venerdì 5 settembre 2008

NARRAT


Per tutto il periodo estivo l’argomento Kosovo sembra sia rimasto all’ombra, lontano dai riflettori mediatici, o meglio, pare sia stato preso di striscio dalle nostre televisioni solo per via della triste vicenda avvenuta quest’estate in Georgia, che molti analisti hanno, appunto, considerato strettamente connessa a quella kosovara. Sarà pur vero (?), ma io sono più propenso a considerare la complessità di questo o quell’evento come caso particolare. Il Kosovo lo è. Non voglio addentrarmi nell’argomento, ma soltanto mettere in luce lo strano caso del dottor Jekyll, ovvero il temutissimo Putin, lo Zar di Russia. Putin, ha infatti combattuto tenacemente ed a lungo la sua battaglia sul Kosovo, difendendo a spada tratta la causa degli “amici” ortodossi della Serbia, per poi giocare (è un eufemismo) in Abkhazia e Ossezia del Sud con gli stessi mezzi e strumenti (diplomatici e non) che, per quanto concerne il Kosovo, ha sempre combattuto e ostacolato. Da questo comportamento una cosa si evince in tutta chiarezza, ovvero che gli "amici" serbi sono rimasti isolati, o detta diversamente, gli "amici" russi non erano veramente tali. Cosa si prospetterà in futuro in Kosovo è difficile diagnosticarlo tanto ingarbugliata appare la matassa del pregiato tessuto. Il punto sul quale voglio soffermarmi è altro, molto più leggero. Il Kosovo è da più di sei mesi (17 Febbraio 2008) uno stato indipendente riconosciuto da 46 paesi. Ha fatto ancora poco (e gli americani in varie occasioni non hanno mancato di farlo presente) per sensibilizzare altri stati a muoversi positivamente verso il loro riconoscimento. Non faccio un torto a nessuno se dico che la classe politica kosovara non ha la stoffa per essere chiamata tale. Comunque sia, e vengo al dunque, nonostante le tante difficoltà economiche e sociali che attanagliano il paese, la classe politica è più che mai convinta di voler dedicare un prezioso capitolo delle sue voci di spesa al fine di creare le proprie strutture diplomatiche in almeno alcuni paesi, ritenendolo di vitale importanza. Si vuole così al più presto iniziare con i paesi di grande rilevanza per il Kosovo (USA, Germania, Svizzera, Austria, Italia, Albania) per poi via via continuare con gli altri, budget permettendo. Per quanto ci riguarda, risulta che siano iniziati una serie di contatti e trattative per identificare una figura seria e di spessore per l’Italia. Si vociferava che un buon pretendente potesse essere un tale ARSIM BERISHA, un kosovaro residente in Italia da molti anni, in particolare a Castelfranco, che pare sia un ferroviere. Persona comunque molto conosciuta e stimata tra i suoi connazionali residenti in Italia. È notizia di questi giorni che questo nome, che circolava sotterraneo fino a qualche mese addietro, sia stato però scartato per far spazio ad un altro. Nella lista dei pretendenti alla carica di ambasciatore del Kosovo in Italia, è spuntato adesso il nome di ALBERT PRENKAJ. Il signor Prenkaj pare sia ben accetto tra gli ambienti vaticani. A differenza di Berisha, musulmano, Prenkaj è infatti di fede cattolica. Differenza questa non da poco per un futuro ambasciatore in uno stato governato –o quasi- dalla Chiesa cattolica. In questo gioco di nomine, non è certo da escludere la possibile influenza del Vaticano, per il tramite forse di un suo braccio tecnico, la Comunità di Sant’Egidio, molto forte ed influente in Kosovo. Non c'è ancora nulla di ufficiale in merito, né sul se e quando verranno aperte le Ambasciate del Kosovo, ma il totoambasciatori, in un paese dal clientelismo diffuso, è adesso entrato nel vivo della battaglia.

nella foto in alto la Chiesa cattolica di Klina

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