martedì 20 ottobre 2009

INCONTRO CON ALBERT PRENKAJ, AMBASCIATORE DEL KOSOVO IN ITALIA


Albert Prenkaj è un ex professore universitario con un passato nell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Il 17 febbraio del 2008, Pristina ha proclamato la sua indipendenza da Belgrado, e, poco tempo dopo, il Professor Prenkaj è divenuto l'incaricato d'affari del Kosovo in Italia. Con la concessione di gradimento da parte del Presidente della Repubblica Italiana, ha iniziato a svolgere ufficialmente le attività di Ambasciatore presso il nostro paese. Nella totale indifferenza dei media e dei giornali italiani, pronti però ad occuparsi di Kosovo quando c’è da parlarne male, il neo ambasciatore lavora da oltre un anno a Roma per instaurare, in una delle dieci capitali europee ritenute più influenti dal punto di vista politico a livello mondiale, una nuova ambasciata. Da poco rientrato dal Kosovo dove si è recato per ricevere l'investitura ufficiale da parte del suo Presidente della Repubblica, Prenkaj mi ha raccontato la sua esperienza italiana. Dopo circa un anno di intenso lavoro, sono soddisfatti di aver finalmente creato una vera e propria ambasciata. Si sono occupati di logistica e di problemi amministrativi, individuando innanzitutto una sede consona al suo ruolo. Sono riusciti anche ad avviare informali contatti con la diplomazia italiana e quella vaticana. L’ambasciatore, con la sua eleganza e la pacatezza dei gesti, mostra di essere consapevole delle caratteristiche del paese in cui lavora, di quell’Italia che “ha stretti rapporti economici con la Serbia e che ha solidi rapporti politici con Belgrado” . Ci tiene comunque a precisare che la sua “mission non è quella di creare conflitti, scardinare alcunchè, ma di sostenere la pace”; ed afferma subito dopo che “ l’aver avviato questa missione in Italia è un piccolo risultato per il sottoscritto, ma un obiettivo significativo per il Kosovo”. Secondo l’Ambasciatore kosovaro, l'Italia è un grande Paese, e come tutti i grandi paesi ha un apparato statale complesso, dove amministrazione, burocrazia, relazioni politiche ed economiche sono il complesso frutto di decenni di politiche e rapporti con i paesi vicini: "noi, come Repubblica del Kosovo, vogliamo inserirci e potenziare i nostri rapporti con l’Italia, ma senza forzare nulla". Ben consapevole delle difficoltà nell'avviare relazioni diplomatiche con un paese, si dice certo che “ è una questione di tempo”. L'ex professore universitario ricorda che le relazioni tra i due paesi risalgono al periodo dell'Impero Romano ed erano frequenti nel medioevo. I ricordi lo portano poi a tempi a noi più vicini, ed in particolare al padre, che ha imparato il nostro idioma frequentando i militari italiani nel 1943. Altri tempi. Uomo di cultura, riflessivo ed analitico, evidentemente abituato a lavorare con metodologia e criterio per organizzazioni internazionali del calibro dell’OSCE, Prenkaj afferma di essersi subito misurato con problemi che apparentemente possono sembrare di poco conto, ma che, se risolti, "dimostrano tutta la loro praticità per i kosovari che risiedono in Italia". Nella piacevole conversazione, con il suo perfetto inglese, l'ambasciatore ricorda i primi tempi trascorsi qui in Italia quando, con stupore, si accorse di quanto fosse difficile far recapitare una semplice lettera in Kosovo. "Grazie al supporto della Farnesina siamo riusciti a superare questo ostacolo: ora anche il Kosovo ha il suo codice postale e non deve fare più riferimento ai lasciti del vecchio periodo Jugoslavo", afferma con una punta di orgoglio. Subito dopo si sofferma su un altro cavillo burocratico da poco superato: l'accordo ottenuto con la B.N.L., relativo al codice bancario.
L'instancabile ambasciatore dice di ritenere l'Italia un grande paese "che ha contribuito significativamente alla ricostruzione del Kosovo; un paese a noi vicino; anche noi ci sentiamo parte della regione mediterranea, e vogliamo cooperare con voi" sostiene. Le autorità del Kosovo, in virtù di questa vicinanza storica e geografica hanno ritenuto l'Italia uno dei paesi da cui partire per avviare positive relazioni diplomatiche. Alla base di questo ragionamento, va considerato anche il fatto che in Italia risiedono oltre 60 mila kosovari, secondo i dati forniti dallo stesso ambasciatore. Si tratta certo di un numero rilevante di persone, la stragrande maggioranza delle quali di etnia albanese, concentrate principalmente nelle regioni del nord Italia. Sono inclusi i gorani, concentrati nei dintorni di Siena, ed i rom, molti dei quali vivono a Firenze. "Al momento non è possibile avere la cifra esatta della presenza kosovara in Italia perchè ancora adesso ci sono kosovari che hanno soltanto il passaporto serbo" ci tiene a sottolineare Prenkaj; "in quest'anno di attività, non sono mancati comunque gli incontri con la comunità dei gorani e con quella dei rom di Firenze, alle quali abbiamo cercato di fornire supporto e assistenza", aggiunge. Ricorda inoltre di essersi stupito, durante uno dei suoi viaggi in Italia, quando alcuni cittadini serbi residenti in Veneto gli si erano avvicinati chiedendo le modalità per ottenere il passaporto serbo. Senza preoccuparsi e con tranquillità aveva fornito loro le delucidazioni necessarie, comunicando ovviamente in lingua serba, idioma che utilizza nella maggior parte dei casi anche con i rom e i gorani.
Dopo la fase iniziale, da poco superata, di insediamento dell'ambasciata, le attività future dell'Amb. Prenkaj si concentreranno sulle relazioni istituzionali e di lobbying, ed in quello che lui definisce "diplomazia pubblica", ossia attività di sensibilizzazione tra la gente e sul territorio, presenziando anche attività culturali. "Lavoreremo in stretto contatto con le autorità politiche italiane e proveremo ad avviare importanti contatti con quelle vaticane", sostiene. La Santa Sede è infatti vicina al Kosovo ed ha fornito un prezioso supporto durante gli eventi drammatici della guerra, quando, attraverso il fitto lavoro diplomatico condotto sul campo dalla Comunità di Sant'Egidio, è riuscita a mettere in salvo sul territorio italiano lo stesso Presidente Rugova. La Chiesa, ricorda l'Ambasciatore, ha dopotutto antiche radici in Kosovo: è la terra in cui, ad Ulpiana, nelle vicinanze di Pristina, furono martirizzati i santi cristiani Floro e Lauro, e ha un contatto diretto con il Kosovo attraverso la Diocesi di Prizren. Per tutti questi motivi, ed anche per il fatto che il Kosovo è, di fatto, un paese secolare, dove accanto all'islam dominante (modello turco) convivono una varietà di culti e di religioni, come i dervish, i cattolici e gli ortodossi, Prenkaj non sembra essere tanto preoccupato dal tema religioso. A portarlo alla riflessione sono piuttosto le considerazioni espresse da alcuni paesi che considerano ancora questo Stato un "precedente storico" pericoloso per l'Europa. Il Kosovo, essendo un paese nato da poco, non ha dalla sua parte la consistenza politica, diplomatica e un apparato organizzativo proprio dei suoi vicini, ma si può certo essere fiduciosi che sia solo una "questione di tempo", per usare le stesse parole dell'ambasciatore. Possiamo attenderci che dopo il pronunciamento da parte della Corte Internazionale di Giustizia sull'indipendenza del Kosovo - il cui verdetto ha soltanto valore consultivo - altri Stati si esprimeranno positivamente sul riconoscimento di questo nuovo Stato nel cuore dell'Europa.

articolo pubblicato sul sito di Report on line

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