mercoledì 25 giugno 2008

IL PIOMBO DI MITROVICA (seconda parte)

Le ultime da Osterode Camp

Osterode camp, costruito nel 2005 in quella che prima della guerra era una base militare serba e successivamente una postazione francese, ospita oggi più di 400 persone in container tra stradine asfaltate, ex-capannoni militari dismessi e riutilizzati dai rom e, un piccolo parco giochi, il tutto circondato da filo spinato. Certo Osterode -oggi monitorato dalla Norwegian Church Aid, agenzia che coordina i donors e le attività del campo- appare, al primo impatto, una struttura ben più comoda e pulita rispetto ai capannoni sporchi ammassati sulle rotaie ferroviarie del campo di Cesmin Lug, distante appena poche decine di metri. Tuttavia, il rappresentante Rom del campo, il Sig.Habib Haidini, senza tanti giri di parole ci tiene a precisare che cambia poco avere un container mettallico di limitate dimensioni e piccole strutture di divertimento rispetto alle baracche di lamiera contorte del campo vicino. “Non è una casa, e quelli a Cesmin Lug non vengono da noi perchè sono della nostra stessa opinione: stiamo tutti aspettando una casa, una casa vera”. Habib incontra quotidianamente i rappresentanti di enti istituzionali locali e non per far pressioni e cercare di velocizzare i tempi affinchè tutti i Rom dei due campi possano essere finalmente trasferiti in una struttura permanente –il campo di Osterode doveva rimanere funzionante appena un anno- una casa nel quartiere Roma Mahala che si sta ricostruendo. Oggi nella vasta area della residenza storica dei Rom di Mitrovica, nonostante l’attualità della “minoranza Rom” nell’agenda politica delle istituzioni e organizzazioni internazionali, sono stati però costruiti appena un centinaio di case e quattro blocchi plurifamiliari che ospitano non più di 250 persone. Molte delle case ancora non sono state assegnate, probabilmente per via dei complessi criteri che richiedono lunghe procedure burocratiche, e per altri motivi. Un dato certo è che, alla metà del 2008, non è stato fatto abastanza per i Rom di Mitrovica. Eppure è passato poco più di un anno da quando, nel marzo del 2007, gli alti rappresentanti delle istituzioni internazionali, degli uffici diplomatici e lo stesso Primo Ministro del Kosovo in una grande giornata commemorativa hanno tenuto un’imponente cerimonia di inaugurazione del quartiere Roma Mahala a Mitrovica. Grandi parole allora erano state spese da tutti, le più gettonate delle quali erano “multiculturalità” e “integrazione”. Stando alle testimonianze più recenti, come quella di Sokol Kursumlija, da anni impegnato nel campo Osterode con progetti educativo-ricreativi attraverso l’associazione locale multietnica di cui è Presidente, non c’è da stare sereni e tranquilli: anche per Osterode si parla di gravi casi di contaminazione da piombo che colpiscono soprattutto i suoi più giovani inquilini. Tuttavia Sokol ci tiene a precisare, rimanendo fermo sul fatto che effettivamente i Rom a Mitrovica vivono da tempo in condizioni a dir poco precarie, che l’argomento contaminazione da piombo non può essere circoscritto al solo discorso che verte sulla minoranza Rom, vittima a suo parere di intrighi politici, ma deve essere generalizzato in quanto riguarda l’intera area di Mitrovica. Nel caso specifico di Zitkovac, piccolo villaggio a Nord di Mitrovica, Sokol sostiene, ad esempio, di trovare “assurdo che per la sola opportunità politica soltanto per i Rom che vivevano dall’ altra parte del binario si è parlato di contaminazione mentre per i Serbi che vivono a tutt’oggi lì, a due passi da dove si trovavano i Rom, c’è ancora assoluto silenzio e nessuna preoccupazione”. Forse per via delle scarse condizioni igieniche e del contatto con la terra tipico dei bambini, i piccoli Rom sembrano tuttavia particolarmente esposti all’avvelenamento da piombo. Nel campo Osterode di recente sono stati fatti dei test sui bambini dallo staff del WHO. I risultati però sono stati negati ad Habib e gli altri Rom, che pure li richiedevano insistentemente. Stando a Sokol, per questioni di privacy i dati del WHO non potevano diffondersi, neppure ai rappresentanti UNICEF che lavoravano nel campo. “Io volevo sapere almeno il numero o la percentuale di persone contaminate di Osterode, potevo non saperne i nomi; quando quell’organizzazione mi ha negato i dati, mi sono rivolto alle strutture mediche di Mitrovica Nord dove hanno effettuato i test sui bambini. Il risultato è stato chiaro: contaminazione da piombo per la maggioranza di loro”, ricorda Habib. Un argomento così delicato da un punto di vista etico, morale, sociale e politico non dovrebbe comunque essere lasciato solo alla spicciola cronaca cittadina che spesso, incapace di sortire i necessari effetti, finisce col creare invece soltanto involontaria disinformazione. La comunità internazionale e enti di spessore come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, piuttosto che coprire la realtà con il silenzio, potrebbero seguire l’esempio positivo di altre organizzazioni che in Kosovo dedicano tempo, spazio e tanti soldi per pubblicazioni sistematiche di bollettini sui diversi argomenti. È tempo che un dossier ufficiale, onnicomprensivo e chiaro, esca allo scoperto per far luce su tutti questi anni bui. Fino a quando su queste tematiche aleggeranno solo e soltanto strumentalizzazioni di ogni genere, il problema dei Rom e della salute pubblica dei cittadini di Mitrovica resterà solo appanaggio dell’agenda politica che potrà continuare ad usarle a propria discrezione.

di Federica Riccardi e Raffaele Coniglio


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net, carta.org e osservatoriobalcani.org

domenica 22 giugno 2008

IL CALCIO "EUROPEO"


Il calcio che unisce e rafforza le identità
Ieri sera, nella prima calda serata d'estate, ho fatto un giro tra i bar e le caffetterie di Mitrovica nord. Piene come al solito e con una leggera musica di sottofondo, il Dolce Vita, così come Incognito, trasmettevano su schermi ultrapiatti la partita della serata: Olanda-Russia. Non ho seguito la partita, intento com'ero a sorseggiare la mia fredda jelen pivo; lo facevo a tratti quando le urla degli spettatori interrompevano la mia conversazione. L'affinità politica prima che culturale con la "madrepatria" Russia è un dato assodato per i cittadini serbi, a maggior ragione per quelli che vivono in questo posto per i motivi che tanto conosciamo. Icone dello zar Putin, adorato come un santo, ricoprono varie pareti in luoghi pubblici e non. Anche il calcio può essere un ottimo collante in tal senso.
Una partita emozionante a detta di Naser che dopo un equilibrato 1-1 dei primi novanta minuti di gioco, si è trasformata, nei tempi supplementari, in una grande vittoria per i russi che hanno chiuso il match con 2 gol di scarto. Grande entusiasmo si è subito sprigionato tra la gente, cori di gioia e sorrisi energici uscivano dai volti degli spettatori. Ho subito capito quanto avessero sofferto nei primi 45 minuti e quanto sentivano propria questa partita.
Non pensavo tuttavia che l'entusiasmo potesse arrivare a tanto. Una decina di macchine, piene di ultras si sono ritrovate a festeggiare per le stradine di Mitrovica la vittoria della Russia. Macchine, taxi, pugni alzati e bandiere serbe a fare da sfondo a questo euforico primo giorno d'estate. Tra la parata di macchine ho visto anche un bel jeepone bianco, vetri scuri e le quattro frecce accese, targa UN 25166.

sabato 21 giugno 2008

IN EVIDENZA

L'Italia chiamò, un documentario di Matteo Scanni, Angelo Miotto e Leonardo Brogioni, racconta l'altra faccia delle missioni all'estero: l'uranio impoverito.

Quattro militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Iraq cercano un difficile ritorno alla vita dopo essersi ammalati di tumore dormendo nelle caserme bombardate con proiettili all’uranio impoverito.
Per saperne di più clicca qui


mercoledì 18 giugno 2008

IL PIOMBO DI MITROVICA

Anche qui a Mitrovica il problema esiste e sebbene dalla fine della guerra in Kosovo del 1999 l'intera frattura tra Albanesi-Rom-Serbi non si sia ricucita, a farne principalmente le spese ancora oggi sono loro, i Rom. (Prima parte)

Tra i tanti primati che una volta caratterizzavano Mitrovica vanno annoverati il fiorente indotto minerario che faceva della città e dintorni una delle più importanti aree del Kosovo e dell’ex Jugoslavia (per estrazione di minerali, loro lavorazione-trasformazione e successiva produzione di batterie), e il più grande quartiere Rom del Kosovo, il Roma Mahala. Questi due aspetti sembrano non avere interconnessioni fra loro mentre invece hanno stretti legami e tragiche conseguenze.
Gli impianti di Trepca, il polo minerario nella ricca regione di Mitrovica, hanno contribuito notevolmente all
o sviluppo economico e sociale di questa zona per tutti gli anni '70 e '80. Erano più di 20.000 le persone impiegate, di cui la metà provenienti dalla sola area di Mitrovica, con salari indimenticabili e tanti benefits per le famiglie. Sebbene la città fosse prospera e occupata con il lavoro delle miniere, la gente rimaneva comunque insoddisfatta per via della mancanza di investimenti successivi agli introiti delle miniere. Un detto di quei tempi recitava "Trepca punon Beogradi ndėrrton" (a Trepca si lavora e a Belgrado si costruisce), sintetizzando questo aspetto.
8.000 o forse poco di più erano i membri della comunità Rom che vivevano
nel quartiere Roma Mahala di Mitrovica, una striscia di terra a sud del fiume Ibar che sembra interporsi tra i serbi e gli albanesi. I Rom anche allora come oggi non erano ben inseriti nelle strutture sociali della città, non godevano di una buona reputazione, e si sono trovati, durante gli anni dello scontro etnico in Kosovo, tra due fuochi, quello serbo e quello albanese.
Oggi la fotografia di Mitrovica è un’altra. L’intero indotto di Trepca è ridotto all’osso, nell'impianto lavorano meno di un migliaio di operai e, vi si estraggono soltanto i minerali. Gli impianti di lavorazione e trasformazione del piombo, rame, zinco sono dismessi e riversano in uno stato fatiscente. Insieme al polo turistico di Bresovica, gli impianti di Trepca sono stati un grande fallimento per la KTA , l’agenzia incaricata per le privatizzazioni in Kosovo. Quello che è rimasto dei fiorenti e produttivi impianti minerari, oltre alle obsolete strutture, è l’inquinamento del suolo. Mitrovica oggi ricopre il triste primato di città più inquinata del Kosovo e dell’ex Jugoslavia.
A farne le spese sono tutti i suoi cittadini, i Rom più degli altri. Ed oltre al problema dell’inquinamento, che li vede vittime di intrighi politici, i Rom sono anche cittadini privi delle loro case. Facilmente manipolati dai serbi e indiscriminatamente percepiti come traditori e nemici dagli albanesi, si sono visti annientare da questi ultimi tutto il loro quartiere storico. Inermi, dal lato nord del fiume che oggi divide etnicamente la città in due, hanno assistito alla distruzione delle loro case. Quelli che avevano deciso di affrontare di petto la situazione persero la vita. In tanti sono scappati in Europa, in Montenegro, in Serbia.
I pochi Rom rimasti a Mitrovica sono stati costretti a vivere, in mancanza di alternativ
e, in posti malsani e inquinati. I campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare, tutti nella parte nord di Mitrovica, furono costruiti nel novembre del 1999 per ospitare circa 500 persone di etnia Rom scappate dal loro grande quartiere. Da allora e per tutti questi anni il problema dei Rom è diventato sempre più grande.
Dovevano restare in questi posti per 45 giorni, solo Zitkovac è stato chiuso, ma soltanto nel 2006 ed i suoi abitanti sono stati dislocati negli altri campi. Nei tre campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare molti bambini mostravano infatti i classici sintomi da inquinamento da piombo: perdita di memoria, mancanza di coordinamento, vomito e convulsioni. Il Prof. Nait Vrenezi dell’Università di Pristina già in un suo studio del 1997, condotto congiuntamente con numerosi esperti internazionali, affermava che l’esposizione continua ad ambienti con alta concentrazione di piombo crea nei bambini danni motori e di percezione permanenti.
Dal 1999 al 2006, 27 persone sono morte a Zitkovac, molte delle quali con ogni probabilità a causa di avvelenamento da metallo pesante, anche se autopsie non sono mai state effettuate. Nel 2000 furono effettuati diversi test e analisi sugli abitanti dei campi dall’allora consulente russo dell’ONU, Dott
. Andrei Andreyev, che confermavano fuori da ogni dubbio l’alto livello di concentrazione di piombo nel loro sangue. Andreyev allora inoltrò un report dettagliato contenente dati e cifre all’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNMIK, chiedendo loro di provvedere ad una immediata evacuazione dei campi. Il suo report, però, che oggi non è disponibile al pubblico, non ha avuto nessun riscontro pratico, se non che molti funzionari internazionali della polizia di Unmik, che giornalmente facevano jogging accanto al campo di Cesmin Lug, dovettero fare immediati accertamenti medici, e si scoprì che il tasso di piombo nel sangue era così alto da richiedere il loro rimpatrio. Nel 2004 test capillari su 75 persone dei tre campi, principalmente bambini e donne incinte, mostravano che 44 di loro avevano livelli di piombo nel sangue più alti di quanto il macchinario potesse misurare (65 mg/dl), laddove 10 mg è considerato il punto in cui vi è un serio rischio di danni al cervello o al sistema nervoso.

di Federica Riccardi e Raffaele Coniglio

leggi la seconda parte

articolo pubblicato su peacereporter.net, carta.org e osservatoriobalcani.org

Per approfondimenti:
http://www.jstor.org/pss/3433876,
http://www.paulpolansky.nstemp.com/about.html


martedì 10 giugno 2008

INDIAN FOOD & COMPANY

Questa proprio non ci voleva. Il mio ristorante preferito “Indian Food” è stato improvvisamente chiuso. Proprio questa mattina mentre passavo da lì, incuriosito per i lavori che stavano facendo, ho pensato di chiedere se i cingalesi stessero ristrutturando. Pronta è stata la risposta negativa del muratore che ci lavorava che mi ha informato del nuovo caffè – tipicamente kosovaro- che prenderà il posto del vecchio ristorante.“L’Indiano” così lo etichettavo, era un piccolo ristorante di proprietà di cingalesi, persone semplici, apparentemente timide e riservate, giunte in Kosovo da anni, venuti da così lontano e spinti, non so bene da che cosa, ad aprire un ristorante etnico qui a Pristina. Certo quella della ristorazione è un’attività tra le più proficue in Kosovo dove si possono trovare ristoranti tipici albanesi, serbi, ristoranti italiani, cinesi, c’è anche il messicano, il giapponese e persino un nepalese. Sicuramente è anche per questo che a Pristina si mangia molto bene. Io però ero molto affezionato a questo posto piccolo dalla cucina buona e speziata, economico e silenzioso, in pieno centro. In effetti da quando sono stati ultimati i lavori di riqualificazione dell’area pedonale nel cuore di Pristina, tra il Grand Hotel e il Palazzo di Governo, inaspettatamente gli amici cingalesi con il loro ristorantino si sono ritrovati di colpo nel posto più interessante che potessero mai trovare. Appunto per questo, da diversi mesi notavo la presenza di personale kosovaro dietro la cucina. Questo è molto insolito. Si possono trovare cuochi kosovari in ristoranti italiani e internazionali in genere, ma la presenza degli stessi in quelli indiani o cinesi è veramente rarissima se non inesistente. Fatto sta che da quella volta ho prestato attenzione a queste presenze. L’ultima volta, appena un mese fa, seduto ad un tavolo ho visto il simpatico proprietario del locale discutere sottovoce con una persona di orgine albanese kosovara. Intuivo dove sarebbero arrivati. La longa manus albanese si sarebbe presto addentrata fin dentro gli affari del ristorante. Così è stato. L’ultima volta che goloso di assaggiare il loro piatto forte,chicken kuruma, con tutte le salsine piccanti e speziate, ho notato le insegne staccate e la porta chiusa, mi è caduto il mondo addosso. L’Indian Food era stato chiuso. In un primo momento speravo in una ristrutturazione o ingrandimento del locale, ma quando ho saputo quanto stava accadendo non ho potuto far altro che pensarci sopra e ho tratto la conclusione che qui in Kosovo, e maggiormente nella sua commerciale capitale, tutto, ma proprio tutto, è soggetto a continuo cambiamento. Seduto davanti a un caffè cercavo di riflettere su questo. Di colpo, quasi istintivamente ho alzato la testa e preso visione del posto in cui mi trovavo. I locali del pub-ristorante "92", di fronte al quartier generale di Unmik, pochi mesi prima di quest’ultima apparizione ospitavano un’attrezzata e rifinita caffetteria e prima ancora una struttura credo di Unmik o forse privata, non saprei, che vendeva cartine e mappe geografiche del Kosovo, in tutte le forme e dimensioni. La stessa distrubuiva anche i mensili informativi di Unmik e Osce. Tutti questi cambiamenti sono avvenuti in meno di due anni. Da oggi farò a meno del ristorante indiano. Mi sono già rassegnato, ma faccio veramente fatica a capire cosa c’è dietro questa maledetta voglia di cambiamento, a maggior ragione quando gli affari delle attività commerciali vanno –o sembrano andare?- a gonfie vele.
P.S. nulla di personale per carità, ma il nome che hanno dato alla caffetteria, "New Born" (oggi 11 giugno, passando da lì ho visto la nuova insegna) mi ha irritato e non poco.

venerdì 6 giugno 2008

UNA STRANA CITTA' NORMALE

Kamenica in serbo, Dardane in albanese due nomi nettamente distinti, ma una casa comune per le due principali etnie che compongono il Kosovo.



La gente di Kamenica, sotto una calda e soleggiata mattina di giugno, passeggia lungo il piccolo corso che l'attraversa. Questa piccola cittadina, situata nella parte ovest del Kosovo, confinante con la Serbia (la prima citta' serba di Serbia, Bujanovac, dista in linea d'aria poche decine di chilometri) è l'espressione più compiuta di quell'integrazione multietnica che sino ad ora e per tantissime ragioni è rimasta sulla carta e su quei documenti (raggiungimento degli standards) che i vertici di Unmik e del Gruppo di Contatto hanno poi inoltrato via New York a tutte le cancellerie europee.
Kamenica oggi come ieri gode di un clima sereno e rilassato, probabile risultato dell'animo pacato della sua gente. Mi ritorna in mente, proprio ora che sto per battere la lettera b (di battere) il lucido testo di Montesquieu, Lo Spirito delle Leggi (L'Esprit des Lois), dove si afferma che fattori come il clima, l'animo delle persone e la posizione geografica possono avere delle influenze sui vari ordinamenti politici, condizionandoli. Kamenica si trova in quella zona del Kosovo definita "a macchia di leopardo", composta cioè da villaggi misti di serbi e albanesi (incluse le zone di Gnjilane/Gjilane e Viti/Vitina) che durante la guerra e forse per via di quell'inclinazione pacifica che caratterizza la sua gente non è stata teatro di scontri e uccisioni, sebbene potesse essere, per via di questa sua stessa conformazione geografica, altamente sensibile e quindi pericolosa.
Per nostra fortuna l'area non presenta questi tratti violenti, anzi, in questo incerto inizio di giugno si gode il suo clima disteso. Le poche notizie che sino ad ora avevo di Kamenica non solo trovano rispondenza in situazioni che ho da poco vissuto, ma escono rafforzate per via delle colorate scene giovanili che mi si presentano davanti. Al Kosovo che ho visto fino a ieri devo aggiungere quest'altra sua particolare componente: l'aspetto giovanile di Kamenica. Giovani abbastanza socievoli, con un abbigliamento alla moda e luccicanti orecchini ai lobi, ragazze dall'aspetto vistoso intente a chiacchierare con i loro coetanei in atteggiamenti a noi normali e comuni, ma piuttosto insoliti in buona parte del Kosovo. Credo che tutto ciò sia il risultato dell'aria di vicinanza con la dinamica Serbia. Queste mie supposizioni trovano subito conferma nelle parole di Fatos, 22 anni studente di Economia all'Università di Pristina, che, diretto, aperto e disponibile al dialogo con il sottoscritto, appare in sintonia con il classico stereotipo delle persone che vivono da queste parti. Alla cassa di un grande supermercato in pieno centro, ci ritroviamo immersi in una piacevole conversazione il cui nucleo centrale verte sulla convivenza e l'interazione tra serbi e albanesi di Kamenica. Col senno di poi, ammetto che l'ho bombardato di domande, perplesso e esterrefatto com'ero per via delle sue parole. "si, loro sono serbi" affermava indisturbato guardando un gruppo di giovani poco distante, "sono in tanti che vivono qui con noi a Kamenica", continuava. Nella lunga conversazione il longilineo Fatos mi ha presentato con le sue dichiarazioni quello che ho sempre cercato in lungo e largo per il Kosovo, ovvero il saluto e l'interazione positiva tra le due etnie. "Qui a Kamenica, ci si saluta", mi fa presente Fatos "ogni tanto con il dobre dan, altre con il miredita". "Certo, anche loro hanno attività commerciali in città" dice rispondendo alla mia domanda. Fatos racconta anche del suo amico, "l'Iracheno" come lo chiama lui (per via del fratello che lavora da nove anni con gli americani ed è da qualche anno in Iraq negli uffici dell'esercito Usa), che ha come vicini dei serbi con i quali si ritrova ogni tanto a casa loro per riparare piccole attrezzature informatiche. "Saltuariamente si va anche in Serbia, in posti dove vivono gli albanesi, e non abbiamo mai avuto problemi lì" sentenzia. Quasi faccio fatica a credere alle parole di Fatos, ma presto devo convincermi del contrario per me abituato invece al clima gelido di Mitrovica. Vedo macchine serbe con tanto di targa serba circolare liberamente e persone serbe fare le cose più banali, come benzina in un rifornimento di proprietà albanese o passeggiare indisturbati in città. Per una volta sono stato io a sentirmi anormale in una citta che ha tutte le sembianze della normalità.


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net , peacelink.it e viaggiareibalcani.net

domenica 1 giugno 2008

UNA BOCCATA D'OSSIGENO PER TUTTI


Questa settimana mi è capitato di percorrere, per questioni squisitamente private, la tratta Pristina-Bar e ritorno in autobus. "Cosa vuoi che sia" si potrebbe obiettare, "oltretutto sono poche centinaia di chilometri", si potrebbe supporre. Eppure così non è! Sebbene le due città distino all'incirca 250 km l'una dall'altra, le ore da "sgranocchiare" in autobus sono ben dieci (10) a tratta. Non è la prima volta che affronto viaggi del genere, direzione Montenegro o altre mete ( ricordo le 10 ore per Tirana, le 12 per Sarajevo, le 18 per Istanbul, ahhh si!! le altrettante 18 per Pula per prendere poi la Ryanair in vista di Dublino). Non mi sono mai spiegato fino in fondo il perchè mi piacciono viaggi così stressanti, lunghi e scomodi, ma di sicuro l'ebbrezza che si prova nel viaggiare per così tante ore su un mezzo circoscritto e limitato come può essere l'autobus è tanta. Incontrare persone di ogni tipo e con diverse esigenze, sostare in posti che mai avresti pensato esistessero e avessero quei nomi, il vedere dal finestrino le luci fioche delle case sperdute, poi la strada e via su per le montagne. Trovo tutto questo affascinante. Personalmente intendo il viaggio (o vacanza) come nuova conoscenza, scoperta e avventura. Credo sia questa la vera essenza del perchè mi piace affrontare questo tipo di viaggi. Il viaggio in autobus mi da tutto questo e oltre. Chiusa parentesi! A capo.
Consumare le ultime energie sull'autobus per poi passare un'interessante fine settimana lontano dal polveroso Kosovo è stato un motivo in più per avventurarmi nuovamente alla volta della splendida Kotor e Budva. Per me è stata una boccata d'ossigeno, un viaggio rigenerante quasi. Ma non per tutti è sempre così. In quest'ultimo viaggio in terra montenegrina ho notato delle piccole stranezze. Innanzitutto i collegamenti sono più che raddoppiati, in secondo luogo il prezzo del biglietto è fortemente diminuito. Con soli 20 euro si paga l'andata e il ritorno.
Alle 18.30 una marea di gente aspettava, insieme al sottoscritto, di poter presto salire e prendere posto sui tre autobus della compagnia Barileva. Tutti rigorosamente kosovari e tutti orgogliosamente uomini i miei compagni di viaggio. La mia curiosità su tutto ciò era talmente tanta che alla prima occasione utile ho chiesto a Zoran, il signore seduto dietro di me, il perchè di tutta questa gente diretta ad Ulcinj, in un periodo di bassa stagione. Nemmeno in piena estate gli autobus partono da Pristina così numerosi per raggiungere quella che è la loro Rimini, pensavo tra me e me. "LAVORO" è stata la sua risposta.
Zoran fa il manovale da tre mesi a Ulcinj per una impresa locale, divide una casa con altri suoi compagni e approssimativamente una volta al mese fa ritorno dai suoi cari per ristorarsi e portare una piccola manciata di soldi. Come lui, da Ferizaj, Drenas e altri villaggi del Kosovo, sono in tanti e nelle stesse condizioni. Giovani e padri di famiglia leggermente ricurvi e cotti dal sole. Considerando la fisicità del duro lavoro che svolgono, è facilmente intuibile anche il loro basso livello di istruzione. E' difficile comunicare con tutti loro (per via del mio albanese e del loro inglese), ma con una gestualità che non mi manca ho fatto capire al simpatico Besim che il posto accanto al mio era libero.
Alle 19.10 si parte. Dopo un veloce check-in da parte del secondo autista la TV si accende e la musica tradizionale kosovara inizia a spaccare le casse. E' terribile questo suono, a tratti nauseante, ma c'è ben poco da lagnarsi, nessuno darebbe retta a eventuali lamentele visto che questo genere musicale attecchisce molto qui, anche tra i giovani. Non ci voglio pensare. Il viaggio è lungo ed è appena cominciato. Parto comunque con un sorriso che mi riempie gli occhi.
Questo viaggio alla fine è una boccata d'ossigeno anche per i miei compagni di viaggio.

Alcuni dei video musicali che trasmettono per intrattenere il passeggero







anche quest'ultimo è abbastanza rilassante! vero?

giovedì 29 maggio 2008

IN EVIDENZA

Giovedì 5 giugno, ore 18,00 Palazzo del Turismo
inaugurazione della mostra fotografica:

XIV edizione del Premio Giornalistico Televisivo "Ilaria Alpi"

Riccione 1 - 7 giugno

DISPACCI DAL FRONTE

di LIVIO SENIGALLIESI
a cura di Carla Costamagna Martino

Dall’Afghanistan alla Cecenia, dal Kosovo a Gaza, dal Vietnam al Rwanda al Congo.

In pochi scatti Senigalliesi riesce a condensare il non senso della guerra: la sofferenza di chi rimane, la dignità delle vittime, la voglia di vivere e ricostruire
Più che azioni di guerra, le immagini ci testimoniano le conseguenze dei conflitti, i durante e i dopo. In esse riconosciamo «la voglia di capire le ragioni dell’odio, di comprendere le tragedie causate dalla follia umana». Una testimonianza sulla tragedia della guerra così come viene vissuta sul campo, senza aggettivi, senza la retorica della comunicazione mass-mediatica.Le fotografie sono tratte dal volume Reporters sans frontières, Dispacci dal fronte (EGA Editore)

Il fotografo
Livio Senigalliesi, fotogiornalista indipendente, è membro della sezioni italiana di Reporters sans frontières. Collabora con le più importanti testate italiane e straniere ed è autore di numerosi libri e mostre fotografiche.
Per saperne di più sull’autore: www.liviosenigalliesi.com

domenica 25 maggio 2008

UN ASPETTO POSITIVO DELLO STATO MULTIETNICO

L'Assemblea del Kosovo approva la Legge sul Calendario delle Festività Ufficiali

PRISTINA. Dopo tre lunghi giorni di pressione da parte del Governo e dei rappresentanti dell'International Civilian Office (nuova struttura di stampo prettamente europeo per il supporto alle istituzioni kosovare) il Parlamento della Repubblica del Kosovo (è così che bisogna chiamarla e anche l'Italia l'ha riconosciuta come tale) ha approvato la legge sulle ricorrenze ufficiali. Nella lista figurano tre date fortemente volute dai parlamentari di etnia albanese, alle quali vanno aggiunti altri cinque importanti giorni per le minoranze. Il potere legislativo ha stabilito che il 28 Novembre o festa della bandiera (il 28 del 1912 è stato il giorno dell'indipendenza albanese dall'Impero Ottomano) sarà ora ricordato come la giornata degli Albanesi; il 12 Giugno, conosciuto come giorno della Liberazione del Kosovo, sarà festeggiato da oggi in poi come il giorno della Pace, mentre il 6 Marzo o giorno dei Martiri, passerà alla storia come la giornata della Memoria e del Rispetto per i Veterani di Guerra.
Il testo della legge riporta anche, e giustamente, trattandosi il Kosovo di uno Stato multientnico, le ricorrenze per tutte le altre minoranze che vivono qui e che sono altrettanto rappresentate nella nuova bandiera che poco piace ai suoi cittadini. Il lungo elenco riporta il 15 Febbraio come la giornata degli Ashkali, l'8 Aprile la giornata dei Rom, il 23 Aprile il giorno dei Turchi, il 6 maggio quella dei Gorani e infine il 28 Settembre il giorno dei Bosniaci. La Pasqua e il Natale Ortodosso rientano ovviamente nella lista.
Se accanto a queste ricorrenze aggiungiamo tutte le altre che il popolo del Kosovo è abituato a festeggiare (lasciando da parte il mese di Ramadan, quello del digiuno che disabilita tutti) dobbiamo inserire la festa di inizio e di chiusura del Ramadan che durano rispettivamente tre giorni ciascuno, il 25 Dicembre non si tocca, idem per l'1 Gennaio, ovviamente il 1 Maggio, poi la festa dell'Europa che è un "must" e da queste parti ci tengono in molti a festeggiarla, il 15 Agosto, e sicuramente qualche altra festività di minor conto che adesso sfugge. C'è di buono una cosa e cioè che finalmente in maniera ufficiale e con legge dello Stato si è fatto ordine al calendario delle festività, perchè sino ad ora chiunque poteva, anche il giorno prima, avvisarti dispiaciuto di non poter partecipare ad un evento o recarsi a lavoro perchè il giorno dopo si sarebbe festeggiata la Pasqua ortodossa o dell’altro. Il nuovo calendario kosovaro presto verrà stampato tutto in rosso e almeno sulla carta il riconoscimento delle minoranze sarà garantito. Con il beneplacito delle Istituzioni tutti potranno festeggiare e festeggiarsi. Certo questo è un inizio a rilento per la neonata Repubblica del Kosovo che ha tanto da lavorare e poco da festeggiare.

articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net e peacelink.it

domenica 18 maggio 2008

DOPO L'11 MAGGIO

L’11 maggio è passato e le elezioni serbe in Kosovo si sono tenute in un clima sereno e tranquillo. Non sono stati riportati importanti brogli elettorali nè scontri ai seggi, tranne un unico caso isolato in un’enclave serba tra un piccolo gruppo di elettori e la commissione. Fatto irrisorio comunque. Di questa domenica di maggio due elementi balzano agli occhi: una discreta affluenza alle urne e l’espressione di un voto radicale. Il partito di Nicolic (SRS) ha fatto il pieno dei voti qui in Kosovo.
La vittoria dell’ala più morbida e filo-europea è sicura
mente un ottimo risultato e potrebbe aprire scenari nuovi e più colorati, non da ultimo l’implementazione dell’Accordo di Associazione e Stabilizzazione che aprirà la strada alla cooperazione economica –milioni di euro quindi- tra l’Unione Europea e la Serbia, con risvolti positivi per il Kosovo stesso.
Questa vittoria di Tadic, il carismatico leader del Partito Democratico (D
S), è stata accolta con un certo gradimento dagli ambienti politici kosovari e dalla sua stessa società civile. Ci si augura, pertanto, che aria fresca possa presto arrivare qui in Kosovo nella calda stagione estiva alle porte, dopo aver compreso, però, che quest’ultimo voto uscito dalle urne del Kosovo (115.000 erano i cittadini registrati) è un voto estremista che racchiude malcontento e rabbia, in controtendenza rispetto al resto della Serbia.

É bene fare un passo indietro e cercare di inquadrare il contesto in cui sono maturate queste elezioni. Praticamente in seguito all’autoproclamazione dell’indipendenza del Kosovo ed ai disaccordi venutisi a creare all’interno del governo Kostunica, quest’ultimo per queste ragioni l’8 Marzo si dimette. Nove giorni dopo (17 Marzo) avvengono gli scontri a Mitrovica per l’occupazione del tribunale penale da parte di un gruppo di dipendenti stessi. Nel corso di tali scontri un giovane di vent’anni, soldato di nazionalità ucraina della Kfor, perde la vita ed altre 150 persone, tra dimostranti e soldati del contigente Kfor, rimangono feriti. Sul caso ci sono ancora accertamenti in corso ed un team dell’ONU composto da quattro esperti è venuto appositamente da New York per svolgere le dovute indagini e cercare di ricostruire l’accaduto. Ma quel che è certo è che sono state commesse alcune leggerezze da parte di Unmik, nel consentire prima e per un arco di tempo lungo (4 giorni) l’occupazione del tribunale, e come conseguenza di ciò, l’aver deciso di intervenire, per allontare gli occupanti, proprio il 17 marzo giorno dell’anniversario degli scontri del 2004, ben più tragici di quest’ultimi. La decisione di occupare il tribunale, da parte del gruppo serbo, è stata indubbiamente un atto forte, illegale, l’ennesimo atto di forza commesso dalla Serbia nei confronti di Unmik. Una cosa è certa: il tribunale non andava occupato ma anche Unmik non doveva intervenire proprio quel giorno, anche se poco o nulla sarebbe cambiato sul piano mediatico. Intervenire infatti due giorni prima o uno dopo non avrebbe cambiato nulla (i fatti di marzo del 2004 si svolsero dal 16 al 19). Da allora però molte Organizzazioni internazionali operanti a Mitrovica nord hanno dovuto fare i conti con una popolazione provata, amareggiata e diffidente verso il personale internazionale, ed hanno dovuto fare marcia indietro, arretrando o azzerando il lavoro implementato in anni. Inutile però dilungarsi su questo fronte che occupa un’altro capitolo. Altro elemento intercorso durante questo breve periodo, avvelenando ulteriormente il clima e l’animo della popolazione serba, è stato il verdetto finale del Tribunale Internazionale dell’Aia che non ha ritenuto colpevole per i reati di genocidio, stupro e violenze Ramush Haradinaj, l’ex Primo Ministro del Kosovo, riabilitandolo quindi come leader kosovaro.

E’ in questo clima che si è tenuta la breve campagna elettorale, e per di più in un momento di piena crisi Unmik sopraggiunta dopo tale evento. Nell’ultimo periodo, 18 marzo-10 maggio, Unmik ha cercato, ma ancora non c’è riuscita, una possibile via d’uscita e di tenuta alla crisi che la sta attraversando –crisi di management e di leadership al vertice, mentre la Serbia ha tentato più volte di forzare la mano, prima con l’invio di ingenti aiuti umanitari dalla Russia di Putin indirizzati alle enclaves serbe del Kosovo senza chiedere il dovuto coinvolgimento nelle procedure e nella gestione di tali aiuti a Unmik e le istituzioni kosovare (evento che ha creato non poco imbarazzo tra la comunità internazionale presente in Kosovo ed Unmik stessa). Poi, nonostante il parere contrario dell’amministrazione internazionale in Kosovo, i centri decisionali a Belgrado hanno deciso di tenere anche qui nella loro provincia le elezioni per il rinnovo del Parlamento e delle amministrazioni locali. L’impasse causata dalla titubanza iniziale e non-decisione in merito da parte di Unmik è stata superata dal loro acconsentire solo alle elezioni politiche sul territorio, in quanto viene riconosciuta ai serbi kosovari la doppia cittadinanza. Non sono state autorizzate invece le elezioni per il rinnovo dei comuni. Rucker, numero uno di Unmik, è stato lapidario al riguardo anche il giorno delle elezioni con dichiarazioni che non lasciavano nessun possibile fraintendimento: “Queste elezioni sono illegali”; “Elezioni illegali non potranno avere conseguenze legali”. Nonostante ciò, e con un basso profilo di Unmik, l’ennesimo, le elezioni di Maggio si sono tenute in un clima di assoluta tranquillità. È bene ricordare che in base alla risoluzione ONU 1244, ancora in vigore, Unmik ha il diritto e il potere di amministrare il Kosovo (lo sta facendo dal 1999) e, in veste di questo incarico, è l’unica e la sola autorità che può autorizzare le elezioni in Kosovo ed in tutto il suo territorio, che è ancora, in forza della stessa risoluzione, considerata una provincia della Serbia. Questo è uno dei tanti paradossi della politica internazionale. Tale clima ha preceduto dunque il voto dell’11 Maggio in Kosovo. Ma si spera aria nuova arrivi presto. Potrebbe essere giunta l’ora di voltare pagina per quel che riguarda la gestione generale che sino ad ora è stata fatta del “Caso Kosovo” ed aprire un nuovo capitolo. C’è ancora tempo per avviare un costruttivo dialogo tra i serbi e gli albanesi kosovari, con il dovuto supporto della comunità internazionale. Ci sia augura che quest’ondata blu-europea rinfreschi l’aria portando idee nuove e costruttive, fosse solo per risolvere l’affannosa questione della popolazione serba in Kosovo. Questo è possibile ad almeno una condizione e cioè che Belgrado, percependosi ora più ad ovest di quanto immaginava prima e non servendosi più del salvagente russo, cambi atteggiamento nei riguardi del Kosovo delle istituzioni di Unmik e dei cittadini serbi che vivono qui. La politica cieca e ostruzionista di chiusura verso le istituzioni del Kosovo ha avuto conseguenze negative proprio sui serbi stessi che vivono qui, sulla loro libertà di movimento e di partecipazione alla cosa pubblica. Belgrado avrebbe ottenuto di più facendo partecipare i serbi, in varie forme e modi, alle istituzioni del Kosovo in maniera unitaria ed organica, anche per cercare di lottare dal di dentro avanzando proposte fattibili ed alternative a quelle albanesi, e riservandosi eventualmente in seguito a disaccordi il diritto di manifestare il proprio dissenso con forme legittime di proteste. Oggi è bene che si inizi a dare peso e spessore alle esigenze e alle richieste dei tanti serbi che vivono in Kosovo allentando una volta per tutte la corda del ricatto e del controllo (le armi del passato). Bisogna ripartire dal basso, dalla strada maestra, ed avviare quantomeno forme embrionali di dialogo tra le parti. Sino ad ora e per tutti questi nove anni ciò è mancato, in tutte le sue forme ed espressioni e a tutti i livelli della politica. Non esiste un incontro alla luce del sole, una conferenza –Vienna a parte-, un minimo contatto formale tra le due parti, figurarsi una foto che immortali la stretta di mano tra i leaders. Si vociferava poco tempo fa di un presunto incontro dietro le quinte del palazzo di vetro a New York tra Thaci (Primo Ministro del Kosovo) e Tadic (Presidente della Serbia), categoricamente smentito da uno dei due.
Tutto ciò è gra
ve e la comunità internazionale dovrebbe interrogarsi su questo. È sua infatti una gran fetta di responsabilità. La creazione di barriere, simboliche e non, sono un nostro prodotto e di questo Mitrovica è il risultato più emblematico: una città praticamente divisa in due parti nette, distinte e contrapposte. Questa classica politica del “divide et impera” ha maturato questo frutto bastardo. La comunità internazionale scesa in campo ad interporsi tra le due opposte realtà non poteva e non può permettersi il rischio di perdere tra i suoi uomini delle vite umane. Timorosa di ciò ha come tenuto legati ad una catena due pitbull (continuamente maltrattati dai loro rispettivi padroni) che con il passare del tempo si sono via via sempre più inferociti bavando di rabbia. Si potrebbe supporre che se lasciati liberi di esprimersi, sotto la supervisione del loro guardiano, in un primo momento abbaieranno animosamente, ma finiranno, quando non sentiranno più il fiato di altri sul collo, con l’annusarsi, accettarsi l’un l’altro e condividere poi lo stesso recinto. Questa metafora potrebbe spiegare l’ovvia conclusione che la dialettica sino ad ora portata avanti solo dall’alta diplomazia è servita a poco. Tale politica che ha fatto del “Caso Kosovo” una partita tra Usa e Russia, delicata per gli equilibri geopolitici mondiali (con forti influenze sugli altri attori, Belgrado inclusa), non ha certo risolto concretamente ed in maniera duratura i destini di chi il Kosovo lo popola e che proprio per questo, mi riferisco ai serbi del Kosovo, in più occasioni e su questioni pratiche, hanno mostrato alternative diverse a quelle volute ed attuate da Belgrado.

articolo pubblicato sul sito di peacelink.it

domenica 11 maggio 2008

ELEZIONI SERBE NEL CUORE DEL KOSOVO

Gracanica, nonostante l'indipendenza, si sente Serbia. E alle presidenziali vota in modo opposto al resto del paese



GRACANICA . Giorno importante questo 11 maggio 2008 per la Serbia e i destini del Kosovo. I cittadini serbi –di Serbia e Kosovo- sono alle prese con questa nuova scadenza elettorale per rinnovare il Parlamento e le amministrazioni locali. Una doppia scadenza tutta incentrata su temi legati al destino dell’integrità territoriale della Serbia, al suo futuro e all’inaccettata indipendenza del Kosovo da parte di Belgrado che hanno acceso una campagna elettorale altrimenti poco emozionante. Per il modo in cui sono giunte queste elezioni – dimissioni del governo Kustunica proprio a seguito della recente autoproclamata indipendenza del Kosovo – la partita oggi è stata molto seguita tra i cittadini serbi kosovari. Anche Unmik, seppur ancora in mezzo ai tanti problemi di management venuti a galla dopo i recenti scontri di Mitrovica, si è fatta sentire. E’ da un mese che Joachim Rucker, massimo rappresentante Unmik, dopo una fase iniziale di titubanza e non-decisione, continua a ribadire giorno per giorno che, sebbene i serbi del Kosovo siano considerati idonei a votare per i propri rappresentanti in occasione di questa tornata elettorale -è riconosciuta loro la doppia cittadinanza- lo stesso non può dirsi per le elezioni locali che saranno dichiarate invalide da Unmik non ultimo in quanto, parole del suo capo, “alimentano e rafforzano quelle strutture parallele che Belgrado ha supportato sin dal 1999”. “Elezioni illegali non potranno avere conseguenze legali”, sentenzia Rucker. Basso profilo quindi di Unmik e inesistente presenza di delegati Osce evidente ai seggi di Gracanica. Visibile era invece la presenza di pattuglie Kfor fuori dai seggi e lungo le arterie cittadine.
Nel giorno tanto atteso delle elezioni serbe qui si respirava così un’aria tesa nonchè carica di pioggia in questo piccolo villaggio nel cuore del Kosovo. Situata a pochi chilometri da Pristina, Gracanica conta la più alta concetrazione di serbi kosovari, Mitrovica escusa ovviamente, anche se la città sull’Ibar oggi più di ieri è simbolo della demarcazione politico-territoriale tra Kosovo e Serbia. La piccola comunità di Gracanica è l’espressione più colorita di multietnicità sul suolo kosovaro. Accanto alla popolazione serba vi vivono infatti un ristretto numero di albanesi kosovari, rom e bosniaci. Tuttavia, anche se per lo meno agli occhi di uno straniero non risalta una divisione netta e una duplice immagine della città, come succede invece con Mitrovica, parlare di osmosi tra le varie etnie presenti a Gracanica è sicuramente eccessivo. Proprio qui nel 2004 un diciassettenne, Dimitrije Popovic, venne ucciso da proiettili sparati da una macchina in transito sulla strada principale che attraversa Gracanica e che collega Pristina ad altri centri albanesi. La peculiarità di Gracanica la rendeva oggi importante e carica di significato; poteva renderla anche particolarmente vulnerabile. Infatti se disordini potevano verificarsi oggi in Kosovo in occasione delle elezioni serbe, certo Mitrovica questo 11 maggio sarebbe stata risparmiata. Possibili bersagli da parte di “teppisti” potevano essere invece proprio centri come Gracanica. Fortunatamente così non è stato. Una mattinata calma e tranquilla si è vissuta qui, sia dentro il seggio, affollato sin dalle prime ore del voto, che sulla strada principale, dove autobus e macchine di albanesi kosovari la attraversavano indisturbati e indifferenti. Come prevedibile alta è stata l’affluenza alle urne. Tante le persone che già alle 11.30 di mattina avevano votato, sopratutto persone di mezza età, maggiormente uomini, e particolarmente anziani. I tanti giovani hanno a disposizione l’intero pomeriggio per farlo e sicuramente lo faranno. Visibile è stata anche la presenza di alcuni membri della comunità rom. Giornata importante anche per loro quindi, i quali, decidendo di votare, hanno popolato la scuola sede del seggio, dove le tante signore rom, quasi a sottolineare l’unicità dell’evento, sfoggiavano un’eleganza ed un’accuratezza nell’abbigliamento piuttosto inusuale. Considerando la posta in gioco, ossia le aspettative e il futuro stesso dei cittadini serbi del Kosovo, queste elezioni sono state percepite come molto importanti. Ciò è riflesso oltre che nelle parole della gente, che fuori dai seggi mostrava speranze rimaste inalterate negli anni, nell’alta affluenza ai seggi, sicuramente in controtendenza rispetto al resto della Serbia: l’espressione quasi certa di un voto che sarà radicale.

articolo pubblicato sul sito di carta.org; lettera22.it; peacereporter.net; peacelink.it

sabato 5 aprile 2008

I GORANI: UN ALTRO GRUPPO ETNICO DEL KOSOVO

DRAGASH -KOSOVO. Nella parte meridionale del Kosovo, in quella striscia di terra montuosa che sono i monti della Gora (“montagna” in lingua serba) tra Albania e Macedonia, nella regione che si estende a sud di Prizren e comprende tutta la municipalità di Dragash vive, riparata dallo sguardo di molti, una piccola comunità etnica, i gorani. L’ennesima conferma di quanto variegata e colorata sia questa terra balcanica. I gorani sono un gruppo etnico di ceppo slavo meridionale e di religione musulmana (abbracciarono l'Islam in seguito alle invasioni ottomane nei Balcani). Originari della Bulgaria ed arrivati in questa regione montuosa di Gora nel XIII secolo, questo popolo parla un particolare dialetto regionale che consiste di parole macedoni, bulgare, serbe e turche, il Našinski (letteralmente “la nostra lingua”), un dialetto bulgaro. Questa loro unicità sembra rafforzata dall’abbigliamento delle donne, quando, sopratutto nei giorni di festa, sotto un leggero mantello nero indossano vestiti e calze dai toni sgargianti con tante collane ornamentali. Basta questa sintetica cornice geografico-antropologica per capire la particolarità e l’unicità di questo gruppo etnico che vive il suo isolamento socio-politico e geografico come presupposto base della sua sopravvivenza. In questo mosaico etnico l'identità nazionale dei gorani risulta ancora oggi problematica. Tale problema è percepito sia dai gorani stessi che dai popoli vicini. Molti serbi considerano i gorani come dei serbi convertiti all'Islam, altri li considerano degli albanesi di lingua slava. Vista la loro particolare cultura (lingua slava e fede islamica) alcuni gorani considerano se stessi bosniaci.Non esistono dati precisi sul numero di gorani che vivono in Kosovo oggi, perché dal 1991 non è più stato svolto alcun censimento in Kosovo. Secondo recenti stime dell’OSCE nella municipalità di Dragash abitano 22.800 albanesi (il 57,22% della popolazione) e 17.975 gorani (il 43,30%), molti dei quali si trovano all’estero come lavoratori o rifugiati, pronti, tuttavia, a ritornare per le vacanze estive, per essere protagonisti o semplicemente assistere ai tanti matrimoni tra gorani. I matrimoni misti sono infatti pochissimi e forse questo può spiegare la visibile presenza di persone, giovani ed aziani, dai tratti somatici propri di una persona con sindrome di Down. Quelli rimasti qui, invece, vivono prevalentemente di pastorizia, agricoltura e delle risorse che offre il bosco. Sono conosciuti anche come abili pasticceri e produttori di baklava e khalva (dolci di tradizione turca). Raggiungere Dragash e quindi Kruscevo e Restelica, i due villaggi gorani più grandi ed “etnicamente puri”, non è un impresa facile. Sebbene Prizren dista solo 36 km, l’unica strada “percorribile” non è delle più agibili, nonostante gli ultimi lavori di rifacimento del manto stadale. Luogo impervio fino a pochi mesi fa, completamente isolato ed abbandonato a se stesso nei mesi invernali, lì anche i ripetitori della telefonia mobile possono fare poco. Questo fiero gruppo di montanari vive in condizioni economiche molto difficili, non a caso la sua municipalità è considerata da molte agenzie internazionali come una delle più arretrate del Kosovo (Human Development Report UNDP 2004, WB 2005). Non è difficile convincersi di questo una volta arrivati a Restelica. Le stradine di terra battuta stentano a sorreggere le case arroccate ai suoi bordi, accatastate l’una sull’altra vicine come a proteggersi dal freddo pungente e dagli squardi indiscreti. Il centro di Restelica è una confusione di piccoli e ripidi vicoli che anche la macchina fatica a percorrere, di case-garages e uomini, per lo più anziani, intenti a combattere oziosamente il tempo. Le poche donne che si vedono, anch’esse in età matura, sono fuori dal paese, intente con i loro attrezzi a lavorare duramente nei campi. É abbastanza insolita la presenza di tutti questi anziani in Kosovo, visto che questo stato offre ovunque giovani presenze. Questo dato anagrafico, riscontrabile anche a Kruscevo, evidenzia un elemento significativo, ossia che in questo posto impervio e dimenticato da tutti, i più giovani sono scappati a cercar fortuna altrove, in Turchia, in Serbia o in Italia. Forte è infatti la diaspora gorana. L’Italia, in questo caso ricopre un primato positivo. Sono infatti all’incirca 1.400 i gorani, molti con le famiglie al seguito, che lavorano stabilmente in Italia, quasi tutti concentrati in poche città come Siena e dintorni e Treviso. Lo spirito solidale e la rete dei legami familiari ha portato il primo nucleo di gorani ad accogliere via via fratelli, cugini e conoscenti. Questi dati trovano conferma nella testimonianza di Agija Abidini, proprietario dell’unico caffè e punto di aggregazione di Kruscevo. Con un sorriso fiero e pulito si è presentato per servirmi al tavolo dicendomi: “Asi stanav”, ossia “buongiorno” in lingua gorana. Vedendomi sconcertato e perplesso, mi ha ripetuto, sempre col sorriso sulle labbra: “Dobar dan”, “Mire dita”, che è il buongiorno sia in serbo che in albanese. Gli ho dato il buongiorno in italiano e di lì è partita la nostra conversazione nella lingua di Dante. “Qui tutti conoscono l’italiano, io sono stato a Siena per sei mesi, ma poi sono ritornato” mi diceva. “Qui tutti sono partiti”, continuava stringendo le spalle, come a voler far presente il suo pentimento di esser tornato. Tra un servizio e l’altro ai tavoli del suo bar, ci parlavamo, io facevo domande sulla sua lingua, incuriosito dall’accento ed i termini che usava con i suoi amici-clienti, lui per chiedermi consigli sui visti per andare in Italia ancora così difficili da ottenere per lui e i suoi conoscenti. Oggi i gorani hanno una percezione assai pessimistica del proprio futuro e di sicuro, come sosteneva Sadat, 34 anni di Restelica, “l’indipendenza non è una cosa di cui andar fieri, non aiuta di certo a risolvere i nostri problemi”. Snobbati dal governo kosovaro, trascurati dalla Serbia, si trovano oggi, a distanza di 10 anni dallo scoppio della guerra etnica tra serbi e albanesi, in mezzo a dinamiche politiche e sociali delicate che hanno come comun denominatore l’appartenenza etnica. Sia i rom che i gorani, infatti, sono accusati da ampi strati della popolazione albanese di essere stati, prima e durante gli anni della guerra, alleati dei serbi, motivo per il quale sono finiti con l’essere facile bersaglio delle rivendicazioni albanesi. A detta di Sadat, muratore per 8 mesi in un paese vicino Siena, “il clima che si respira a Dragash è ben diverso da quello che l’occhio di un internazionale può catturare. Apparentemente tutto sembra tranquillo tra albanesi e gorani. Ma noi sappiamo bene che i Balcani non sono democratici. Ci aspettiamo delle ritorsioni da parte albanese. Aspettano che gli internazionali vadano via per cacciarci da qui”, diceva sicuro. Sebbene possa sembrare eccessiva tale argomentazione, un dato va rilevato. Le fratture lungo le linee etniche rimangono e sono molto più complesse rispetto a quello che la comunità internazionale ci ha sino ad ora semplicisticamente presentato, un problema, cioè, che va oltre la divisione tra serbi kosovari ed albanesi kosovari. Per quanto ci riguarda, quel punto di forza per l’Italia, sopra riportato, non è stato sfruttato pienamente. Dragash rimane l’ennesimo luogo nostalgico dell’Italia, la sua gente, il suo cibo, di quell’Italia che non ha fatto, però, ancora nulla per accrescere il suo ruolo qui, come altri paesi europei fanno invece da anni con un notevole ritorno a livello di immagine e non solo. Forte della sua popolarità e delle difficoltà economiche che caratterizzano la municipalità di Dragash, l’Italia avrebbe certo potuto svolgere negli anni un ruolo di guida e offrire anche ai gorani la stessa sensibilità mostrata ai serbi e gli albanesi del Kosovo.
articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net e di peacelink.it

venerdì 4 aprile 2008

IL RITORNO DI RAMUSH HARADINAJ

Il 3 aprile il tribunale speciale dell’Aia per i crimini nella ex Jugoslavia ha assolto Ramush Haradinaj dalle accuse di crimini di guerra. Ecco come il Kosovo ha festeggiato

PRISTINA. Altra giornata movimentata quella di ieri (3 aprile). Orecchie tutte puntate sul Tribunale Penale Internazionale dell’Aia che sta indagando per i crimini commessi nell’ex Yugoslavia. Quando, intorno alle 16.40, si apprende la buona notizia dell’innocenza dell’allora comandante dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), Ramush Haradinaj, il tam tam passa così velocemente che già dalle 17.00, lungo la centralissima Nana Teresa nel tratto di strada tra la sede dell’AAK ( Alleanza per il Kosovo), il partito di Haradinaj, e il Grand Hotel di Pristina, tanta gente si è riversata per strada a festeggiare, tra i tanti anche supporters del movimento di autodeterminazione, Vetevendosje. La sentenza definitiva, da parte del ICTY, il Tribunale che fino a poco tempo fa aveva a capo Carla del Ponte, non ha ritenuto colpevoli Haradinaj ed il suo ex braccio destro Balaj. Una pena di sei anni di detenzione è stata invece inflitta a Brahimaj, altro esponente dell’UCK e parente stretto di Ramush, per aver personalemte preso parte a torture e commesso atti di crudeltà. Molte le macchine che sventolano le vecchie bandiere, con la classica aquila albanese. I fastidiosi rumori di clacson provenienti da macchine isolate presto diventano un unico suono che diffondendosi nell’aria fanno da sfondo a quella che, a detta di Adnan, è l’ennesima vittoria per gli albanesi del Kosovo: il ritorno del Comandante. C’è chi, come Barlet Berisha, insegnante di Lingua Inglese presso un istituto privato, preferisce invece mostrarsi più ironico e tagliente. Alla domanda su cosa pensa dell’evento di ieri con una vena di umorismo fa finta di non capire, non sapendo bene a cosa mi riferissi. Ieri, dice, ne sono successi due di grandi eventi. L’entrata dell’Albania nella NATO e la liberazione di Ramush. “La prima notizia è di gran lunga più interessante della seconda” sentenzia. “Il suo ritorno da protagonista nella politica kosovara non credo proprio possa essere una notizia di cui andar fieri, credo che le cose cambieranno e non in meglio”, conclude. Anche a Peja, nucleo forte per il partito di Ramush, stando alle parole di Besnik, gli spiriti erano “high” ieri e molta gente ha festeggiato per strada a ritmo di musica popolare e canti patriottici. Nelle centralissime vie della cittadina, proprio a ridosso del torrente che la attraversa, si sono uditi molti spari. “Questo è il classico modo di festeggiare i grandi eventi” mi dice. “Sono molto contento per questa notizia. Ho cantato e ballato ieri sera”. Anche lui, come molti qui in Kosovo, convinto che il Comandante non sia stato un santo è certo, però, del fatto che con questa sentenza si è finalmente voluto affermare che la guerra condotta dall’UCK sia stata una guerra per la liberazione e non un violento attacco contro i serbi kosovari. Com’era prevedibile, la notizia è giunta tempestiva nel quartier generale di Haradinaj. Dalla sua abitazione-fortezza sulla collinetta di Dragodan sovrastante la città di Pristina, si sono uditi a più riprese spari in aria, poi anche petardi. Il suono secco degli spari non sorprende la città, li avverte che la festa può iniziare. È così è stato. Aria di festa si respirava in tante parti del Kosovo. Differente quella a Belgrado. È ormai risaputo che una buona notizia per Pristina non può esserlo altrettanto per Belgrado, e viceversa. L’innocenza di Haradinaj è stata un’altra doccia fredda per la Serbia. Tale evento è arrivato a conclusione di lunghi anni di indagini processuali, che portarono a suo tempo l’allora giovane Primo Ministro a dimettersi spontaneamente dal suo incarico per consegnarsi alla giustizia. Sebbene si dice che il Comandante non abbia mai ostacolato in alcun modo l’iter processuale, è doveroso far presente che due determinanti super-test albanesi hanno perso la vita in circostanze misteriose, l’uno vittima di un incidente stradale, l’altro cadendo accidentalmente da un palazzo. Comunque sia, questa notizia è un intermezzo tra gli eventi successi da un mese e mezzo a questa parte -dall’indipendenza in poi- e quelli che succederanno da oggi al prossimo mese e mezzo, per l’esattezza fino al giorno dopo le elezioni politiche in Serbia dell’ 11 maggio. All’inizio di questo secondo atto ci sono le tensioni ai vertici Unmik ed in particolare la disputa tra il rappresentante Unmik a Mitrovica ed i vertici Unmik in Kosovo, l’arrivo di ingenti aiuti umanitari dalla Russia alle enclaves serbe via Belgrado e le relative pressioni a cui Unmik sarà soggetta, ed infine la decisione ultima e finale, da parte di Unmik stessa, su come procedere per le elezioni serbe in Kosovo, ossia se consentire o meno lo svolgimento delle stesse sul territorio kosovaro. È chiaro sin da ora che qualunque posizione Unmik prenderà in merito ci saranno delle inevitabili ripercussioni in Serbia e nella sua ex provincia. Comunque questo riguarderà il capitolo ancora tutto da scrivere. Oggi dobbiamo ancora assistere al momento più alto dell’intermezzo: l’arrivo di Haradinaj all’Aeroporto di Pristina previsto per le 17.00 dove saranno in tanti ad accoglierlo. É stata spostata lì la cerimonia che in un primo momento si doveva tenere, nella piazzetta adiacente il Grand Hotel, difronte alla statua di Zahir Pajaziti (1962-1997), un combattente dell’UCK della zona di Llapi, considerato come uno dei più grandi patrioti della guerra del Kosovo. Ai suoi piedi, Haradinaj doveva riporre dei fiori, ma il programma ha subito modifiche. Presto il suo villaggio natale, Gllogjan, nella municipalità di Decani, gli riserverà una grande festa per il suo ritorno. L’eroe combattente, come lo chiamano tutti qui, è tornato.

articolo pubblicato sul sito di carta.org e di peacelink.it

mercoledì 2 aprile 2008

UNIVERSITA' IN FERMENTO


Il 3 aprile nell’unica università pubblica del Kosovo, gli studenti scelgono i propri rappresentanti. Tra voglia di partecipare, progetti e indifferenza.

PRISTINA. Lasciando alle spalle il Grand Hotel di Pristina, luogo di passati splendori nonostante gli ancora tanti caffè consumati nella sua hall, proprio a ridosso del nuovo corso pedonale da poco innaugurato e già consumato dai passi della tantissima gente che il giorno dell’indipendenza lo percorreva ininterrottamente, si presenta alla curiosità del passante una realtà diversa. Non più le solite facce stanche dei funzionari pubblici o quelle di anziani intenti a camminare e fumare nervosamente, di liceali con le classiche uniformi scozzesi o di qualche internazionale a passo felpato, ma la realtà underground di Pristina, giovani stundenti e studentesse universitarie, dal look differente e a tratti appariscente, i figli della guerra che hanno visto con i loro giovani occhi le chilometriche marce dei loro connazionali in fuga verso i confini della Macedonia, l’Albania o il Montenegro, quelli che come Florent, 26 anni, ricordano nitidamente il viaggio di circa un mese tra campi e casali strapieni di gente pronta, nel momento più propizio, a raggiungere il parente in Albania. Giovani, comunque, nonostante questo vivo ricordo, solari e positivi.
Vengono da tutte le parti del Kosovo, come Ilir che viene da Peja/Pec, e si riversano nella nuova capitale per affrontare gli studi. Vivono a ridosso della cittadella universitaria, alcuni nelle case dello studente, numerosi in quelle private, vivendo anche in condizioni per nulla gradevoli. Sono coloro che possono permettersi l’università pubblica solo con gli sforzi ed i sacrifici dei genitori o dei familiari all’estero. Quelli che snobbano chi frequenta le tantissime università private, che negli ultimi anni sono sorte in ogni angolo della città, loro dice Luljeta, studentessa al secondo anno di pedagogia, “non fanno mai nulla a lezione. Pagano tanti soldi per ricevere presto e con un bel voto la laurea”. La stragrande maggioranza degli universitari per il fine settimana ritorna a casa per rigenerarsi, “mangiare sano” e riorganizzarsi con le scorte di cibo per la settimana successiva. Il lunedì mattina, tutti carichi di borsoni, sono quelli che scendono dai vari autobus affollando la stazione di Pristina.
Questa settimana c’è grande fermento all’Università. Ci sono le elezioni studentesche. Gli attivisti delle numerose associazioni degli studenti sono alle prese con il volantinaggio e l’organizzazione delle ultime conferenze. Il 3 Aprile infatti si voterà per eleggere i nuovi 17 rappresentanti degli studenti del Consiglio Studentesco. Sono 11 le associazioni che quest’anno si presenteranno e con un sistema elettorale a liste chiuse eleggeranno i loro rappresentanti. È un sistema elettorale che non piace tanto a Veton Fetahaj, 19 anni di Istog, studente di Lingua Albanese, che tuttavia andrà a votare perchè “solo così posso far valere le mie idee, votando per un’organizzazione in cui credo. Peccato che non posso scegliere il candidato” dice. Tra le organizzazioni più strutturate ed attive ci sono ORS–UP, acronimo di Associazione degli Studenti – Università di Pristina, cosi come VS, ovvero Visione Studentesca. I loro presidenti sono ragazzi determinati e fiduciosi in un buon risultato che hanno tutto lo spessore di veri leaders. Burim Balaj di VS, ad esempio, sembra avere le idee chiare su come risolvere i cronici problemi all’interno dell’Università e per punti cita quelli organizzativo-gestionali dell’Università e quelli infrastrutturali, sottolineando il fatto che “nei primi anni di corso non è possibile seguire le lezioni, tanto alto è il numero degli studenti; dagli ultimi posti, senza microfono, non si sente assolutamente nulla” afferma, enfatizzando il suo discorso con le mani. Anche Besart Dreshaj, 21 anni della Facoltà di Economia e Presidente di ORS-UP, ha carisma da vendere. Quanto a sicurezza di sè ha certo poco da invidiare agli amministratori locali del Kosovo. Sembra uscito dalla loro scuola. Abbigliamento elegante e per nulla comune tra i giovani della sua età rimane spesso incollato al suo telefonino. Composto, serio e deciso, sembrano questi i suoi tratti identificativi. Un adulto cresciuto in fretta, forse. Nell’allungarmi il suo bigliettino da visita mi fa presente che è il Presidente di questa nuova Associazione nata nel 2004. Besart parte velocissimo nell’elencare una dopo l’altra le sue ricette per una migliore efficienza dell’unica università pubblica del Kosovo. Non ha dubbi. “Quello che non va è la nostra visibilità presso i mass media” dice. La televisione pubblica è riuscita solo una volta a dare spazio a queste elezioni studentesche” continua. RTK, un canale nazionale, venerdì 27 marzo ha ospitato tutti i leaders delle associazioni coinvolte per un confronto televisivo. Besart ne va fiero, facendo capire che è andato bene in questo decisivo scontro mediatico. Tra i punti principali del suo programma annovera la riorganizzazione amministrativa, a partire da una maggiore chiarezza del calendario degli esami ed il numero delle sessioni: farà battaglia per portarle da tre a cinque. C’è poi il miglioramento delle infrastrutture e dei servizi, con il potenziamento delle case dello studente, e la decentralizzazione dell’università. “L’Università di Pristina è cresciuta molto negli ultimi 5 anni, è tempo di aprire altri poli distaccati anche a Peja/Pec ed a Prizren” dice, e “di cercare insieme un maggiore coinvolgimento degli studenti in merito ai problemi dell’università. Bisogna dare la possibilità agli studenti che vengono da lontano di poter quantomeno frequentare una sede più vicina a casa, risparmiando così molti soldi. Una parte importante e decisiva di queste nostre battaglie, di tutti gli studenti, dovranno presto avere risalto su tutte le reti locali”, conclude, sottolineando inoltre il fatto che per troppo tempo notizie di inefficienza e corruzione negli ambienti universitari sono rimaste nascoste.
A prescindere da chi uscirà vittorioso da queste elezioni studentesche del 3 aprile, risulta chiaro che molti soldi per le spese elettorali circolano qui all’Università di Pristina. Il budget per i rimborsi elettorali, fatto in proporzione ai risultati raggiunti, coprirà tutti i numerosi gadgets per la visibilità. Oltre alle ufficiali coperture delle spese da parte del Ministero dell’Educazione, in maniera velata sembrano circolare anche gli interessi di alcuni gruppi politici. Besart accenna appena all’argomento, e quando nota il mio interesse vira subito su tematiche che considera probabilmente meno insidiose. “Pensa”, fa notare Besart, “la nostra organizzazione ha candidato sei studentesse: più del 30% del totale dei nostri candidati”.
Dei trentamila iscritti all’Università di Pristina, pochi però sembra andranno a votare, come del resto avvenuto negli anni passati. Di sicuro non Enis Xhemaili, 24 anni studente di Legge, che farà “qualcos’altro di più interessante che andare a votare” dice, “perchè nulla cambierà dopo le elezioni: anche miei compagni di corso fanno false promesse per essere eletti ed intascarsi i soldi”. Ismet non è per niente interessato all’argomento, tutto impegnato com’è a portare avanti la sua organizzazione per la promozione del turismo in Kosovo. Le elezioni passeranno forse inosservate per lui, ma avranno anche ben poco risalto nell’opinione pubblica. Eppure c’è qualcosa di importante che rimarrà: lo spirito organizzativo, il desiderio dei giovani di comunicare, l’idea e la voglia di irrobustire sempre più questo mondo dell’associazionismo studentesco. Ci si augura che presto l’isolamento culturale che i giovani qui hanno vissuto, fino ad oggi e per molto tempo, rispetto ai loro coetanei europei possa al più presto avere sbocco in una serie di scambi e di frequenti contatti con le altre università europee, di collaborazioni e di lavori accademici congiunti, avverando anche il sogno di Besart. Potrebbe essere questo il modo più sano e duraturo per lo sviluppo del Kosovo, puntare cioè sulla qualificata formazione dei suoi giovani. Reports di vari organismi internazionali riportano cifre interessanti. Il Kosovo ha la popolazione più giovane dell’Europa con un tasso di crescita demografica di gran lunga superiore alla media europea. I dati parlano di 50% della popolazione sotto i 20 anni di età ed il 70% sotto i 30 anni. É visibilmente sorprendente per un italiano, abituato a vedere altro, il numero di persone giovani che popolano le strade kosovare. Quello che potrebbe essere un punto di forza, ancor di più perchè i giovani in questione hanno avuto la possibilità in molti casi di usufruire di formazione da parte di enti internazionali e per la maggior parte parlano diverse lingue europee, potrebbe però rivelarsi presto un punto di debolezza. In un paese in cui il tasso di povertà è del 37% (World Bank 2005) e quello di disoccupazione è fermo al 46,2% (ILO 2007), l’altissimo numero di giovani potrebbe, qualora questi poblemi macro-economici non venissero affrontati nel breve termine, creare una questione sociale e di sicurezza interna da non sottovalutare.

articolo pubblicato sul sito di carta.org; peacereporter.net; peacelink.it

KOSOVO: LA VOCE DEL CONIGLIO