martedì 16 settembre 2008

QUOTA 47

Lo stato di Samoa è il 47° paese ad aver riconosciuto il Kosovo. In un comunicato stampa il Ministro degli Esteri del Kosovo afferma che il governo di Samoa ha indirizzato una lettera al Presidente del Kosovo, Fatmir Sejdiu. L'oggetto della missiva è il riconoscimento dell'indipendenza. "Ci auguriamo che l'indipendenza del Kosovo possa ottenere riconoscimenti sempre più ampi al fine di poter chiudere il conflitto degli anni '90" è riportato nella nota. Tra i paesi che hanno riconosciuto il neonato stato, Afghanistan in testa, figura anche l'Italia che ha riconosciuto il Kosovo il 21 febbraio.

in verde i paesi che hanno riconosciuto formalmente l'indipendenza del Kosovo.




la lista completa dei 47 paesi è consultabile qui





lunedì 15 settembre 2008

SONO ROSE E FIORIRANNO


Nella variegata città divisa di Mitrovica vivono serbi, albanesi, gorani, bosniaci e rom. Fattore critico di questo colorato aspetto sono però fratture e divisioni interetniche che rimangono molto pronunciate a tal punto che, come spesso avviene, proprio nella città dove la presenza di diverse comunità è più forte e visibile, più marcati sono i contrasti. È risaputo infatti che la città, non soltanto per la netta divisione tra serbi e albanesi, è la più problematica del Kosovo. Attore determinante nella ricomposizione del complesso puzzle dovrebbe essere la società civile della città sul fiume Ibar, i più giovani in primis, con l’essenziale supporto di donne talentuose e determinate,con l’accondiscendenza tacita della politica tout court. Il ruolo delle donne, qui come in numerosi altri contesti simili, è sempre stato di vitale importanza per la ricomposizione sociale. Sono in tanti ad aver da tempo capito questa forza, Unmik e molte altre organizzazioni internazionali, agenzie governative e Ong, ed ora anche la maggioranza dei suoi cittadini. Mitrovica, così come tutto il Kosovo, pullula ancora oggi di associazioni no profit e non, nate nella maggior parte dei casi subito dopo la guerra, alcune con un buon intento, altre più semplicemente per intercettare l’importante flusso di denaro del periodo post bellico. Nella città divisa proprio per la delicatezza del contesto sono attive, e in molti casi ben strutturate, varie organizzazioni multietniche, alcune nate per la sola iniziativa di donne.
Durante la calda estate kosovara ho incontrato e dialogato con le responsabili di alcune delle più significative realtà associative di Mitrovica, Mundesia, Women Business Association e Community Building Mitrovica.

Da Mundesia
La giovane ed energica Hasime Tahiri è la direttrice di Mundesia, che in albanese vuol dire “Possibilità”. “L’Ong è nata più di sei anni fa”, mi dice con il suo fluente inglese, “per iniziativa del governo finlandese”. L’idea iniziale che ha portato alla nascita dell’associazione è stata data da una risoluta donna finlandese, Kaisa Penttinen, del Finnish Refugee Council. Hasime era inizialmente il Local Coordinator di questa creatura appena nata, ed a lavorato tanto prima di diventarne la diretta responsabile, seguendo insieme alle sue colleghe numerosissimi trainings e tanta formazione mirata, in Kosovo come in Finlandia. Attualmente intorno a Mundesia ruotano 140 membri – tutte donne dai 17 ai quasi 80 anni– che pagano una piccola quota associativa di 2,50 euro l’anno. “È una cifra simbolica”, tiene a precisare la signora Hasime, spiegando anche come sia impossibile agire diversamente, “Quello che le donne pagano è logicamente una cifra inconsistente per il nostro budget, ma ci teniamo a che paghino tale quota per responsabilizzarle sempre di più”. “Noi viviamo del prodotto che realizziamo, e non certo per via di questa quota” sottolinea. Mundesia inizialmente si proponeva soprattutto di promuovere e rafforzare le opere artigianali delle donne di Mitrovica, come vestiti e tappeti, ed oggi con le sue attività sostiene campagne volte a sensibilizzare e istruire le donne, si impegna nella raccolta fondi per i suoi diversi progetti, senza dimenticare la vendita di manufatti la cui qualità è migliorata negli anni grazie a numerosi corsi. Nella loro struttura, un palazzo di 3 piani ben tenuto che il governo finlandese ha donato loro nei primi anni, le operatrici organizzano inoltre momenti di lettura, escursioni, fiere a Pristina, Peja e nei paesi confinanti. Insieme queste donne sempre indaffarate lavorano, parlano, discutono di tutto, macinano progetti e inseguono sogni. Molti di questi sono così andati in porto:
- nel 2005 hanno portato avanti un progetto in collaborazione con una organizzazione serba di Novi Sad. Il progetto aveva il fine di analizzare come fossero rappresentate e presentate le donne in politica sui quotidiani nazionali.
- hanno implementato un progetto con la Swiss Development Cooperation il cui fine era quello di supportare a livello educativo e formativo le donne rom del quartiere Roma Mahalla di Mitrovica
- hanno organizzato una fiera espositiva al Bosnian Mahalla, un quartiere multietnico della città
- da due anni lavorano con la Women Business Association, un’associazione serba di Mitrovica Nord, insieme alla quale, con il supporto di Unmik gestiscono il Community Business Youth Centre nel Bosnian Mahalla.
Nel 2006 Mundesia ha inoltre lavorato ad un importante progetto volto a ripulire ambe le sponde del fiume Ibar. Era il luglio del 2006, e quello è stato il loro primo progetto in collaborazione con la Women Business Association della signora Olivera, mi spiega Hasime. 170 persone, membri di tutte le comunità etniche di Mitrovica, vi hanno lavorato per più di 5 mesi. “Le minacce e i rischi erano altissimi nella fase iniziale e per tutta la durata del progetto, anche per questo eravamo molto attente a scegliere le persone che dovevano lavorarci, cercando di scartare a priori quelle che potevano creare dei problemi” sottolinea la direttrice di Mundesia. Non sono mancati i batticuori, ricorda ancora, ripercorrendo col sorriso la fase finale in cui il successo del progetto era ormai evidente, tanto che sono riuscite a portare a casa il secondo premio di UNDP Global.

leggi la seconda parte

venerdì 12 settembre 2008

FINANZIARIA: TAGLI E COOPERAZIONE


Di seguito la lettera che il Presidente dell'Associazione ONG italiane ha inviato ai membri di Camera e Senato.

Sergio Marelli
Giovedi' 11 Settembre 2008


Egregio Senatore,
Egregio Onorevole,

Come lei ben sa, la scorsa settimana il Governo ha avanzato la proposta di procedere, con la legge Finanziaria per il prossimo anno, ad un taglio degli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo e gli Aiuti ai Paesi poveri di oltre la metà delle risorse allocate lo scorso anno. Qualora confermata, una simile riduzione, senza precedenti, porterebbe la percentuale del PIL destinata alla lotta alla povertà allo scandaloso livello dello 0,1% quando, come noto, il nostro Paese ha formalmente assunto impegni vincolanti con la comunità internazionale per stanziare entro il 2010 lo 0,51% quale tappa intermedia per raggiungere lo 0,7% previsto per il 2015.

Una notizia che è sopraggiunta in contemporanea al Forum di Alto Livello sulla efficacia dell’utilizzo degli aiuti allo sviluppo, tenutosi ad Accra dal 2 al 4 settembre, e alla vigilia della sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, il prossimo 25 settembre, dovrà valutare i progressi compiuti nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Già solo da un punto di vista della credibilità del nostro Paese, nei confronti degli altri Paesi donatori e dei Paesi poveri dei Sud del mondo, l’eventuale conferma di un simile disimpegno pregiudicherebbe definitivamente il ruolo che l’Italia, in quanto membro del G8 e Paese che si appresta a rilevarne la presidenza di turno, in vista del prossimo Vertice del 2009, potrà giocare in futuro nelle decisioni di politica internazionale.
Ancor di più, una decisione di questa gravità, qualora confermata, sancirebbe una visione miope non solo di come garantire le condizioni di una convivenza pacifica mondiale, ma anche in definitiva rispetto al diritto di sicurezza dei nostri concittadini.
Pace, sicurezza e prosperità vanno di pari passo con i diritti fondamentali garantiti ad ogni essere umano tra i quali, innanzitutto, quello di godere di condizioni di vita dignitose.

Nei prossimi giorni, il Parlamento sarà chiamato a discutere e poi approvare la legge Finanziaria.
E’ per questo che ci rivolgiamo ad ognuno di voi, indipendentemente dalla vostra appartenenza di partito, e forti dell’esperienza comprovata negli anni circa la sensibilità trovata in Parlamentari di tutti gli schieramenti e le culture politiche, affinché si ponga rimedio a questa vergognosa proposta di drastico taglio dei fondi per gli Aiuti ai Paesi poveri rimettendo l’Italia nella giusta direzione di un impegno crescente nel sostenere la cooperazione internazionale e gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Coscienti della non facile situazione economica in cui verte il nostro Paese, crediamo fermamente nella possibilità di reperire le risorse necessarie per una priorità etica nei confronti delle popolazioni povere, passo fondamentale per garantire un futuro sostenibile alle generazioni future, anche del nostro Paese.

Quello che è in gioco è l’assicurare alla comunità internazionale di poter ancora contare sull’Italia come partner affidabile nella lotta alla povertà e nella costruzione della pace e della sicurezza, che non può che essere perseguita attraverso la promozione di un mondo fondato sui diritti umani, sulla giustizia sociale e sulla dignità di ogni persona.

Certi che Ella vorrà adoperarsi con ogni mezzo per porre rimedio a questa incresciosa situazione, resto a Sua completa disposizione per ogni eventuale necessità.

Distinti saluti

venerdì 5 settembre 2008

NARRAT


Per tutto il periodo estivo l’argomento Kosovo sembra sia rimasto all’ombra, lontano dai riflettori mediatici, o meglio, pare sia stato preso di striscio dalle nostre televisioni solo per via della triste vicenda avvenuta quest’estate in Georgia, che molti analisti hanno, appunto, considerato strettamente connessa a quella kosovara. Sarà pur vero (?), ma io sono più propenso a considerare la complessità di questo o quell’evento come caso particolare. Il Kosovo lo è. Non voglio addentrarmi nell’argomento, ma soltanto mettere in luce lo strano caso del dottor Jekyll, ovvero il temutissimo Putin, lo Zar di Russia. Putin, ha infatti combattuto tenacemente ed a lungo la sua battaglia sul Kosovo, difendendo a spada tratta la causa degli “amici” ortodossi della Serbia, per poi giocare (è un eufemismo) in Abkhazia e Ossezia del Sud con gli stessi mezzi e strumenti (diplomatici e non) che, per quanto concerne il Kosovo, ha sempre combattuto e ostacolato. Da questo comportamento una cosa si evince in tutta chiarezza, ovvero che gli "amici" serbi sono rimasti isolati, o detta diversamente, gli "amici" russi non erano veramente tali. Cosa si prospetterà in futuro in Kosovo è difficile diagnosticarlo tanto ingarbugliata appare la matassa del pregiato tessuto. Il punto sul quale voglio soffermarmi è altro, molto più leggero. Il Kosovo è da più di sei mesi (17 Febbraio 2008) uno stato indipendente riconosciuto da 46 paesi. Ha fatto ancora poco (e gli americani in varie occasioni non hanno mancato di farlo presente) per sensibilizzare altri stati a muoversi positivamente verso il loro riconoscimento. Non faccio un torto a nessuno se dico che la classe politica kosovara non ha la stoffa per essere chiamata tale. Comunque sia, e vengo al dunque, nonostante le tante difficoltà economiche e sociali che attanagliano il paese, la classe politica è più che mai convinta di voler dedicare un prezioso capitolo delle sue voci di spesa al fine di creare le proprie strutture diplomatiche in almeno alcuni paesi, ritenendolo di vitale importanza. Si vuole così al più presto iniziare con i paesi di grande rilevanza per il Kosovo (USA, Germania, Svizzera, Austria, Italia, Albania) per poi via via continuare con gli altri, budget permettendo. Per quanto ci riguarda, risulta che siano iniziati una serie di contatti e trattative per identificare una figura seria e di spessore per l’Italia. Si vociferava che un buon pretendente potesse essere un tale ARSIM BERISHA, un kosovaro residente in Italia da molti anni, in particolare a Castelfranco, che pare sia un ferroviere. Persona comunque molto conosciuta e stimata tra i suoi connazionali residenti in Italia. È notizia di questi giorni che questo nome, che circolava sotterraneo fino a qualche mese addietro, sia stato però scartato per far spazio ad un altro. Nella lista dei pretendenti alla carica di ambasciatore del Kosovo in Italia, è spuntato adesso il nome di ALBERT PRENKAJ. Il signor Prenkaj pare sia ben accetto tra gli ambienti vaticani. A differenza di Berisha, musulmano, Prenkaj è infatti di fede cattolica. Differenza questa non da poco per un futuro ambasciatore in uno stato governato –o quasi- dalla Chiesa cattolica. In questo gioco di nomine, non è certo da escludere la possibile influenza del Vaticano, per il tramite forse di un suo braccio tecnico, la Comunità di Sant’Egidio, molto forte ed influente in Kosovo. Non c'è ancora nulla di ufficiale in merito, né sul se e quando verranno aperte le Ambasciate del Kosovo, ma il totoambasciatori, in un paese dal clientelismo diffuso, è adesso entrato nel vivo della battaglia.

nella foto in alto la Chiesa cattolica di Klina

martedì 22 luglio 2008

JUST ANOTHER WEDDING


Coincidenza vuole che lo Stato più giovane del mondo, nato da pochi mesi, abbia anche la popolazione più giovane dell’Europa. Qui in Kosovo l’alto tasso di natalità è una costante che va avanti dagli anni ’80. La famiglia è generalmente molto numerosa (se va bene 3 figli), ed include inoltre anche i cugini e gli zii di primo grado. La famiglia così intesa rappresenta il nucleo centrale della società kosovara, dove i legami tra cugini, cognati e parenti in genere sono molto stretti. I momenti di difficoltà economica sono quasi sempre attenuati dal supporto dei parenti che non mancano di fornire aiuto nei momenti più difficili ed accoglienza e rispetto nella vita di tutti i giorni. L’alto tasso di nascite è connesso all’alto numero di matrimoni, o meglio il contrario. Il rimbombo dei tamburi e il suono prolungato dei clacsons fanno da sottofondo musicale ai numerosi matrimoni che sopratutto nella bella e calda stagione estiva si ripetono a ritmo incessante (sono veramente tanti, forse perchè si concentrano principalmente in questo periodo). Chi si deve sposare aspetta l’estate, e lo zio emigrante che rientra dall’estero per le vacanze, il quale, incluso tra gli invitati preferiti, di consueto fa un gran regalo agli sposi, o mette a disposizione la luccicante macchina nuova, con tanto di targa tedesca o svizzera. A tratti mi sembra di rivedere un album fotografico già visto. Mi viene quasi da pensare che sono i matrimoni, le feste connesse, i regali allegati, i pranzi, seppur poco consistenti, a muovere la minuta economia del Kosovo. Comunque sia, gli sposi, i parenti e gli invitati, vivono svariati giorni di festa con musiche e danze. Come tradizione vuole, gli uomini da una parte –a casa dello sposo– e le donne dall’altra –in quella della sposa– si divertono come meglio possono tra grandi bevute di bevande gassate super colorate al ritmo di musica tradizionale. Pare però che siano soprattutto le donne a divertirsi di più. Cotonate e truccate a più non posso, vedono questi unici momenti come quelli più propizi per evadere dalla monotonia delle pareti domestiche; ne approfittano pertanto per andare dal parrucchiere e conciarsi letteralmente per le feste. Con boccoli artificiali, alcune con i classici vestiti tradizionali e la maggior parte su tacchi non proprio comodi, si lasciano andare spesso e volentieri a danze e balli tipici. Non manca però, come nel mio genuino sud, il momento del grande pranzo al ristorante con tantissimi invitati giunti in ordinata fila indiana su macchine adornate di fiori, nastri e pom-pon. Si sentono costantemente durante tutto il giorno passare per la città. In testa l’ammiraglia con la bandiera a due teste, quella classica rossa e nera dell’Albania, seguite poi da tutte le altre che per tradizione portano legate al parabbrezza anteriore un’asciugamano nuovo raccolto come segno di partecipazione, dato in regalo dalla famiglia dello sposo. Non ho mai capito, nè mi sono sforzato di capire più di tanto questa strana usanza, ma ciò non mi ha distolto dal vedere che anche per queste occasioni (idem per la costruzione di nuove case) la bandiera albanese di Albania primeggia sempre ed è ben in vista. Si accetta di tutto dalla comunità internazionale in questa parte di Kosovo, ma non ancora una finta bandiera costruita a tavolino, ne tanto meno un inno di circa un minuto senza testo, solo musica, dal titolo “Europa”. Persino "America" (potenza qui venerata fino all'inverosimile), magari con la K, sarebbe suonato meglio come titolo dell'inno nazionale.

domenica 13 luglio 2008

LA BRASILENA


La mitica bevanda di Calabria "Brasilena" da più di un mese è disponibile anche a Mitrovica (nord) a soli 40 dinari (fifty cents). La bibita al caffè, prodotta con l'acqua oligominerale di Calabria è un ottimo rinfrescante, alternativo alla coca cola e alla birra, ma che fa difficoltà persino a trovarsi in alcuni paesi della regione, figurarsi nel resto d'Italia o all'estero. Qualche commerciante autonomamente riesce a portarla in questo o quel bar di Modena, Torino o Roma. Così ha fatto anche Ivano che è riuscito a portarla al Cafè Paris di Mitrovica.


martedì 8 luglio 2008

....LA MANIFESTAZIONE


Come annunciavano ieri i manifesti affissi in ogni angolo della città, oggi alle due in punto, sotto un sole cocente circa 200 persone, per lo più anziani, si sono ritrovate davanti all’ingresso principale della Municipalità di Mitrovica per far sentire la loro voce di protesta contro l’amministrazione ed il sindaco della città, Bajram Rexhepi, colpevoli di non aver mantenuto le promesse sull’allontanamento delle sostanze tossiche depositate da circa un mese presso le strutture ormai abbandonate di uno degli impianti di Trepca, precisamente nella zona chiamata Bajr. Il piccolo gruppo di partecipanti, contornato da poliziotti locali e dalla Kfor è rimasto composto sino all’arrivo dell’Imam, promotore, insieme ad altre associazioni locali, come CBM, partiti politici e associazioni studentesche, di questa prima marcia di protesta. Valdete Idrizi, direttore dell’Associazione locale Community Building Mitrovica affermava che quella di oggi era la prima di una lunga serie, perlomeno fino a quando il sindaco non si impegnerà ad allontanare questi containers dalla città. Le sostanze tossiche, potenti solventi chimici, pare siano arrivate dall’Iran, e servissero ad un’impresa di Prizren come disinffettanti per le cisterne della sua stazione di benzina. Per motivi tuttora sconosciuti, il carico destinato a Prizren non è stato accettato ed è stato fatto tornare indietro. Alla frontiera, però, quella lungo il confine sud con la Macedonia, è successo che i poliziotti insospettiti hanno chiesto di ispezionare i tir e sono rimasti intossicati. Da lì, i containers sono giunti a Mitrovica. Sembra sia stata questa la dinamica dei fatti, anche se ancora oggi le sostanze trasportate rimangono sconosciute. La stampa dà poco risalto e le tv nessuna notizia. Oggi non erano presenti cameramen, solo qualche taccuino. L'Imam apre la manifestazione invitando tutti a restare uniti per far luce su questi fatti.









Poi la manifestazione al grido di “Dobbiamo essere uniti, non avvelenati”, si è diretta verso il sito che ospita momentaneamente i containers per bloccarne la strada principale che la collega a Pristina.








Tutti in marcia al grido di slogan come “La vogliamo verde, non avvelenata”


“9 anni di manipolazione, adesso anche avvelenamento”
oppure "1990 ci avvelenava la Serbia, nel 2008 il governo"

(tutti slogans che in albanese fanno rima).

Mah!

........tra i manifestanti mi è parso di vedere persino il sosia di qualcuno di cui il sole cocente non mi aiutava a ricordare il nome,

....solo un piccolo lapsus!

lunedì 7 luglio 2008

MATERIALE RADIOATTIVO?

Mitrovica. Nella serata di mercoledì 2 luglio sono arrivati direttamente dal confine sud con la Macedonia 3 tir con altrettanti containers pieni di sostanze tossiche. Dopo un breve peregrinare in territorio kosovaro, giunti non si sà bene da quale paese e diretti in Macedonia, probabilmente solo per un primo transito, i tre containers sono ora depositati da giorni presso le strutture ormai dismesse dell’ex impianto di Trepca, nella località di Bajr, periferia sud di Mitrovica, dopo aver ricevuto il beneplacito delle autorità locali, così ha riportato il notiziario radio. I camion che trasportavano quelle che anche diversi cittadini hanno testimoniato essere sostanze tossiche hanno insospettito le autorità di controllo della dogana, tant’è che dopo un loro esame il materiale ispezionato ha causato malore a sei poliziotti subito dopo ricoverati in ospedale. Al momento la notizia è tenuta a bada e circola soltanto negli ambienti cittadini con il passaparola . Nulla trapela nei notiziari di Unmik nè in ambienti internazionali. Fino ad ora neanche la stampa e i networks televisivi locali hanno riportato alcuna notizia in merito. Anche il tg locale delle 19.00 (di oggi 7 luglio) non ha toccato l'argomento. Venerdì, durante la liturgia in moschea gli Imam hanno dato la notizia e cercato di coinvolgere tutti i fedeli a partecipare numerosi alla pacifica dimostrazione presso la sede del comune prevista per quel giorno. Il cattivo tempo e il non tempestivo messaggio ha fatto sì però che la marcia di protesta non riscuotesse grande partecipazione tra gli abitanti. Tutto è stato allora nuovamente spostato ad oggi dove alle 9.00 in punto c’è stato un discreto rassemblamento nell’ex impianto di Trepca dove si trovano ancora i containers e per domani è stata convocata una manifestazione cittadina alle 14.00 in punto. A sentire Mensur, studente universitario, è impossibile vivere nella zona; dice infatti che varie persone si sono sentite male è sono state trasportate all’ospedale di Pristina. La gravità di questo evento è tenuta in stretto riserbo e le autorità comunali tacciono, ma intanto l’odore forte e penetrante ha sin da subito reso l'aria irrespirabile alle persone del luogo coinvolto. La drammaticità dell'evento sembra resa ancora più surreale dal silenzio generale dei rappresentanti politici locali, in primis del sindaco di Mitrovica, che rendono ancora più vani e improduttivi gli appelli alla mobilitazione che giungono dalla già debole struttura sociale cittadina. Si spera che la notizia giunga presto sotto i riflettori e qualche pesce grosso venga a galla.


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net e carta.org

venerdì 4 luglio 2008

KONFUSIONE KOSOVO

Caldo, sole e afa stanno facendo da sfondo qui in Kosovo ad una situazione a dir poco emblematica. Definirla confusione sarebbe un eufemismo.
L’Unione Europea si sta preparando ad organizzare la Conferenza dei Donatori per il Kosovo. Si presume che altri soldi presto arriveranno nel paese. Le autorità locali del neonato 193° Stato hanno lavorato tanto per arrivare all’incontro con idee e progetti concreti e chiederne l’immediata implementazione. Ma quello che troveranno nella capitale belga sarà anche dell’altro. A dare il benvenuto alle autorità del Kosovo sarà il logo dell’evento attentamente creato per non suscitare malumori all’interno degli stati membri dell’EU, in particolare di quelli che non l'hanno riconosciuto.
Nonostante i 2/3 dei paesi menbri dell’Europa abbiano risposto positivamente al riconoscimento, infatti, sul logo ufficiale che apre la conferenza l’11 Luglio a Bruxelles, verrà riportato ben in vista il nome “Kosovo”, ma una nota chiarirà per bene che in questo posto (il Kosovo appunto) è in vigore la risoluzione Onu 1244 – nella quale si afferma che il territorio è parte integrante della Serbia.
Effettivamente è ancora in vigore la 1244 con la quale il Consiglio di Sicurezza ha potuto operare in Kosovo dal 1999 istituendo a suo tempo la Missione Unmik.
Se quest’ultima si trova ancora qui sul suolo kosovaro ad operare è per via di questa risoluzione che per essere superata ha bisogno del nulla osta di tutto il Consiglio di Sicurezza (la Cina non si pronuncia e lascia fare all’amica Russia). I 120 giorni per organizzare il rientro di Unmik previsto per metà giugno sono passati e il suo personale si sta preparando ad una nuova riconfigurazione che li vedrà impegnati quanto meno fino alla metà di ottobre, anche se con un ruolo leggermente più limitato per non offuscare le neonate istituzioni del Kosovo e la stessa Eulex.
Constatiamo ora che anche per l’Europa questa risoluzione è ancora in vigore. Sarà forse un facile espediente per aggraziarsi la Russia e poi la popolazione serba per far finalmente partire, dopo varie lungaggini, la tanto attesa missione Eulex?
Bisogna notare, inoltre, che non è l’unico controsenso di questi giorni.
Di sicuro nel mese di giugno ci sono state tante novità in questa direzione. Ricordiamo appunto l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica del Kosovo il 15 giugno, così come quella del parlamento serbo di stanza a Mitrovica, composta dai membri eletti alle ultime elezioni serbe, tenutesi anche in Kosovo. Nonostante le asciutte dichiarazioni di Rucker -dell’ormai ex capo di Unmik- di considerare nulle le elezioni locali dell’11 maggio, l’assemblea, formata però solo da due partiti politici, si è riunita il 28 di giugno (lo storico giorno di San Vito), senza grandi cerimoniali e senza impressionare nessuno, ma facendo riflettere tanti.
Da un'altra angolatura, quella dell’International Steering Group –ISG - la situazione per il Kosovo è più colorita. L'ISG, struttura formata da 25 Stati (20 Europei che hanno riconosciuto l’indipendenza, oltre a Croazia, Norvegia, Svizzera, Turchia e Stati Uniti) che supervisionerà la nuova presenza internazionale in Kosovo, ha espresso pieno supporto per la partecipazione di Pristina nelle varie Organizzazioni Internazionali come il Fondo Monetario, per garantire la stabilità sociale ed economica dell’intera area. Sarà invece un po’ più difficile pensare all’ingresso del Kosovo in strutture come l’OSCE dove il peso della Russia e della Serbia si fa sentire.
Sul fronte Eulex le cose non vanno per niente bene. La nuova missione avrebbe già dovuto prendere impiego alcuni mesi addietro, ma ancora oggi fa fatica a posizionarsi. L'inviato speciale EU per la status del Kosovo, Stefan Lehne, recentemente ha espresso l’augurio di poter vedere tutto il suo team operare presto su tutto il territorio del Kosovo, incluse le aree del nord a maggioranza serba. C’è infatti, per il momento, il niet assoluto da parte della Russia sul dispiegamento di questa nuova missione se non la si inserirà sotto l’ombrello ONU, e nel nord oggi è implicitamente vietato circolare per qualsiasi macchina targata EU.
La costituzione intanto è entrata in vigore e l’attuazione in ogni parte del suo territorio (dall’Ibar in su) è lontana se non impossibile da implementare. Lo sa bene il nuovo sindaco di Mitrovica, Bajram Rexhepi, che ha mosso dure critiche nei confronti di Unmik in quanto, a detta di Rexhepi, la missione collabora con i rappresentanti delle strutture parallele serbe, per la semplice ragione di non averle considerate illegali e non aver prestato fede, quindi, alle parole dell’ex numero uno di Unmik. Rexhepi la scorsa settimana ha anche invitato le autorità internazionali e di peacekeeping (i militari di Kfor per intenderci) presenti sul territorio a vigilare e far si che la legge del Kosovo venga applicata anche nella parte nord di Mitrovica. In questo clima di confusione e con temperature che superano abbondantemente i 30 gradi sta diventando difficile sbrogliare la matassa, e c’è chi, come il funzionario di nazionalità russa che lavora per Unmik, come riportato l’altro ieri (2 Luglio) dal giornale albanese Lajm, giunto all'aeroporto di Pristina si rifiuta di farsi mettere il nuovo timbro della Repubblica del Kosovo sul suo passaporto, pretendendo invece quello vecchio di Unmik.
Il capitolo indipendenza è da poco iniziato. Ci saranno ancora tanti paragrafi da scrivere, ma di sicuro una cosa appare evidente: il progetto americano dell’indipendenza sta subendo duri colpi. Di questo sono ben consci i serbi di Mitrovica che si mostrano molto più distesi in viso, se non sorridenti.


mercoledì 25 giugno 2008

IL PIOMBO DI MITROVICA (seconda parte)

Le ultime da Osterode Camp

Osterode camp, costruito nel 2005 in quella che prima della guerra era una base militare serba e successivamente una postazione francese, ospita oggi più di 400 persone in container tra stradine asfaltate, ex-capannoni militari dismessi e riutilizzati dai rom e, un piccolo parco giochi, il tutto circondato da filo spinato. Certo Osterode -oggi monitorato dalla Norwegian Church Aid, agenzia che coordina i donors e le attività del campo- appare, al primo impatto, una struttura ben più comoda e pulita rispetto ai capannoni sporchi ammassati sulle rotaie ferroviarie del campo di Cesmin Lug, distante appena poche decine di metri. Tuttavia, il rappresentante Rom del campo, il Sig.Habib Haidini, senza tanti giri di parole ci tiene a precisare che cambia poco avere un container mettallico di limitate dimensioni e piccole strutture di divertimento rispetto alle baracche di lamiera contorte del campo vicino. “Non è una casa, e quelli a Cesmin Lug non vengono da noi perchè sono della nostra stessa opinione: stiamo tutti aspettando una casa, una casa vera”. Habib incontra quotidianamente i rappresentanti di enti istituzionali locali e non per far pressioni e cercare di velocizzare i tempi affinchè tutti i Rom dei due campi possano essere finalmente trasferiti in una struttura permanente –il campo di Osterode doveva rimanere funzionante appena un anno- una casa nel quartiere Roma Mahala che si sta ricostruendo. Oggi nella vasta area della residenza storica dei Rom di Mitrovica, nonostante l’attualità della “minoranza Rom” nell’agenda politica delle istituzioni e organizzazioni internazionali, sono stati però costruiti appena un centinaio di case e quattro blocchi plurifamiliari che ospitano non più di 250 persone. Molte delle case ancora non sono state assegnate, probabilmente per via dei complessi criteri che richiedono lunghe procedure burocratiche, e per altri motivi. Un dato certo è che, alla metà del 2008, non è stato fatto abastanza per i Rom di Mitrovica. Eppure è passato poco più di un anno da quando, nel marzo del 2007, gli alti rappresentanti delle istituzioni internazionali, degli uffici diplomatici e lo stesso Primo Ministro del Kosovo in una grande giornata commemorativa hanno tenuto un’imponente cerimonia di inaugurazione del quartiere Roma Mahala a Mitrovica. Grandi parole allora erano state spese da tutti, le più gettonate delle quali erano “multiculturalità” e “integrazione”. Stando alle testimonianze più recenti, come quella di Sokol Kursumlija, da anni impegnato nel campo Osterode con progetti educativo-ricreativi attraverso l’associazione locale multietnica di cui è Presidente, non c’è da stare sereni e tranquilli: anche per Osterode si parla di gravi casi di contaminazione da piombo che colpiscono soprattutto i suoi più giovani inquilini. Tuttavia Sokol ci tiene a precisare, rimanendo fermo sul fatto che effettivamente i Rom a Mitrovica vivono da tempo in condizioni a dir poco precarie, che l’argomento contaminazione da piombo non può essere circoscritto al solo discorso che verte sulla minoranza Rom, vittima a suo parere di intrighi politici, ma deve essere generalizzato in quanto riguarda l’intera area di Mitrovica. Nel caso specifico di Zitkovac, piccolo villaggio a Nord di Mitrovica, Sokol sostiene, ad esempio, di trovare “assurdo che per la sola opportunità politica soltanto per i Rom che vivevano dall’ altra parte del binario si è parlato di contaminazione mentre per i Serbi che vivono a tutt’oggi lì, a due passi da dove si trovavano i Rom, c’è ancora assoluto silenzio e nessuna preoccupazione”. Forse per via delle scarse condizioni igieniche e del contatto con la terra tipico dei bambini, i piccoli Rom sembrano tuttavia particolarmente esposti all’avvelenamento da piombo. Nel campo Osterode di recente sono stati fatti dei test sui bambini dallo staff del WHO. I risultati però sono stati negati ad Habib e gli altri Rom, che pure li richiedevano insistentemente. Stando a Sokol, per questioni di privacy i dati del WHO non potevano diffondersi, neppure ai rappresentanti UNICEF che lavoravano nel campo. “Io volevo sapere almeno il numero o la percentuale di persone contaminate di Osterode, potevo non saperne i nomi; quando quell’organizzazione mi ha negato i dati, mi sono rivolto alle strutture mediche di Mitrovica Nord dove hanno effettuato i test sui bambini. Il risultato è stato chiaro: contaminazione da piombo per la maggioranza di loro”, ricorda Habib. Un argomento così delicato da un punto di vista etico, morale, sociale e politico non dovrebbe comunque essere lasciato solo alla spicciola cronaca cittadina che spesso, incapace di sortire i necessari effetti, finisce col creare invece soltanto involontaria disinformazione. La comunità internazionale e enti di spessore come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, piuttosto che coprire la realtà con il silenzio, potrebbero seguire l’esempio positivo di altre organizzazioni che in Kosovo dedicano tempo, spazio e tanti soldi per pubblicazioni sistematiche di bollettini sui diversi argomenti. È tempo che un dossier ufficiale, onnicomprensivo e chiaro, esca allo scoperto per far luce su tutti questi anni bui. Fino a quando su queste tematiche aleggeranno solo e soltanto strumentalizzazioni di ogni genere, il problema dei Rom e della salute pubblica dei cittadini di Mitrovica resterà solo appanaggio dell’agenda politica che potrà continuare ad usarle a propria discrezione.

di Federica Riccardi e Raffaele Coniglio


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net, carta.org e osservatoriobalcani.org

domenica 22 giugno 2008

IL CALCIO "EUROPEO"


Il calcio che unisce e rafforza le identità
Ieri sera, nella prima calda serata d'estate, ho fatto un giro tra i bar e le caffetterie di Mitrovica nord. Piene come al solito e con una leggera musica di sottofondo, il Dolce Vita, così come Incognito, trasmettevano su schermi ultrapiatti la partita della serata: Olanda-Russia. Non ho seguito la partita, intento com'ero a sorseggiare la mia fredda jelen pivo; lo facevo a tratti quando le urla degli spettatori interrompevano la mia conversazione. L'affinità politica prima che culturale con la "madrepatria" Russia è un dato assodato per i cittadini serbi, a maggior ragione per quelli che vivono in questo posto per i motivi che tanto conosciamo. Icone dello zar Putin, adorato come un santo, ricoprono varie pareti in luoghi pubblici e non. Anche il calcio può essere un ottimo collante in tal senso.
Una partita emozionante a detta di Naser che dopo un equilibrato 1-1 dei primi novanta minuti di gioco, si è trasformata, nei tempi supplementari, in una grande vittoria per i russi che hanno chiuso il match con 2 gol di scarto. Grande entusiasmo si è subito sprigionato tra la gente, cori di gioia e sorrisi energici uscivano dai volti degli spettatori. Ho subito capito quanto avessero sofferto nei primi 45 minuti e quanto sentivano propria questa partita.
Non pensavo tuttavia che l'entusiasmo potesse arrivare a tanto. Una decina di macchine, piene di ultras si sono ritrovate a festeggiare per le stradine di Mitrovica la vittoria della Russia. Macchine, taxi, pugni alzati e bandiere serbe a fare da sfondo a questo euforico primo giorno d'estate. Tra la parata di macchine ho visto anche un bel jeepone bianco, vetri scuri e le quattro frecce accese, targa UN 25166.

sabato 21 giugno 2008

IN EVIDENZA

L'Italia chiamò, un documentario di Matteo Scanni, Angelo Miotto e Leonardo Brogioni, racconta l'altra faccia delle missioni all'estero: l'uranio impoverito.

Quattro militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Iraq cercano un difficile ritorno alla vita dopo essersi ammalati di tumore dormendo nelle caserme bombardate con proiettili all’uranio impoverito.
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mercoledì 18 giugno 2008

IL PIOMBO DI MITROVICA

Anche qui a Mitrovica il problema esiste e sebbene dalla fine della guerra in Kosovo del 1999 l'intera frattura tra Albanesi-Rom-Serbi non si sia ricucita, a farne principalmente le spese ancora oggi sono loro, i Rom. (Prima parte)

Tra i tanti primati che una volta caratterizzavano Mitrovica vanno annoverati il fiorente indotto minerario che faceva della città e dintorni una delle più importanti aree del Kosovo e dell’ex Jugoslavia (per estrazione di minerali, loro lavorazione-trasformazione e successiva produzione di batterie), e il più grande quartiere Rom del Kosovo, il Roma Mahala. Questi due aspetti sembrano non avere interconnessioni fra loro mentre invece hanno stretti legami e tragiche conseguenze.
Gli impianti di Trepca, il polo minerario nella ricca regione di Mitrovica, hanno contribuito notevolmente all
o sviluppo economico e sociale di questa zona per tutti gli anni '70 e '80. Erano più di 20.000 le persone impiegate, di cui la metà provenienti dalla sola area di Mitrovica, con salari indimenticabili e tanti benefits per le famiglie. Sebbene la città fosse prospera e occupata con il lavoro delle miniere, la gente rimaneva comunque insoddisfatta per via della mancanza di investimenti successivi agli introiti delle miniere. Un detto di quei tempi recitava "Trepca punon Beogradi ndėrrton" (a Trepca si lavora e a Belgrado si costruisce), sintetizzando questo aspetto.
8.000 o forse poco di più erano i membri della comunità Rom che vivevano
nel quartiere Roma Mahala di Mitrovica, una striscia di terra a sud del fiume Ibar che sembra interporsi tra i serbi e gli albanesi. I Rom anche allora come oggi non erano ben inseriti nelle strutture sociali della città, non godevano di una buona reputazione, e si sono trovati, durante gli anni dello scontro etnico in Kosovo, tra due fuochi, quello serbo e quello albanese.
Oggi la fotografia di Mitrovica è un’altra. L’intero indotto di Trepca è ridotto all’osso, nell'impianto lavorano meno di un migliaio di operai e, vi si estraggono soltanto i minerali. Gli impianti di lavorazione e trasformazione del piombo, rame, zinco sono dismessi e riversano in uno stato fatiscente. Insieme al polo turistico di Bresovica, gli impianti di Trepca sono stati un grande fallimento per la KTA , l’agenzia incaricata per le privatizzazioni in Kosovo. Quello che è rimasto dei fiorenti e produttivi impianti minerari, oltre alle obsolete strutture, è l’inquinamento del suolo. Mitrovica oggi ricopre il triste primato di città più inquinata del Kosovo e dell’ex Jugoslavia.
A farne le spese sono tutti i suoi cittadini, i Rom più degli altri. Ed oltre al problema dell’inquinamento, che li vede vittime di intrighi politici, i Rom sono anche cittadini privi delle loro case. Facilmente manipolati dai serbi e indiscriminatamente percepiti come traditori e nemici dagli albanesi, si sono visti annientare da questi ultimi tutto il loro quartiere storico. Inermi, dal lato nord del fiume che oggi divide etnicamente la città in due, hanno assistito alla distruzione delle loro case. Quelli che avevano deciso di affrontare di petto la situazione persero la vita. In tanti sono scappati in Europa, in Montenegro, in Serbia.
I pochi Rom rimasti a Mitrovica sono stati costretti a vivere, in mancanza di alternativ
e, in posti malsani e inquinati. I campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare, tutti nella parte nord di Mitrovica, furono costruiti nel novembre del 1999 per ospitare circa 500 persone di etnia Rom scappate dal loro grande quartiere. Da allora e per tutti questi anni il problema dei Rom è diventato sempre più grande.
Dovevano restare in questi posti per 45 giorni, solo Zitkovac è stato chiuso, ma soltanto nel 2006 ed i suoi abitanti sono stati dislocati negli altri campi. Nei tre campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare molti bambini mostravano infatti i classici sintomi da inquinamento da piombo: perdita di memoria, mancanza di coordinamento, vomito e convulsioni. Il Prof. Nait Vrenezi dell’Università di Pristina già in un suo studio del 1997, condotto congiuntamente con numerosi esperti internazionali, affermava che l’esposizione continua ad ambienti con alta concentrazione di piombo crea nei bambini danni motori e di percezione permanenti.
Dal 1999 al 2006, 27 persone sono morte a Zitkovac, molte delle quali con ogni probabilità a causa di avvelenamento da metallo pesante, anche se autopsie non sono mai state effettuate. Nel 2000 furono effettuati diversi test e analisi sugli abitanti dei campi dall’allora consulente russo dell’ONU, Dott
. Andrei Andreyev, che confermavano fuori da ogni dubbio l’alto livello di concentrazione di piombo nel loro sangue. Andreyev allora inoltrò un report dettagliato contenente dati e cifre all’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNMIK, chiedendo loro di provvedere ad una immediata evacuazione dei campi. Il suo report, però, che oggi non è disponibile al pubblico, non ha avuto nessun riscontro pratico, se non che molti funzionari internazionali della polizia di Unmik, che giornalmente facevano jogging accanto al campo di Cesmin Lug, dovettero fare immediati accertamenti medici, e si scoprì che il tasso di piombo nel sangue era così alto da richiedere il loro rimpatrio. Nel 2004 test capillari su 75 persone dei tre campi, principalmente bambini e donne incinte, mostravano che 44 di loro avevano livelli di piombo nel sangue più alti di quanto il macchinario potesse misurare (65 mg/dl), laddove 10 mg è considerato il punto in cui vi è un serio rischio di danni al cervello o al sistema nervoso.

di Federica Riccardi e Raffaele Coniglio

leggi la seconda parte

articolo pubblicato su peacereporter.net, carta.org e osservatoriobalcani.org

Per approfondimenti:
http://www.jstor.org/pss/3433876,
http://www.paulpolansky.nstemp.com/about.html


martedì 10 giugno 2008

INDIAN FOOD & COMPANY

Questa proprio non ci voleva. Il mio ristorante preferito “Indian Food” è stato improvvisamente chiuso. Proprio questa mattina mentre passavo da lì, incuriosito per i lavori che stavano facendo, ho pensato di chiedere se i cingalesi stessero ristrutturando. Pronta è stata la risposta negativa del muratore che ci lavorava che mi ha informato del nuovo caffè – tipicamente kosovaro- che prenderà il posto del vecchio ristorante.“L’Indiano” così lo etichettavo, era un piccolo ristorante di proprietà di cingalesi, persone semplici, apparentemente timide e riservate, giunte in Kosovo da anni, venuti da così lontano e spinti, non so bene da che cosa, ad aprire un ristorante etnico qui a Pristina. Certo quella della ristorazione è un’attività tra le più proficue in Kosovo dove si possono trovare ristoranti tipici albanesi, serbi, ristoranti italiani, cinesi, c’è anche il messicano, il giapponese e persino un nepalese. Sicuramente è anche per questo che a Pristina si mangia molto bene. Io però ero molto affezionato a questo posto piccolo dalla cucina buona e speziata, economico e silenzioso, in pieno centro. In effetti da quando sono stati ultimati i lavori di riqualificazione dell’area pedonale nel cuore di Pristina, tra il Grand Hotel e il Palazzo di Governo, inaspettatamente gli amici cingalesi con il loro ristorantino si sono ritrovati di colpo nel posto più interessante che potessero mai trovare. Appunto per questo, da diversi mesi notavo la presenza di personale kosovaro dietro la cucina. Questo è molto insolito. Si possono trovare cuochi kosovari in ristoranti italiani e internazionali in genere, ma la presenza degli stessi in quelli indiani o cinesi è veramente rarissima se non inesistente. Fatto sta che da quella volta ho prestato attenzione a queste presenze. L’ultima volta, appena un mese fa, seduto ad un tavolo ho visto il simpatico proprietario del locale discutere sottovoce con una persona di orgine albanese kosovara. Intuivo dove sarebbero arrivati. La longa manus albanese si sarebbe presto addentrata fin dentro gli affari del ristorante. Così è stato. L’ultima volta che goloso di assaggiare il loro piatto forte,chicken kuruma, con tutte le salsine piccanti e speziate, ho notato le insegne staccate e la porta chiusa, mi è caduto il mondo addosso. L’Indian Food era stato chiuso. In un primo momento speravo in una ristrutturazione o ingrandimento del locale, ma quando ho saputo quanto stava accadendo non ho potuto far altro che pensarci sopra e ho tratto la conclusione che qui in Kosovo, e maggiormente nella sua commerciale capitale, tutto, ma proprio tutto, è soggetto a continuo cambiamento. Seduto davanti a un caffè cercavo di riflettere su questo. Di colpo, quasi istintivamente ho alzato la testa e preso visione del posto in cui mi trovavo. I locali del pub-ristorante "92", di fronte al quartier generale di Unmik, pochi mesi prima di quest’ultima apparizione ospitavano un’attrezzata e rifinita caffetteria e prima ancora una struttura credo di Unmik o forse privata, non saprei, che vendeva cartine e mappe geografiche del Kosovo, in tutte le forme e dimensioni. La stessa distrubuiva anche i mensili informativi di Unmik e Osce. Tutti questi cambiamenti sono avvenuti in meno di due anni. Da oggi farò a meno del ristorante indiano. Mi sono già rassegnato, ma faccio veramente fatica a capire cosa c’è dietro questa maledetta voglia di cambiamento, a maggior ragione quando gli affari delle attività commerciali vanno –o sembrano andare?- a gonfie vele.
P.S. nulla di personale per carità, ma il nome che hanno dato alla caffetteria, "New Born" (oggi 11 giugno, passando da lì ho visto la nuova insegna) mi ha irritato e non poco.

venerdì 6 giugno 2008

UNA STRANA CITTA' NORMALE

Kamenica in serbo, Dardane in albanese due nomi nettamente distinti, ma una casa comune per le due principali etnie che compongono il Kosovo.



La gente di Kamenica, sotto una calda e soleggiata mattina di giugno, passeggia lungo il piccolo corso che l'attraversa. Questa piccola cittadina, situata nella parte ovest del Kosovo, confinante con la Serbia (la prima citta' serba di Serbia, Bujanovac, dista in linea d'aria poche decine di chilometri) è l'espressione più compiuta di quell'integrazione multietnica che sino ad ora e per tantissime ragioni è rimasta sulla carta e su quei documenti (raggiungimento degli standards) che i vertici di Unmik e del Gruppo di Contatto hanno poi inoltrato via New York a tutte le cancellerie europee.
Kamenica oggi come ieri gode di un clima sereno e rilassato, probabile risultato dell'animo pacato della sua gente. Mi ritorna in mente, proprio ora che sto per battere la lettera b (di battere) il lucido testo di Montesquieu, Lo Spirito delle Leggi (L'Esprit des Lois), dove si afferma che fattori come il clima, l'animo delle persone e la posizione geografica possono avere delle influenze sui vari ordinamenti politici, condizionandoli. Kamenica si trova in quella zona del Kosovo definita "a macchia di leopardo", composta cioè da villaggi misti di serbi e albanesi (incluse le zone di Gnjilane/Gjilane e Viti/Vitina) che durante la guerra e forse per via di quell'inclinazione pacifica che caratterizza la sua gente non è stata teatro di scontri e uccisioni, sebbene potesse essere, per via di questa sua stessa conformazione geografica, altamente sensibile e quindi pericolosa.
Per nostra fortuna l'area non presenta questi tratti violenti, anzi, in questo incerto inizio di giugno si gode il suo clima disteso. Le poche notizie che sino ad ora avevo di Kamenica non solo trovano rispondenza in situazioni che ho da poco vissuto, ma escono rafforzate per via delle colorate scene giovanili che mi si presentano davanti. Al Kosovo che ho visto fino a ieri devo aggiungere quest'altra sua particolare componente: l'aspetto giovanile di Kamenica. Giovani abbastanza socievoli, con un abbigliamento alla moda e luccicanti orecchini ai lobi, ragazze dall'aspetto vistoso intente a chiacchierare con i loro coetanei in atteggiamenti a noi normali e comuni, ma piuttosto insoliti in buona parte del Kosovo. Credo che tutto ciò sia il risultato dell'aria di vicinanza con la dinamica Serbia. Queste mie supposizioni trovano subito conferma nelle parole di Fatos, 22 anni studente di Economia all'Università di Pristina, che, diretto, aperto e disponibile al dialogo con il sottoscritto, appare in sintonia con il classico stereotipo delle persone che vivono da queste parti. Alla cassa di un grande supermercato in pieno centro, ci ritroviamo immersi in una piacevole conversazione il cui nucleo centrale verte sulla convivenza e l'interazione tra serbi e albanesi di Kamenica. Col senno di poi, ammetto che l'ho bombardato di domande, perplesso e esterrefatto com'ero per via delle sue parole. "si, loro sono serbi" affermava indisturbato guardando un gruppo di giovani poco distante, "sono in tanti che vivono qui con noi a Kamenica", continuava. Nella lunga conversazione il longilineo Fatos mi ha presentato con le sue dichiarazioni quello che ho sempre cercato in lungo e largo per il Kosovo, ovvero il saluto e l'interazione positiva tra le due etnie. "Qui a Kamenica, ci si saluta", mi fa presente Fatos "ogni tanto con il dobre dan, altre con il miredita". "Certo, anche loro hanno attività commerciali in città" dice rispondendo alla mia domanda. Fatos racconta anche del suo amico, "l'Iracheno" come lo chiama lui (per via del fratello che lavora da nove anni con gli americani ed è da qualche anno in Iraq negli uffici dell'esercito Usa), che ha come vicini dei serbi con i quali si ritrova ogni tanto a casa loro per riparare piccole attrezzature informatiche. "Saltuariamente si va anche in Serbia, in posti dove vivono gli albanesi, e non abbiamo mai avuto problemi lì" sentenzia. Quasi faccio fatica a credere alle parole di Fatos, ma presto devo convincermi del contrario per me abituato invece al clima gelido di Mitrovica. Vedo macchine serbe con tanto di targa serba circolare liberamente e persone serbe fare le cose più banali, come benzina in un rifornimento di proprietà albanese o passeggiare indisturbati in città. Per una volta sono stato io a sentirmi anormale in una citta che ha tutte le sembianze della normalità.


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net , peacelink.it e viaggiareibalcani.net

KOSOVO: LA VOCE DEL CONIGLIO