovo piano ONU in sei punti fatto pervenire alle due parti in causa dal Segretario Generale delle nazioni Unite Ban Ki-Moon.

leggi anche
produkte aus Deutschland

mercoledì 19 novembre 2008

EULEX: MISSION IMPOSSIBLE


La situazione socio-politica in Kosovo è tornata nuovamente ad essere tormentata e confusa. La partita tra, Onu, le cancellerie occidentali, Unmik, che dovrebbe tornare a casa, ed Eulex, la nuova missione civile di stampo europeo prossima ad entrare in azione, sembra non finire mai. Il gioco-forza delle diplomazie occidentali, arbitri-registi-piloti di questa partita, non ha certo permesso di chiudere, una volta per tutte, la questione kosovara. L'Europa, forte del fatto di avere ben 22 stati su 27 che si sono espressi favorevolmente al riconoscimento del Kosovo indipendente, avrebbe potuto agire diversamente. Ma i tentennamenti dell'Europa non aiutano certo a sbloccare la situazione del Kosovo, che ripetiamo, anche per queste ragioni, è ritornata ad essere molto ingarbugliata. Va tuttavia tenuto presente che tutti gli stati che hanno riconosciuto il Kosovo indipendente, Italia compresa, hanno preso un impegno nei confronti del Kosovo e del Piano Ahtisaari, ma hanno ancora un impegno con Belgrado, con la risoluzione Onu 1244 che è ancora legge. Questa posizione schizofrenica dell'Europa o riconverge presto al palazzo di Vetro di New York oppure diventerà sempre più insostenibile. In sostanza negli ultimi mesi si sono registrate delle evoluzioni-involuzioni che potrebbero essere così riassunte. Eulex, la missione civile, che era pronta da circa sei mesi ad operare in Kosovo, è ancora ferma per via dei veti della Serbia che sino a una settimana fa si è mostrata contraria all'entrata in azione della missione europea in Kosovo, manifestando apertamente lo scontento anche con proteste organizzate a Mitrovica e Gracanica. La Serbia non permetterà a Eulex di operare perchè ciò significherebbe accettare da parte delle autorità di Belgrado le evoluzioni avvenute in Kosovo e riconoscere apertamente l'allontanamento di Pristina dal controllo di Belgrado. Questo è il succo dell'azione politico-diplomatica giocata da Belgrado. L'Unione Europea ne ha preso atto ed ha capito che qualsiasi forzatura nel dispiegare la sua missione avrebbe potuto rivelarsi una mossa assai rischiosa. Sul versante kosovaro, le euforiche autorità di Pristina, sin dal giorno stesso della dichiarazione d'Indipendenza, hanno sempre espresso un parere favorevole alla missione Eulex ed hanno sempre spinto i governi europei ad accelerare tale missione. Da meno di una settimana le posizioni di Belgrado e Pristina per quanto fossero schiette, forti e sincere si sono completamente ribaltate. Questo si è verificato quando è giunto ai loro rispettivi indirizzi il piano in sei punti del Segretario Generale dell'Onu Ban Ki-Moon sulla riconfigurazione di Unmik, accordo che, di fatto, darebbe l'avvio al dislocamento della missione europea. Le pressioni ed i contatti delle Nazioni Unite, proprio per ammorbidire le posizioni serbe e cercare di trovare un buon compromesso, hanno spinto Belgrado a leggere e ad interpretare i sei punti dell'Onu con un'altra enfasi. Si è trovato un parziale compromesso. Le autorità serbe hanno espresso un parere favorevole all’implementazione del Piano con Belgrado che si è detta pronta ad accettare la presenza di Eulex in Kosovo a tre condizioni:
  • che la nuova missione venga dispiegata con l'approvazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu
  • che la nuova missione sia neutrale riguardo alla status del Kosovo (il messaggio di Belgrado è quello di far capire che la risoluzione Onu 1244 è ancora in vigore, quella che afferma in un suo punto che il Kosovo è una regione della Repubblica della Serbia)
  • che la nuova missione non faccia alcun riferimento al Piano Ahtisaari (piano post 1244 che prevede, invece, la gestione dell'indipendeza del Kosovo).
L'apertura condizionata di Belgrado è stata accettata dalle varie cancellerie con grande ottimismo. Lo scoglio più duro si pensava fosse superato e con esso sbloccato lo stallo Eulex . Si sono però sottovalutate le naturali reazioni di Pristina. Il lavoro dei diplomatici occidentali accreditati in Kosovo a nulla è valso per trovare un accordo di massima sui sei punti del nuovo Piano Onu, anzi in quelle circostanze le autorità di Pristina hanno avuto modo di esprimere e ribadire una posizione che sembrava ormai essere chiara a tutti. Sia il Presidente del Kosovo, Fatmir Sediu, che il Primo Ministro, Hasim Thaci, hanno espresso il loro interesse a rafforzare il dialogo e contribuire all'estensione della nuova missione Eulex, nel rispetto, però, del Piano Ahtisaari, della Costituzione del Kosovo e delle sue leggi. Sediu, ha affermato che "nessuno decide per il Kosovo" e che "per il paese sono responsabili le istituzioni nazionali". Neanche il sottosegretario del governo americano, Daniel Fried è riuscito, per il momento, a far digerire a Pristina questo boccone amaro. Fried, in missione in Kosovo ha cercarto di pacare gli animi e convincere le autorità kosovare a vedere i sei punti dell'Onu come il presupposto logico per far entrare in azione Eulex. Nulla, Pristina ha rigettato il piano in quanto, a detta di Hasim Thaci, "non si tratta di una proposta della Comunità Internazionale, bensì di Belgrado, che Pristina non accetta in questa forma e contenuto". Il Primo Ministro del Kosovo ha affermato anche che il sogno di Belgrado sul Kosovo dovrà svanire per sempre. “Sulla sovranità e l'integrità del Kosovo non ci sarà mai nessun compromesso con Belgrado" sentenzia. Commenti lapidari che lasciano intendere come il clima di questi giorni sia cambiato. Si sono registrate, infatti, nei giorni scorsi una serie di vicende preoccupanti come l'ordigno esploso appena fuori la sede dell'ICO (International Civilian Office), le crescenti proteste e intimidazioni a Mitrovica, sfociate in scontri e tafferugli, le scritte innegianti l'UCK apparse su alcune case nel Bosnian Mahalla, quartiere misto di Mitrovica, e le proteste di movimenti, come Vetevendosje, contro quelli che definiscono "nuovi diktat" per il Kosovo. Il clima si è arroventato e la Comunità Internazionale c’ha messo del suo. Sono naturali le proposte di Belgrado, così come altrettanto legittime lo sono quelle di Pristina. Nella normale dialettica politica, per questioni importanti e cruciali, il lavoro sin qui svolto dalle due parti in causa pare essere più che giusto: ognuno cerca di dar peso alle sue prospettive, cercando di portare quanta più acqua possibile al proprio mulino. Quello che trovo assurdo è invece l'atteggiamento altalenante della Comunità Internazionale, che disposta a uscire dal vicolo cieco in cui si è trovata (Eulex aspetta di partire ormai da diverso tempo), usa tutti gli strumenti a sua disposizione, spesso anche contraddicendosi. Le reazioni e la chiusura di Pristina ai sei punti possono essere facilmente comprensibili se si presta attenzione al contenuto degli stessi. Questi punti immagino che infastidiscono Pristina perchè, se implementati alla lettera, consentiranno alla Serbia, per le aree kosovare a maggioranza serba, di pronunciarsi su aspetti cruciali della vita quotidiana, dalle dogane, alla polizia locale, alla protezione dei monumenti culturali e religiosi, alle comunicazioni e alle questioni legate all'ordinaria amministrazione che si credevano risolti per sempre. Non sono sicuro se si uscirà presto da quella che sembra una "missione impossibile", ma di sicuro il dispiegamento di Eulex previsto in un primo momento a giugno del 2008, poi spostato a settembre, previsto forse per il 2 dicembre, pare che partirà, su tutto il territorio del Kosovo, nel marzo del 2009. Eulex non credo riuscirà a dispiegarsi il 2 dicembre, ma "non si può nemmeno ritirarla perchè sarebbe una sconfitta" dicono in molti. Non si può nemmeno dispiegarla solo nelle aree albanesi perchè quest'ultimi non l'accetterebbero. Alla fine, quasi sicuramente il 2 dicembre, con basso profilo, si dichiara la partenza della missione in maniera "graduale", iniziando ovviamente nelle aree albanesi ma con promessa che appena pronti i cioccolatini si andrà anche nelle aree serbe.

articolo pubblicato sul sito di carta.org


KOSOVO: VOCI DELL'ULTIMO INVERNO



Il testo di seguito riportato è il contenuto di una videogallery ideata e realizzata da me e l'amico fotografo Ignacio Maria Coccia e che presto verrà pubblicata. Il titolo del reportage prende spunto dall'ultimo viaggio di Ignacio in Kosovo, l'inverno del 2007-2008. Ignacio ha messo a fuoco una quotidianità fatta di lavoro, casa, spiritualità, rispetto e culto delle tradizioni ancora sentite. E' forse la quotidianità vissuta fino in fondo a fare da antidoto, pur se fugacemente, alle malinconie e alle paure che scaturiscono dall'incertezza. Ma potrebbe essere invece proprio la speranza l'antidoto più efficace. La luce della speranza e della rinascita proprio come quella che si percepisce nell'aria ogni volta che un inverno finisce. Ho abbracciato in toto la filosofia e il messaggio di Ignacio che è riuscito a esprimere pienamente l'essenza più intima e vera di quella pluralità di anime che vivono oggi il Kosovo.


























Sono passati nove anni dalla fine dei bombardamenti NATO che hanno chiuso l’ultimo capitolo delle guerre jugoslave. L’inverno è nel pieno delle sue forze e lo strato bianco di gelo ricopre Pristina, la capitale del Kosovo. Il freddo pungente di fine anno sembra contrastare con il caldo clima politico di questo periodo. L’agenda politica internazionale e locale è cadenzata, infatti, da una serie di appuntamenti cruciali per il destino del Kosovo. Il 17 novembre si sono tenute le elezioni politiche ed il nuovo governo si è appena instaurato. Anche la decisione finale sullo status è argomento di questi giorni. La proclamazione dell’indipendenza era stata fissata inizialmente per il 10 dicembre. I memoriali di storia ci ricorderanno invece un’altra data: 17 febbraio 2008. Freddo e fervore politico segnano la vita del popolo kosovaro, nella sua interezza e varietà. Qui tradizione, rispetto, forti legami familiari e senso di appartenenza sono ben visibili. Serbi e albanesi, le due principali etnie del Kosovo, quasi in maniera forzata cercano di esprimere in toni religiosi oltre che culturali e linguistici, differenze che sembrano inavvicinabili. La loro quotidianità e la loro spiritualità hanno calendari differenti. Quello che molti potrebbero considerare una ricchezza, la spinta propulsiva di uno Stato, qui in Kosovo è ancora oggi segno di divisione. Il Kosovo è un piccolo stato da poco indipendente, riconosciuto da un quarto dei paesi del mondo. L’ex provincia autonoma della Serbia è un territorio grande all’incirca quanto la regione Umbria. Anche se le ultime statistiche risalgono al periodo jugoslavo, le stime parlano oggi di una popolazione poco superiore ai due milioni di abitanti, dei quali poco più del 90% è di origine albanese, il 7% circa sono serbi, mentre la restante parte comprende turchi, bosniaci, RAE (rom, ashkali, egiziani) e gorani. Tra loro anche croati. Nonostante l’ingente flusso di denaro arrivato in Kosovo durante tutti questi anni tramite i canali umanitari di intervento e ricostruzione post-bellica, problemi economici e sociali permangono numerosi. Le scarse vie di comunicazione, gli inefficienti servizi pubblici ed i continui black-out elettrici, attanagliano il Kosovo. La centrale termoelettrica di Obliq, che funziona a lignite, produce più inquinamento che energia. La corrente elettrica salta continuamente. Da Pristina, la capitale, cuore della classe politica nazionale e sede delle rappresentanze internazionali, alla periferia, sia esso il villaggio albanese o la militarizzata enclave serba, la corrente può mancare anche 10 ore al giorno ad intervalli mai regolari, e per questo non programmabili. Con tali premesse lo sviluppo economico è ancora lontano, e di riflesso, anche la riconciliazione sociale sembra subirne i contraccolpi. Il Kosovo, lo stato più giovane del mondo, conta anche la popolazione più giovane d’Europa: secondo stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i giovani sotto i trent’anni di età rappresentano il 62% della popolazione. Quella che è la forza trainante di ogni società – i suoi giovani appunto- potrebbe presto rivelarsi, per quel che riguarda il Kosovo, un grosso problema di ordine sociale da gestire nel prossimo domani qualora i tassi di disoccupazione continuassero ad attestarsi sulle cifre indicate dall’ILO (47%). Nonostante la forte presenza di strutture di monitoraggio internazionali, il Kosovo non è riuscito ad intraprendere quello sviluppo socio-economico possibile (grazie soprattutto agli ingenti fondi del dopoguerra), mentre appare vinto da perverse spinte centrifughe. Oggi, quello che balza agli occhi è un incontrollato boom edilizio che coinvolge pochi, fatto di innumerevoli piscine, campi da calcio, più di duemila rifornimenti di benzina e complessi alberghieri senza alcuna prospettiva di sostenibilità. Con un salario medio mensile di 180 euro ed un costo della vita simile all’Italia tutto questo appare surreale e sembra avvalorare la tesi del riciclaggio di denaro sporco e del sostegno della classe politica kosovara a questo malsano processo di sviluppo. Il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte di numerosi governi è giunto anche perché questo nuovo stato è riuscito a raggiungere nel tempo standards legislativi avanzati e ben definiti in diversi ambiti, dalla tutela del patrimonio artistico e religioso, alla tutela delle minoranze ed il rispetto dei diritti umani. Ma numerose leggi hanno avuto scarsa applicabilità in casi concreti. E’ avvenuto così che l’indipendenza non ha risolto problemi economici e sociali ben radicati in questo piccolo territorio, non da ultimo lo storico contrasto etnico tra serbi e albanesi. La minoranza serba è oggi quella che paga più a caro prezzo sulla propria pelle gli ultimi anni di storia politica del Kosovo. Dal dopoguerra in poi il numero dei serbi kosovari è diminuito sensibilmente. Forte è stato il desiderio di continuare a vivere nel luogo in cui sono nati. La mancanza di alternative poi, anche per motivi prettamente economici (non potendosi comprare un’altra casa in un posto più sicuro) ha spinto la gente a resistere giornalmente contro il muro di gomma fatto di mancanza di dialogo e non integrazione. Le cicatrici lasciate dalla guerra sono ancora aperte. Le limitazioni di movimento e i problemi di ordine sociale sono il caro prezzo che i serbi kosovari pagano quotidianamente. Siano essi abitanti di Mitrovica, la più grande realtà serba del Kosovo, o delle enclaves presenti a macchia di leopardo nel Kosovo centro-meridionale, come Velika Hoca o Goradzevac, la differenza è poca. Oggi la popolazione di etnia serba si trova ad un bivio di vitale importanza e le testimonianze di molti serbi lo confermano. Dovranno presto scegliere tra la continuità con il passato, segnata dalle richieste di Belgrado di sostenere una politica di chiusura e rigidità nei confronti delle “illegittime” istituzioni kosovare, oppure l’integrazione, il dialogo, per una piena partecipazione, anche dei cittadini serbi, alla vita politica e sociale di un paese che è anche il loro.



L'intero lavoro fotografico è consultabile sul sito del fotografo
www.ignaciococcia.com


venerdì 24 ottobre 2008

FINE DELL'ATTESA


Apprendo proprio oggi che le autorità di Mitrovica hanno provveduto, da pochi giorni, ad allontanare definitivamente tre containers pieni di sostanze chimiche (molto probabilmente si tratta di acido solforico), che sostavano da diverso tempo nei pressi delle abitazioni locali. Per mesi i cittadini di Mitrovica hanno fatto sentire la loro voce di protesta, ma si sono scontrati contro il muro di gomma delle istituzioni locali. Comunque le quotidiane proteste di luglio, col senno di poi, possiamo dire che a qualcosa sono servite.... Di sicuro il silenzio dei mass media locali, appiattiti tutti alla volontà del decisore politico, non hanno contribuito a sbloccare la crisi velocizzandone l'informazione. La corsa è finita. Nel corso del recente incontro con il Comitato per la Sicurezza, il sindaco Bajram Rexhepi ha annunciato ufficialmente l'allontanamento di questi tossici e ingombranti "parallelepipedi".


leggi post correlati: MATERIALE RADIOATTIVO? LA MANIFESTAZIONE

sabato 4 ottobre 2008

SERBIA HARDCORE


"Eccomi sulla tomba del mio migliore amico. Non mi piacciono i cimiteri, e nemmeno le chiese oppure i fiori. Sono venuto qui per la prima volta, a oltre un anno dall'omicidio. Ho portato una rosa e l'ho deposta sulla lastra di marmo che reca la scritta: Dr. Zoran Djindjic, Presidente del Governo della Repubblica Serba, 1952-2003" dal libro Serbia hardcore.

Mentre le televisioni mostrano nuovamente le immagini di una Belgrado messa a fuoco dalla miccia nazionalista, queste caustiche short stories ci riportano uno spaccato anni '90 made in Beograd, quando tutto il mondo si stupì, ma non troppo, che una grande capitale nel cuore dell'Europa potesse essere bombardata. "Serbia Hardcore" è un diario di guerra dal retrogusto di humor nero che parla di libertà di stampa, di opposizione interna, della strana sensazione di volere la cacciata di Milosevic ma di ritrovarsi nel giardino di casa le bombe di coloro che dovrebbero cacciarlo.
Sono questi i binari entro i quali si muove il nuovo libro di Dusan Velickovic. Il 10 ottobre uscirà in Italia una raccolta di brevi racconti autobiografici attraverso cui il giornalista e scrittore serbo, ripercorre gli ultimi nove anni della storia serba. Dalla guerra in Kosovo all'arresto di Radovan Karadzic.
Vi anticipo qui di seguito alcuni stralci del libro:
"Le bombe sono cadute a poche centinaia di metri da casa, all'angolo delle vie Vardarska e Maksim Gorkij. Una ragazza di vent'anni ha perso la vita. E' stata sepolta con l'abito da sposa, due giorni dopo. Era la trentaseiesima notte dall'inizio dei bombardamenti. Ma l'anno non era il 1984. E non combattevamo contro l'Oceania o l'Eurasia. Semplicemente ci avevamo fatto l'abitudine." Più giù nel libro prosegue dicendo "Quello forse è stato il momento più tragico della nostra storia, ma, paradossalmente, i bombardamenti hanno segnato la fine di un incubo, l'era Milosevic. Pochi mesi dopo centinaia di migliaia di persone sarebbero scese in piazza per chiedere le sue dimissioni. A Belgrado non si era mai vista una cosa di simile".
In un capitolo del libro Velickovic parla anche di Kosovo:
"Continuo a camminare. Dopo pochi passi mi imbatto nel vescovo Amfilohije. Di recente, il vescovo ha definito 'immortale' Karadzic, anch'egli accusato di crimini di guerra e varie atrocità. Ma allora è vero che individui come lui e Mladic sono difesi dalla Chiesa ortodossa? E' la Chiesa a capo della cosiddetta lobby 'anti-Aja'?, più sotto, ancora "Certo, manca la prova che la Chiesa ortodossa abbia protetto i latitanti, ma le affermazioni di certi suoi esponenti, i predicatori della Grande Serbia, indicano un coinvolgimento quanto meno ideologico".
Ricordo che tra i latitanti ci sono ancora Ratko Mladic, il generale dei serbo-bosniaci, che ordinò il massacro di Srebrenica, e Goran Hadzic, l'ex presidente dell'autoproclamata Repubblica Serba della Krajina. A tal proposito, l'autore dice "Non saprei dire nè come nè quando, ma so che verranno catturati presto. Perchè in Serbia credo che i tempi siano davvero cambiati. L'ideologia ultranazionalista sta vivendo le sue ultime ore". Non sono parole di un americano o di qualcuno che conosce i fatti per sentito dire. Dusan Velickovic è una voce critica, autorevole , uno uscito fuori dal branco, lo stesso che è stato rimosso dall'incarico da caporedattore del Nin, il settimanale indipendente schierato contro il regime di Belgrado per non essere stato "meno critico verso il governo". La voce di Velickovic è chiara anche quando, in maniera scomoda per un serbo, si esprime sul Kosovo: "La questione troverà una soluzione adeguata soltanto quando sarà compiuta l'integrazione della regione balcanica nell'UE"
Sin dalle premesse, Serbia Hardcore si presenta come un libro che fa riflettere.

mercoledì 1 ottobre 2008

SONO ROSE E FIORIRANNO (terza ed ultima parte)

CBM quanto a personale, organizzazione e progetti sembra essere l'associazione locale meglio strutturata di Mitrovica.

A concludere questa giornata tutta al femminile incontro lo staff di CBM (Community Building Mitrovica). Ad accogliermi nel loro ufficio, prima dell’arrivo di uno dei managers, Flora (Florije) Sylaj, trovo Lindsay, una stagista venuta dall’Olanda, quasi a marcare l’aspetto internazionale di questa Ong locale radicata evidentemente non soltanto su tutto il territorio kosovaro. CBM è stata fondata nel 2001 e come allora anche oggi conta personale multietnico del nord e sud di Mitrovica e collabora con numerosi attori nei Balcani, tanto che la sua direttrice gestisce anche un network di 30 Ong balcaniche che ha sede in Macedonia. Quanto a personale, organizzazione e progetti sembra essere l’associazione meglio strutturata di Mitrovica. Ha tanti punti di forza CBM,evidenti non soltanto per le sue iniziative che si concentrano nella promozione del dialogo tra serbi e albanesi, la tutela delle monoranze e la protezione e il rafforzamento delle donne, ma anche nella motivazione dei suoi membri che considerano CBM forte e unica nel suo genere e si dichiarano fermamente convinti dell'importanza del lavoro che svolgono. "Gestiamo il Centro Multietnico di Donne nella parte nord di Mitrovica, a Kodra Minatore/mikronaselje, monitorato da una volontaria di CBM", spiega Flora, "Lì si organizzano incontri, viaggi, corsi di formazione su vari temi come la violenza domestica o la tessitura di tappeti (8per le ragazze rom), scambi con organizzazioni simili nei Balcani". "Proprio qui, in un'area nevralgica nella contrapposizione tra serbi ed albanesi, grazie a questo centro multietnico di donne, la situazione è nettamente migliorata", commenta. Si occupano poi di advocacy e di diritti delle donne e di progetti generatori di reddito. Cercano in particolare di aiutare donne, ma in molti casi anche uomini, a sviluppare abilità che possono essere vendute sul mercato, con corsi, ad esempio, per chi lavora nelle costruzioni, corsi tecnici rivolti ai più poveri e di cucito per le donne rom. “La lista delle nostre attività è molto lunga”, precisa sorridendo la collaboratrice di CBM, “ci sono anche diverse attività che riguardano i giovani, in particolare per la promozione del dialogo interetnico, come l’organizzazione di visite in Olanda e Macedonia, l’ultimo un summer camp di una settimana a Ohrid (Macedonia) a cui hanno partecipato studenti di musica di tutto il Kosovo, serbi e kosovari”. A questo progetto che si è svolto appunto nell’agosto 2008, CBM ha lavorato con l’organizzazione Musicisti senza frontiere (Musicians without borders) che ha offerto loro l’assistenza tecnica necessaria. Inoltre gli istruttori del corso, albanesi e serbi, sono stati formati insieme in Olanda. “Adesso vogliamo costruire una pop-rock school a Mitrovica”, afferma Flora. “Nonostante la nostra dimensione non tanto grande, cerchiamo comunque di mettere da parte delle risorse da investire nel fundraising e nei media, e nella pubblicazione mensile del nostro M-magazine, quando riusciamo anche nella versione in inglese” conclude la manager. Community Building Mitrovica, insieme a Mundesia e la Women Business Association, sono tre realtà vive di Mitrovica, soggetti con i quali, nel bene e nel male, le faziose istituzioni locali e la classe politica di Pristina e di Belgrado dovranno sempre più misurarsi per uscire dal pantano Kosovo e ritornare così a vedere e rappresentare la colorita composizione etnica di sempre.

leggi la prima e la seconda parte

links: Mundesia, CBM

KOSOVO: LA VOCE DEL CONIGLIO