domenica 1 marzo 2009

SENTENZA DEL TRIBUNALE DELL'AIA CONTRO I CRIMINI COMMESSI IN KOSOVO


Il Tribunale Penale Internazionale dell'Aia ha assolto oggi l'ex presidente serbo Milan Milutinovic dall'accusa di avere commesso crimini di guerra e contro l'umanità durante la guerra in Kosovo, fra il 1998 e il 1999. Milutinovic è stato processato per aver tentato di scacciare gli albanesi dal Kosovo con "una campagna sistematica di terrore e violenza". Secondo le accuse del procuratore Thomas Hannis si voleva così modificare la composizione etnica della regione per assicurarsi il controllo serbo sul territorio, costringendo alla fuga 800.000 albanesi. Il Tribunale internazionale ha stabilito che l'ex presidente non aveva autorità sulla campagna di terrore condotta contro gli albanesi in Kosovo. Il suo ruolo non è stato provato, come neppure è stato provato che abbia avuto un controllo sulle azioni delle forze militari e di polizia della ex Jugoslavia. Milutinovic, secondo i giudici, "non aveva un controllo diretto" sull'esercito federale della ex Jugoslavia. In pratica, "era Slobodan Milosevic, qualche volta chiamato Comandante Supremo, che esercitava l'autorità di comando sull'esercito durante la campagna della Nato" si legge nella sentenza. Sono stati condannati, invece, sempre per le stesse accuse, a pene comprese tra i 15 e i 22 anni di reclusione, gli altri cinque coimputati. I pezzi da 90 della politica e delle gerarchie militari della Serbia di quegli anni sono l'ex vicepresidente jugoslavo Nikola Sainovic (22 anni di prigione), l'ex generale dell'Esercito Nebojsa Pavkovic (22 anni di prigione), l'ex generale di polizia Sreten Lukic (22 anni di prigione), gli ex generali dell'Esercito Dragan Ojdanic e Vladimir Lazarevic (entrambi 15 anni di prigione). Questo rappresenta un fatto di assoluta importanza. Si tratta infatti del primo verdetto emesso dal Tpi contro autorità serbe per i fatti avvenuti durante la guerra in Kosovo nel 1999.
La pulizia etnica (compiuta dai serbi) giustifica la violazione del diritto internazionale in Serbia, e quindi l'intervento Nato in Kosovo? La domanda che mi ha sempre turbato, con questa sentenza, ha avuto una risposta. Il Tpi, con questa condanna, ha certificato che sono state commesse delle grandi atrocità in Kosovo, di fronte alle quali ogni sacrosanta "ragione di Stato", ogni violazione del diritto internazionale, è nulla rispetto alle migliaia di morti commesse e centinaia di migliaia di allontanamenti forzati. La ragion d'essere di quanti sostenevano che l'intervento della Nato fosse una violazione del diritto internazionale, secondo il mio modestissimo punto di vista, non sta più in piedi. Sino ad ora si è cercato, forzatamente, di mettere in secondo piano la pulizia etnica e si è preferito appigliarsi, in questo preciso contesto, alla sovranità della Serbia pur di non giustificare mai l'indipendenza del Kosovo. Questa sentenza fa chiaramente capire che è stato il governo serbo il carnefice di se stesso. Perchè gli stessi sostenitori di questa teoria in altri teatri come la Cina e Israele, giusto per citarne due, fanno valere quello che in Kosovo hanno sempre negato?
I diritti umani, la libertà, ogni libertà delle persone, vanno sempre e comunque garantiti. Non bisogna mai, a seconda delle opportunità, sventolare una volta la bandiera della sovranità dello Stato, un'altra volta quella dei diritti umani e dell'autodeterminazione di un popolo.


sabato 28 febbraio 2009

KOSOVO. LA STORIA, LA GUERRA, IL FUTURO


Oggi sono venuto a conoscenza del libro di Matteo Tacconi. Pubblicato nel 2008 da Castelvecchi, le 336 pagine sono interamente dedicate al Kosovo. Forse non vi dico nulla di nuovo, forse si, ma ci tenevo a segnalarvi quello che appare un buon saggio politico. Ne comprerò una copia. Devo dire che la presentazione sotto riportata mi ha colpito abbastanza. Incuriosito ho cercato su internet ed ho trovato una prima conferma. Mi riferisco all'articolo che Osservatorio sui Balcani gli ha dedicato. A questo punto mi affretto all'acquisto.

"Come può un fazzoletto di terra diventare in poco tempo una delle polveriere del mondo? Il 17 febbraio 2008 è nato lo Stato indipendente del Kosovo, ultimo capitolo del violento processo di frammentazione della Jugoslavia, dieci anni dopo lo scoppio della guerra e le bombe della Nato su Belgrado. Gli albanesi kosovari cantano vittoria, ma la Serbia si oppone con tutti i mezzi possibili. L'Europa si divide, gli Stati Uniti esultano, la Russia protesta senza convinzione. Da parte sua, il piccolo Stato è ancora ben lontano dalla normalità, e pochi saprebbero dire quanto durerebbe se i puntelli del sostegno internazionale venissero meno: le città sono presidiate dai militari della Nato, il tasso di disoccupazione è altissimo, e l'unica economia che cresce è quella di uno Stato parallelo e potente, legato alle attività dei cartelli del narcotraffico, alle rotte dell'immigrazione clandestina, a ogni sorta di business illegale. L'autore affronta i passaggi più importanti e tormentati del percorso che ha portato all'indipendenza, con le difficoltà di convivenza quotidiana tra serbi e albanesi. Kosovo è un saggio storico-politico, ma anche un reportage condotto direttamente sul terreno, intervistando i protagonisti e affrontando situazioni pericolose, con spirito di ricerca e amore della verità".

Matteo Tacconi è un giornalista esperto di Europa centro orientale che collabora prevalentemente con il quotidiano «Europa» e il mensile «Narcomafie». Ha scritto per le riviste «Limes», «Famiglia Cristiana», «Panorama» e «Diario».

giovedì 26 febbraio 2009

I ROM DI OSTERODE E L'UNIONE EUROPEA

Il benessere delle minoranze del Kosovo non deve riguardare solo la protezione delle stesse offerta dalle forze di pace.

Uno dei più grandi scandali in Kosovo, oggi, è quello che riguarda la minoranza rom, di quei 500 esseri umani che sono stati abbandonati dalla comunità internazionale sin dal 1999, in due campi fortemente contaminati dal piombo. Sono i campi di Osterode e Cesmin Lug nel nord del Kosovo. Dovevano essere dimore provvisorie, invece sono diventati veri cimiteri per la comunità rom. Sono stati costruiti nelle vicinanze della miniera di Trepca. Ottanta abitanti, molti dei quali bambini, sono già morti dal 1999, o per avvelenamento da piombo e altri minerali, o per il deterioramento del loro sistema immunitario. "L'evacuazione immediata di questi campi, e tutte le misure urgenti necessarie per garantire nel lungo termine la salute e il benessere delle famiglie in un luogo sicuro, con un adeguato accesso all'istruzione e le opportunità di lavoro, deve essere una priorità per l'UE, soprattutto adesso che il Kosovo è sotto la sua supervisione" afferma l'editoriale di oggi del The Irish Times. L'UE che continua a promuovere l'immagine di se stesso come un faro dei diritti umani non può certo lasciare irrisolto questo vistoso scandalo. Ci si augura che presto serie misure vengano prese per chiudere questa triste storia avvenuta sotto gli occhi attenti della comunità internazionale che disponeva di un portafoglio pieno di banconote e di speranze, barattate, con molta facilità, per l'ottenimento di un misero consenso politico.

leggi anche IL PIOMBO DI MITROVICA

mercoledì 25 febbraio 2009

IL PERSONAGGIO: MIKEL GJOKAJ

La linea e la luce, il significato e il segno, il peccato e la verginità nelle opere dell'artista di origine kosovara che vive a Roma dal 1975


Il maestro Gjonkaj è un pittore di grande spessore artistico, molto conosciuto ed apprezzato negli ambienti capitolini e all'estero. Ha esposto in molte gallerie d'arte, da Taiwan a Parigi, da Tokio al Lussemburgo, passando per Cuba e Lubliana. Durante una mostra collettiva organizzata dalla Casa D'Arte Ulisse a Roma, mi sono avvicinato per la prima volta alle tele dell'artista. Dalla sua biografia, le sue origini, la sua carriera si evince oltre all'indiscusso spessore artistico anche un'interessante storia personale del pittore. Solo avendo ben chiara la situazione odierna del Kosovo e le difficili relazioni tra Belgrado e Pristina, si può capire come Mikel Gjonkaj possa risultare un uomo di altri tempi, di un'altra epoca ormai scomparsa. Nasce l'11 novembre 1946 a Krusha e Madhe, un piccolo villaggio del Kosovo, tra i più colpiti dall'esercito serbo nel 1999; frequenta il liceo classico "Ali Kelmendi" nella città di Peja/Pec nel 1962-1967; frequenta la scuola superiore di Belle Arti di Pristina, negli anni accademici 1968-1970; frequenta la Facoltà di Belle Arti, sezione di pittura e incisione presso l'Università di Belgrado negli anni 1970-1974; in quello stesso anno consegue la qualifica accademica superiore e si laurea in Pittura. In ottobre 1975 giunge a Roma dove vive e lavora come cittadino italiano a tutti gli effetti. Da molti decenni lontano dalle dinamiche politiche e sociali del Kosovo, Gjonkaj, nelle sue opere, pare nutrire una forte nostalgia per la sua terra d'origine. I suoi quadri raffigurano infatti paesaggi evocativi e sentimentali. La sua pittura è fatta di "dolci esplosioni che fanno fiorire la tela, come se i suoi paesaggi fossero campi arati e coltivati con miscugli di semi senza nome" come ha affermato Marco Tonelli su Caratteri. Spero di poterlo incontrare personalmente e poter conoscere la stretta relazione tra il suo passato e il suo agire quotidiano, poter udire la foscoliana "voce del fanciullino" che c'è in lui, ovvero l'influenza che il suo essere albanese ha avuto negli anni di formazione a Belgrado negli anni di Tito e quanto sia pesata nel suo "essere artista" la tragedia che ha colpito il suo villaggio di origine, dove nel 1999 vennero uccise 453 persone. Prima di scoprire tutto questo, vorrei riportare stralci di un articolo comparso sul Trimestrale di Arte e Cultura "Terzo Occhio" per mano di Alessandro Masi, che evidenzia molto bene la forza artistica di Mikel Gjonkaj.
[Chi arriva in primavera nel Kosovo, ombelico dei Balcani, riconosce subito la luce che si accende in quel cielo. E' una luce rosa che con il passare delle ore si fa sempre più rossa e violenta, fino a diventare blu cobalto, viola, violetto scuro. Qui ha inizio l'Oriente. Solo chi ha visitato questi luoghi può comprendere la vera essenza delle opere di Mikel Gjokaj, i suoi colori, le zolle coltivate della sua pittura, quei manti luminosi posti a guardia dell'orizzonte del mondo. tra queste montagne, a 18 chilometri da Peja è nato Mikel Gjokaj. Il suo spirito indomito e avventuroso è rimasto anche nei tratti del suo volto barbuto e in quegli occhietti neri, irrequieti, mobili come quelli di un furetto. Come il dio Pan, Gjonkaj vive immerso nei boschi e sempre lì, dipinge giocoso, disegna ed incide sul rame e poi stampa nei propri torchi incisioni multicolori. Nella clausura di uno studio appena restaurato, un cascinale che un tempo fu dei contadini della campagna romana, l'artista Kosovaro trascorre felice le sue giornate come se vivesse fuori dal mondo, trascinato in una dimensione metafisica, sicuramente priva delle lancette dell'orologio della modernità. Le sue profonde radici balcaniche gli sono servite per non prendere mai le cose troppo sul serio, non etichettare il mondo, non dare molta importanza alle apparenze, alle forme visibili quanto piuttosto invisibili, ossia per cantare solo a quelle luci della sera che in ogni tramonto cambiano di suono. i suoi dipinti sono lenti come le lunghe cantilene suonate al ritmo delle litanie dei contadini moabiti, oppure racconti immaginifici di incredibili maghi o più semplicemente favole narrate intorno al fuoco. Qui tuttavia non c'è più l'Europa. L'Europa è scomparsa. In questa terra della pittura sono rimasti solo i dannati dell'Inferno di Dante e i disperati angeli di Bisanzio, quelle creature immobili, figure eteree, forme fragili, sagome ferme e sazie di luce, con le quali nulla si può e alle quali nulla è più concesso di dire. la luce di queste tele è la luce dell'esilio degli uomini dall'Eden, di una terra discostata con orgoglio e invocata con il più disperato canto d'amore].

Si ringrazia per la preziosa collaborazione e grande disponibilità la Casa d'Arte Ulisse di Roma

Info e contatti:
Via dei Due Macelli 79/82
00187 Roma - Italia
tel : +39 06 69380596
www.casadarteulisse.com

venerdì 20 febbraio 2009

IL KOSOVO IN UNA TABELLA. ANZI IN DUE

Recentemente il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Ufficio di Statistica del Kosovo hanno reso pubblici le cifre dei principali indicatori economici del Kosovo. Ad un anno dall'Indipendenza appare chiaro come molti problemi permangono e mettono in evidenza un elemento, ovvero come il passivo tra importazioni ed esportazioni sia reso possibile solo dal massiccio supporto internazionale.E' ancora presto, dopo soltanto un anno, aspettarsi di più, a maggior ragione perchè, pur avendo chiesto di essere accettato, il Kosovo non usufruisce ancora delle ingenti risorse finanziarie che il F.M.I.e la W.B. destinano ai paesi in transizione.




ANNO

2005

2006

2007

2008

INFLAZIONE (%)

-4

1.5

4.2

9.3

PIL (bln euro)

3.05

3.18

3.42

3.82

Crescita PIL (%)

3.9

4.0

4.1

5.2

il PIL pro capite è di 1.770 euro/anno






ANNO

2005

2006

2007

2008

IMPORT (bln euro)

1.2

1.3

1.57

1.9

EXPORT (bln euro)

0.06

0.1

0.16

0.19

Principali partner commerciali: EU, Svizzera, Macedonia, Albania, Serbia




mercoledì 18 febbraio 2009

FESTEGGIAMENTI A PRISTINA

Per tutta la giornata di ieri in Kosovo, soprattutto a Pristina, centro della vita politica e amministrativa del paese, si sono svolti i festeggiamenti del primo compleanno del Kosovo indipendente. Una ricorrenza tanto sentita quanto sofferta. Quest'anno, per l'occasione il governo di Pristina ha stanziato 150 mila euro [non certo pochi per uno stato che ha tanti problemi economici]. I festeggiamenti si sono svolti senza incidenti, in maniera plateale e come un anno fa, numerosi cittadini hanno invaso le strade sin dalle prime luci dell'alba. Il quotidiano Express a caratteri cubitali sulla prima pagina scriveva "Yes we can", ribadendo come per un anno il Kosovo ha dimostrato di poter funzionare come uno stato.

In serata, musica e fuochi d'artificio!




e quanti fuochi...


SPECIALE PASSAGGIO A SUD EST

Questa puntata di Passaggio a sud est, di approfondimento settimanale sulla situazione politica dell'Europa sud orientale, è dedicata al primo anno di indipendenza del Kosovo dichiarata dalla maggioranza albanese il 17 febbraio del 2008. La situazione interna del paese, le difficoltà economiche, la battaglia diplomatica, le celebrazioni da parte dei kosovari albanesi, le reazioni di Belgrado e dei kosovari serbi.


martedì 17 febbraio 2009

ANNIVERSARIO DELL'INDIPENDENZA DEL KOSOVO: BASSANO FESTEGGIA

Vicenza e il Kosovo, apparentemente senza alcun punto in comune, due realtà lontane e diverse tra loro, hanno, invece, qualcosa che le unisce. Nel 2009 cade la ricorrenza del primo anno di indipendenza del Kosovo, ma anche il decimo anniversario della fine dei bombardamenti NATO contro la Serbia. Le basi militari di Vicenza sono state decisive per arrestare l'atroce disegno di Milosevic. Vicenza corre in soccorso del Kosovo. Vicenza da tempo è ospitale con i kosovari. Nell'area di Bassano del Grappa, infatti, è concentrata una grande comunità di kosovari di etnia albanese, una delle più numerose dopo quella fiorentina. Molti di loro vivono in Italia sin dai primi anni novanta, proprio quando l'aria in Kosovo cominciava ad essere irrespirabile. Fu allora che signori come Advi Beqiri, Arsim Berisha, Fatmir Guri, Thaqi Ragip o Enver Hoti giunsero in Italia. Qui, nel vicentino, la stragrande maggioranza di loro lavora nell'edilizia. Nella zona "verde" della Lega Nord, nel cuore del nord produttivo, "la comunità dei kosovari, quanto a numeri, è la seconda dopo quella dei romeni" afferma Luciano Fabris, assessore alla cultura del comune di Bassano del Grappa. "Una comunità che lavora, pacifica, che non ha mai creato problemi", prosegue l'assessore. Sono loro che con il loro lavoro e i tanti sacrifici mandano avanti la nostra economia così come quella dei parenti che vivono in Kosovo. Con le loro rimesse riescono a mantenere in uno stato di agiata ricchezza le loro famiglie. Sono loro, gli immigrati, che in Kosovo hanno le case più belle e rifinite, progettate da loro stessi secondo gli stili che vedono qui in Italia. Nell'area di Bassano vivono i kosovari provenienti, quasi tutti, dall'hinterland di Mitrovica, Skenderaj e Drenas, dalla parte settentrionale del Kosovo. Questo evidenzia come i legami familiari e la solidarietà abbiano spinto sempre più persone, tra loro consaguinei, a trasferirsi in questo fiorente comune d'Italia. Un po' per volta, di pari passo con l'inserimento nella società, i precursori hanno dato ospitalità ai loro conoscenti e poi, quando il lavoro diventava sempre più stabile hanno preparato l'arrivo di moglie e figli. Mensur ricorda bene la sua infanzia trascorsa a Bassano. Era il 1999 quando insieme alla sorella frequentava la scuola media italiana; ricorda ancora, a distanza di anni, l'ottima accoglienza di maestre e compagni di classe, una solidarietà che è cresciuta quando le atrocità di quegli anni di guerra sono giunte negli schermi delle nostre televisioni, quando attoniti tutti loro ascoltavano la testimonianza del loro "amichetto", storie inimmaginabili per loro prima del racconto di Mensur. Dopo tre anni di permanenza in Italia, Mensur è ritornato a Mitrovica, ma oggi, 22 anni, laureato in Economia ha deciso di ritornare in Italia per proseguire gli studi. Oggi è qui insieme a parenti e cugini a festeggiare l'anniversario dell'Indipendenza del Kosovo. Nella festa organizzata dall'associazione culturale Bashkimi Kombetar mi sembra di vedere tanti Mensur, nel fior della loro giovinezza, ripetere lo stesso suo percorso. Sono molti che frequentano le scuole italiane, che parlano un italiano perfetto e che oggi per l'occasione, con altrettanta naturalezza ballano e cantano canzoni tipiche della loro più genuina tradizione. Circa 200 persone, si sono ritrovati in un grande ristorante a festeggiare la "Pavarsia" del Kosovo. Intere famiglie con bimbi al seguito, giovani coppie, una comunità compatta e solidale, lontana da casa, ha festeggiato un evento tanto sentito. Ad animare la serata musica e balli tipici che hanno coinvolto grandi e piccini. Giovani intenti a festeggiare con le loro coetanee, tra sorrisi e sguardi maliziosi; un po' più composti i loro genitori, intenti a raccontarmi la storia personale dei loro ultimi dieci anni, la loro positiva esperienza e il tempo libero che dedicano alla loro associazione culturale Bashkimi Kombetar. L'associazione conta più di 50 iscritti -50 famiglie- e organizza varie attività di aggregazione, di svago per i bambini, incontri e dibattitti interni e con le altre comunità di stranieri. Sono loro che hanno creato, con il prezioso supporto del Prof. Vittorio Andolfato, la scuola di lingua albanese per i loro figli, che fanno pervenire richieste all'amministrazione locale, come quella di "poter istituire un educatore sociale nelle scuole per supportare l'attività educativa di quanti in difficoltà con l'apprendimento scolastico e i compiti a casa" mi ricorda il loro presidente, Avdi Beqiri. Quella a cui ho preso parte l'altra sera non è una burla carnevalesca, ma i risvolti positivi di una integrazione riuscita, un'isola felice rispetto a quello che l'Italia oggigiorno pare offrire alle persone che provengono da altre parti del mondo. Questo è un altro discorso. Oggi a Bassano si festeggia il Kosovo indipendente.

articolo pubblicato su il Reporter e Peacelink

lunedì 16 febbraio 2009

IL PRIMO ANNIVERSARIO DELL'INDIPENDENZA DEL KOSOVO


Il 17 febbraio il Kosovo festeggerà il primo anniversario della sua nascita in seguito alla dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Serbia. Senza dubbio la maggior parte della popolazione del Kosovo di origine albanese celebrerà con gioia questo evento. Anche rumorosamente. L'ostruzionismo russo non ha permesso una nuova risoluzione ONU che consentisse di superare quella tuttora vigente, la 1244, e con essa una serie di ostacoli per la piena attuazione dell'Indipendenza. Il nuovo paese è stato finora riconosciuto solo da 54 dei 192 paesi delle Nazioni Unite e 5 dei 27 membri dell'Unione europea si sono espressi contro l'indipendenza.
Chi credeva che l'indipendenza avrebbe innescato nuove esplosioni di violenza e di pulizia etnica, un'ondata incontrollata di emigrazione, l'emergere del nazionalismo serbo e forse anche una riesplosione delle guerre nei Balcani, dovrà ricredersi. Oggi il Kosovo è in gran parte uno stato pacifico, anche se povero e con alcuni problemi, in parte ingigantiti e creati dalle potenze mondiali coinvolte, in parte legati alle falle delle sue frontiere, che permettono a serbi ed albanesi di fare affari, forti dell'appoggio politico locale e dell'inefficace lavoro delle forze internazionali preposte al controllo. Anche se la Serbia si rifiuta di accettare l'indipendenza del Kosovo, bisogna constatare che oggi il governo di Belgrado è il più filo-europeo della sua storia. E' su questo che bisogna fare leva per superare la posizione precaria del Kosovo. Sarebbe un grande segnale se i cinque paesi che non hanno ancora riconosciuto l'indipendenza -Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro- cambiassero posizione al riguardo. L'occasione rafforzerebbe e compatterebbe l'Europa, pronta poi a stilare programmi economici ancora più efficaci per la Serbia e la sua integrazione in Europa. I dubbi espressi da questi paesi sono comprensibili, trovandosi anche loro con problemi affini da risolvere. Sanno comunque, come afferma una recente risoluzione del Parlamento europeo, che un giorno dovranno riconoscere il Kosovo. Più che rinviare la decisione, più che contribuire a promuovere l'impressione di una Europa divisa che nuoce al Kosovo, al resto dei Balcani occidentali e alla stessa Europa, i cinque stati dovrebbero agire velocemente, certi che i timori di nuove dichiarazioni unilaterali di indipendenza da parte di alcune loro regioni sono frutto della fantasia.

articolo pubblicato su il Reporter

domenica 1 febbraio 2009

IL KOSOVO E LA SUA AGRICOLTURA (seconda parte)


IL SETTORE LATTIERO-CASEARIO

Di seguito viene riportato una parte dello studio che ho realizzato per conto della Provincia di Gorizia in Kosovo nel mese di marzo-luglio 2008.

Si ritiene che la sempre più stretta connessione tra sviluppo (umano, sociale, politico e non solo numerico o economico) e i destini di un paese, passa, per quello che riguarda il Kosovo, inevitabilmente dal suo sviluppo agricolo. In questo studio, oltre ad una panoramica generale del settore vengono messi in risalto una serie di contrasti e assurdità - la politica agricola comune, PAC, i fondi della Comunità Internazionale, le priorità del governo - che attanagliano lo sviluppo del paese.

Il consumo di latte in Kosovo è stimato a 170 litri a persona per anno. Sul totale del latte prodotto localmente (257.500 tonnellate) si stima che 117.383 tonnellate siano consumate nella fattoria stessa. Ulteriori 114.000 tonnellate sono vendute nei mercati locali come latte grezzo o formaggio bianco (fresco). Solo approssimativamente 34.000 tonnellate (ossia il 10% della domanda del mercato) del latte prodotto localmente viene trasformato industrialmente dai 19 caseifici presenti. I principali prodotti lattiero-caseari sono il latte, lo yogurt, il kos, il formaggio fresco e il kashkaval. Gli allevatori fanno fronte approssimantivamente al 76% della domanda totale interna di latte, e le importazioni riguardano il 24% del consumo totale dei prodotti lattiero-caseari.

Consumo di latte

170 litri/persona/anno

Domanda del mercato

339. 500 tonnellate

Totale della produzione locale

257.500 ton/anno che corrispondono al 76% del totale della domanda interna di latte

Totale della trasformazione di latte locale

34.000 tonnellate, ovvero il 10% della domanda del mercato

Importazione

24% del consumo totale (formaggi e latte UHT dall’Ungheria, Bulgaria, Slovenia e Turchia)

Numero di Caseifici

19 unità

Principali prodotti

Latte, yogurt, Kos, formaggio fresco e Kashkaval


Per tale motivo il mercato lattiero-caseario in Kosovo può essere diviso, in linea generale, in tre segmenti. Due terzi della produzione lattiero-casearia è prodotta nel territorio e consumata o direttamente nella fattoria o commercializzata nei mercati “verdi” (non regolamentati). L’altro terzo del mercato è fornito sotto forma di prodotti trasformati. Questa porzione è dominata dalle importazioni, specialmente per formaggi e latte UHT. Le principali fonti di importazioni sono l’Ungheria e la Germania per il formaggio (70% di tutte le importazioni) e la Slovenia e l’Ungheria per il latte UHT (83%). Altri importanti paesi esportatori sono poi Bulgaria e Turchia. Il Kosovo importa prodotti lattiero-caseari per un totale di 21 milioni di euro ( il 24% della richiesta del Kosovo in volume). Il latte e i formaggi importati dominano così il mercato, la qualità è generalmente considerata migliore e il prezzo è molto competitivo: del totale dei prodotti lattiero-caseari importati circa il 70% arriva a prezzi inferiori rispetto al costo di produzione che si raggiunge in Kosovo. Il costo della produzione di latte in Kosovo è relativamente alto principalmente per via degli alti costi dei mangimi che incidono per circa il 70-80% sul costo totale della produzione di latte. Il bestiame è prevalentemente stazionario e difficilmente pascola. La media del prezzo al dettaglio è di 0,64 €/litro e, considerati i costi del mantenimento della struttura e di produzione, i margini lordi per i produttori sono bassi. Gli allevatori più grandi hanno costi medi più bassi rispetto ai piccoli allevatori e vendono il loro latte alle aziende di trasformazione a un prezzo di circa 0.24 €/litro. Queste ultime dichiarano che avrebbero bisogno che il prezzo d’acquisto fosse ridotto ad almeno 0.20 €/litro per poter competere con i prodotti lattiero-caseari importati. KAMP (Associazione Kosovara Produttori di Latte), da parte sua, stima che i costi diretti per i produttori sono 0.21 €/litro, che danno un margine lordo di appena 0.3 €/litro se il prezzo per le aziende in questione rimane di 0.24 €/litro. Al mercato verde si vende latte per una quantità tre volte superiore a quella destinata alle locali industrie di trasformazione lattiero-casearie. Tale mercato viene rifornito principalmente da medi allevatori e il latte viene venduto in bottiglie di plastica riutilizzate, mentre il formaggio lo si vende in ceste di plastica, ad un prezzo oscillante tra 1,50 €/kg e 2,50 €/kg. Le importazioni di formaggio sono considerate particolarmente dannose per l’industria di trasformazione del Kosovo in quanto i prezzi dei formaggi sono più competitivi che qui. Il consumo del latte è lievemente superiore nei mesi invernali, tuttavia la sua produzione è maggiore nei mesi estivi. Nella maggior parte dei paesi avanzati le aziende di trasformazione utilizzano il surplus di latte dei mesi estivi per produrre latte in polvere che poi riaggiungono nei mesi invernali, quando la produzione di latte è minore. I caseifici del Kosovo non hanno tuttavia i macchinari adatti per seccare il latte (e trasformarlo in polvere) e per questo producono tanto formaggio nei mesi estivi. La KDPA (Associazione dei Caseifici del Kosovo) stima che c’è un eccesso di produzione in quei mesi di circa 10.000 tonnellate di latte. Tali perdite di latte rappresentano un grande problema per i contadini kosovari. Per cercare di far fronte al problema, alcuni donatori hanno provveduto a supportare l’istallazione di cisterne-frigo in aree selezionate e compagnie lattiero-casearie di trasformazione (per esempio Vita) stanno incoraggiando l’uso di servizi e equipaggiamento adeguato nelle diverse fattorie. Il largo numero di piccoli produttori di latte rende tuttavia la raccolta del latte costosa per le compagnie di lavorazione e le perdite del latte nei mesi estivi rimangono relativamente alte a causa della sovrapproduzione stagionale e la mancanza dei servizi refrigeranti di breve tempo necessari. Mentre il collegamento tra i produttori e i mercati verdi funziona molto bene, lo stesso non può dirsi tra produttori e caseifici. Questo collegamento necessita di maggiore sviluppo e di una migliore qualità di latte di base per utilizzarlo pienamente nell’ambito della trasformazione. Di questo i caseifici sono consapevoli e fanno pressioni affinchè la qualità così come la quantità del latte aumenti. Il maggiore ostacolo sembra essere la piccola dimensione delle imprese di produzione e la mancanza di collaborazione tra gli agricoltori.
La qualità del latte allo stato grezzo differisce notevolmente a causa di:
- mancanza di contenitori refrigeranti
- distanza tra gli allevatori (la raccolta è difficile da organizzare)
- poca trasparenza degli allevatori (allungano il latte con l’acqua).
Tuttavia, considerato che tutte le industrie del settore dipendono da materiale allo stato grezzo, queste sono costrette a comprare qualunque latte sia disponibile sul mercato. In Kosovo il prezzo del latte all’origine per i caseifici è effettivamente più basso rispetto ai principali paesi esportatori di latte –Ungheria e Slovenia. Ma, una volta che i costi di raccolta sono aggiunti, l’Ungheria ha già un piccolo margine di vantaggio competitivo. Ed inoltre, eccetto per il latte UHT, i costi di trasformazione sono per il 30% più bassi nei paesi concorrenti rispetto al Kosovo. Un altro argomento problematico è la difficoltà di esportare prodotti lattiero caseari locali a causa della competizione con gli stessi prodotti regionali o EU e considerata l’attuale politica fiscale governativa non favorevole.
La popolazione del Kosovo attualmente consuma 280.000 tonnellate di latte/prodotti lattieri. La domanda del mercato è coperta per il 33% delle importazioni. Le industrie di trasformazione coprono circa il 7% della domanda del mercato. Questa percentuale è aumentata negli ultimi 2 anni come risultato della migliorata qualità dei prodotti lattiero-caseari locali e di una migliore produzione. Le vendite dirette stanno diminuendo se comparate agli anni precedenti e coprono oggi approssimativamente il 20% del consumo totale. L’urbanizzazione e il cambiamento delle generazioni hanno causato una diminuzione dell’autoconsumo. Da questi dati si può concludere che l’industria di trasformazione lattiero-casearia in crescita stia assorbendo porzioni dal mercato di vendita diretta piuttosto che dalle importazioni. Sebbene le naturali condizioni del Kosovo siano favorevoli alla zootecnia e alla produzione di latte e negli ultimi anni ci siano stati significativi miglioramenti nella capacità di trasformazione del latte da parte dei caseifici locali, questi ultimi necessitano di diversi elementi tuttora mancanti, tra cui latte di migliore qualità, per poter competere con le importazioni. Al momento in Kosovo ci sono 26 caseifici di cui 15 con licenza dal KVFA e 11 in procinto di ottenere la dovuta autorizzazione. Accanto a 2 grandi caseifici (con più di 20.000 litri al giorno), ce ne sono 5 medi (10.000 – 19.000 litri al giorno) e 19 di piccole dimensioni (con meno di 10.000 litri) [fonte KDPA].
Attualmente in Kosovo ci sono più di 500 fattorie con più di tre mucche che producono tra i 110.000 e i 120.000 litri al giorno [fonte KAMP].
La raccolta del latte è un fattore importante per la qualità e la sicurezza alimentare nel settore lattiero-caseario in generale. Attualmente in Kosovo ci sono dai 25 ai 30 centri di raccolta latte attivi (dotati di sistemi refrigeranti), alcuni dei quali all’interno dei caseifici, che raccolgono latte dagli allevatori piccoli e medi. Presso questi centri vengono effettuati test di acidità (per la freschezza) e contenuti di grassi (paramento fondamentale per determinare il prezzo del latte). Va notato che la qualità e la quantità delle analisi effettuate sono molto approssimative.
L’infrastruttura esistente nella filiera necessita di notevoli interventi per poter migliorare la qualità media del latte allo stato grezzo che è ancora molto bassa. I problemi principali sono:
- cattiva gestione a livello aziendale
- carenza di personale qualificato a tutti i livelli del settore
- scarsa qualità del bestiame e delle loro condizioni nelle aziende
- macchinari e attrezzature datati e scarsamente e/o mal funzionanti
- scarsa igiene generale della fattoria e non stabile, povera e inappropriata pulizia dell’equipaggiamento e dei contenitori per l’immagazzinaggio del latte
- frequenti black-outs elettrici
- insufficiente refrigerazione e trasporto.

leggi la prima parte


giovedì 29 gennaio 2009

COLOMBIA: LE FARC ANNUNCIANO IL RILASCIO DI SEI OSTAGGI


Considerazioni dopo il mio recente viaggio in Colombia

Medellin 12.01.2009-L'entusiasmo per l'annunciata liberazione di alcuni ostaggi da parte delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (F.A.R.C.) ha accompagnato le festività natalizie colombiane aggiungendo altre sei luci - di speranza, tante sono le persone che dovrebbero essere rilasciate a breve- alle innumerevoli illuminazioni che da Bogota a Medellin e Cartagena adornano ancora le piazze e le arterie cittadine. La notizia del presunto rilascio dei sei sequestrati in mano ai guerrilleros risale al secondo semestre del 2008, come conseguenza della missiva che l'Organizzazione Colombianos por la Paz, ente di intellettuali, indirizzò alle Farc invitandoli ad intraprendere il processo di liberazione di tutti i sequestrati nelle loro mani e ad avviare un percorso di apertura verso un accordo umanitario con il governo colombiano. Le lettere di risposta dei militanti firmate dal nuovo capo supremo, Guillermo Leon Saenz Vargas, alias Alfonso Cano, hanno mostrato una certa disposizione a cercare un'uscita politica al conflitto armato che attraversa la Colombia. Una delle missive di Cano inviate a settembre contenevano i nomi e una data plausibile, il 6 gennaio 2009, per il rilascio di sei sequestrati: l'ex governatore della regione del Meta, Alan Jara, il deputato Sigifredo Lopez e altri 4 soldati in mano ai sequestratori da più di 8 anni. Ancora nulla di fatto. Comunque, se i termini, le modalità e la logistica per quest'ultima liberazione, una volta ultimati, saranno messi a segno, daranno luogo ad un rilascio significativo, il primo dopo quello avvenuto il 2 luglio del 2008. In quell'occasione fu liberata Ingrid Betancourt ed altre 20 persone, tra cui 3 cittadini americani, da tempo in mano alle Farc, a seguito di un'operazione militare dell'esercito colombiano massicciamente supportata dagli Stati Uniti e da vari paesi occidentali, in primis la Francia, terra di seconda nazionalità della Betancourt. Quel lontano 2 luglio, nella torrida selva di Guaviare, luogo dell'Operacion Jaque, è stato compiuto quello che in gergo è definito "inganno militare", una procedura che, sebbene lecita secondo il diritto internazionale umanitario, ha lasciato perplessi in molti e l'amaro in bocca alle Farc. Per portare a termine l'Operacion Jaque le forze militari colombiane si sono infiltrate nelle fila delle Farc e, sfruttando la sua struttura piramidale e i complessi meccanismi che regolano la difficile comunicazione tra le varie cellule di miliziani sono riusciti a far passare il piano di liberazione come un normale spostamento dei sequestrati in un'altra zona più sicura. Solo così 2 elicotteri sono riusciti a giungere nell'impenetrabile selva colombiana, imbarcare i sequestrati e due dei loro guardiani, e infine rivelare al mondo il trionfo dell'operazione. Una volta abbandonate le maschere di finti rivoluzionari, i liberatori hanno festeggiato l'immenso successo mediatico dell'operazione, ma hanno anche dovuto fare i conti con l'uscita della sequenza completa dell'operazione mostrata in esclusiva dalla CNN. Le clamorose immagini del presunto attore umanitario partecipante all'operazione con indosso la casacca con l'emblema del Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno fatto il giro del mondo e creato forte indignazione all'interno del Cicr, organismo indipendente, neutro e imparziale che effettua liberazioni di sequestrati ma solo con l'accordo di ambo le parti, e di numerosi altri attori umanitari che come il Comitato operano sulla base della loro neutralità, trasparenza e il dialogo con tutte le parti del conflitto. Sebbene rientrasse in quello che molti esperti di diritto hanno definito come una grave e chiara violazione delle Convenzioni di Ginevra, un atto di perfidia che come tale dovrebbe essere sanzionato, l'uso illecito o meno dell'emblema della croce rossa nell'operazione non è stato approfondito come si doveva, ma accantonato anche per via del coinvolgimento di varie diplomazie occidentali. Gennaio 2009, sei mesi dopo. Solo partendo da qui, dal clamore suscitato dalla liberazione della Betancourt, si può capire l'importanza che questo nuovo rilascio potrebbe rivestire nella sfera politica e sociale della Colombia. Quell'indiscusso successo del governo Uribe, insieme agli altri numerosi colpi inflitti alle Farc dal suo insediamento -non da ultima l'uccisione nel marzo del 2008 del suo leader storico Raul Reyes- risultano però meno efficaci e più controversi di quanto possano apparire in un primo momento, perchè compiuti sulla base di legittimi calcoli politici ma con manovre poco limpide. Oggi, se l'abilità di Uribe lo consentisse, ci potrebbero essere tutte le premesse per l'avvio di un processo che porti ad una pace duratura su una piattaforma come quella espressa dall'organizzazione Colombianos por la Paz. In questa precisa fase storica, le Farc fortemente indebolite si dicono pronte a negoziare, la società civile è molto più attenta e sensibile del passato alle continue violazioni dei diritti umani -non soltanto da parte dei gruppi armati, ma anche della forza pubblica- ed il Cicr che anche questa volta si è detto pronto ad intervenire come facilitatore per la liberazione, che potrebbe sfociare un nuovo accordo umanitario. E' difficile stabilire se Uribe in persona possa essere capace di utilizzare questo nuovo clima per attuare politiche più attente alle classi meno abbienti, interferendo così nel terreno proprio delle Farc ed eliminandone la ragion d'essere. Riuscirà il Presidente della Colombia a rispondere a questi interrogativi e conseguire in questo modo un nuovo scacco matto (jaque) capace di risolvere i tanti dubbi che aleggiano sulla sua possibile candidatura alle prossime presidenziali del 2010? Pochi colombiani credono che il loro Presidente sia disposto a mettere da parte il suo passato (il padre morì durante un tentativo di sequestro da parte delle Farc) e la strategia politica (annientamento militare delle Farc) sino ad ora perseguita per aprire le porte al dialogo.

pubblicato sul sito peacelink.it

martedì 27 gennaio 2009

LA VISITA DI JEREMIC IN ITALIA


Il Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini ha incontrato nei giorni addientro l’omologo serbo Vuk Jeremic, a conclusione del Convegno celebrativo del 130° anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, organizzato dall’Ambasciata serba a Roma e dal Centro Studi Strategici per l’Unione per il Mediterraneo, che ha evidenziato la specialità delle relazioni tra Italia e Serbia nei settori politico, economico e culturale.
Oggetto dell’incontro tra i due Ministri è stato il consolidamento della cooperazione bilaterale, il sostegno italiano al processo di integrazione euro-atlantica della Serbia e il dialogo sulle dinamiche regionali. A proposito del "caso Kosovo", il ministro serbo ha ribadito la contrarietà della Serbia alle decisioni che molte cancellerie europee, Italia inclusa, hanno preso circa l'indipendenza del Kosovo, ma, parole di Jeremic, "bisogna guardare avanti". Si spera che con il supporto del fratello italiano la Serbia possa trovare la leva giusta per fare il salto in Europa. E' stato questo il succo dell'intervista televisiva apparsa sulla tv italiana. Se a queste parole che segnano una onesta svolta politica seguissero fatti concreti, si registrerebbero, certamente, significativi progressi non solo per la Serbia, ma per buona parte dei Balcani.

sabato 24 gennaio 2009

LA VERA MULTIETNICITA' CHE NON HA CONFINI



Un colpo al cerchio, uno alla botte

Mi trovo pienamente in sintonia con l'articolo sotto riportato "Kosovo/Kfor: Incidenti a Nord "pilotati" da crimine organizzato". Si vocifera da molti anni e da vari ambienti della presunta e mai accertata colpevolezza del Kosovo per essere lo stato delle mafie, giusto per citare le parole di Limes. Il Kosovo viene dipinto come il crocevia principale dell'eroina afgana (da Riccardo Iacona) che giunge a fiumi tramite la Turchia, delle armi (da Limes) e della prostituzione. Questo colosso affaristico, che farebbe invidia anche alle potenti organizzazioni criminali di casa nostra, sarebbe retto dalla classe politica kosovara e dal suo braccio militare, l'UCK, restando fedeli alle osservazioni dei soggetti di cui sopra. Il quadro che hanno posto davanti ai lettori esiste ed ha come scenografia tutti questi elementi. E' un quadro fluido come gli affari che ci sono dietro, ma per niente nitido. Molto spesso viene difficile coglierne la tecnica e l'importanza di tutti gli elementi, ma come nel famoso ritratto ondulato di Dora Maar, guardandola in faccia, se ne ammira la potenza romantica del contenuto. Di tutto quello che i vari Iacona e Limes dicono, non c'è traccia alcuna. Nessun giornale locale, internazionale, rapporto della polizia locale o della Kfor ha mai riportato significativi riscontri con questa realtà, siano essi sequestri di droga (ho letto un solo articolo di un significativo quantitativo sequestrato al confine con la Macedonia), armi (limitati trafiletti sulla stampa locale kosovara) e prostituzione. Mi chiedo, pertanto, come sia possibile disegnare millimetricamente su cartine colorate (Limes) le strade di tutti questi traffici illeciti, senza riportare, con altrettanti documenti visivi, la veridicità delle notizie? Come sia possibile che, con una massiccia presenza di militari, 007, finanzieri, poliziotti e procuratori internazionali - che superano le 25000 unità - i criminali la facciano sempre franca, riescano a far passare sempre tutto senza farsi beccare con le mani nella marmellata? I fatti potrebbero essere due: i giornalisti dicono bufale e i militari fanno un ottimo lavoro, i militari sono in vacanza e i giornalisti riportano la verità. Battute di spirito a parte, credo che sotto sotto ci siano grossi guadagni dovuti a massicci traffici pilotati da buona parte dei politici del Kosovo e che le forze internazionali, tutte, per il quieto vivere preferiscono occuparsi d'altro [ma tutto ciò, come le osservazioni dei Iacona, Limes e altri, rimangono, in assenza di un riscontro pratico - video, foto, dossier- soltanto delle supposizioni]. Per carità, pattugliano, sorvegliano, documentano, ma mai sequestrano. Conoscono le esperienze di Ramush, persino dove ha i depositi di sigarette di contrabbando, ma nessuno fa nulla. A volte, come nel caso dei nostri finanzieri, sono impossibilitati a svolgere le stesse italiche funzioni: non possono sequestrare merce contraffatta e altro, perchè le regole di ingaggio - rules of engagement - non prevedono questo. I nostri finanzieri, sino ad ora, se non avranno comprato nulla nelle grandi catene del falso (ce ne sono due a pochi metri dal quartiere generale Kfor di Pristina) avranno sicuramente assistito alle grandi spese che militari e internazionali in genere (un buon 80% dei clienti) giornalmente, ma soprattutto durante i periodi festivi, si apprestano a fare. Scarpe Nike con i molloni, profumi di marca, borsette griffate all'ultima imitazione, magliette Lacoste, Ralph Lauren, pantaloni Zegna, Diesel, cd e dvd pirati, gli articoli più gettonati.
Riporto la scena di Melodia, uno dei due megastore, vista con i miei occhi innumerevoli volte, per far presente che molto spesso è il "complice" silenzio degli internazionali a fare del Kosovo una prospera isola felice per il crimine e il contrabbando. Comunque sia, nè l'eroina, nè la prostituzione nascono nel Kosovo, ma usufruiscono di queste falle del sistema per cambiare aspetto e presentarsi alle nostre frontiere sotto un look non sospetto. Sarò forse ingenuo, ma una domanda vorrei proprio farla: Non sarebbe logico che paesi molto più strutturati, prossimi ad entrare nell'Unione Europea o già dentro bloccassero il marcio che giunge sulle loro frontiere? L'eroina non potrebbe essere sequestrata in Turchia? o in Grecia? La prostituzione non potrebbe essere colpita in Romania o Bulgaria, prima di giungere in Kosovo? Questo paese, come riportano tutti, è uno sputo di terra circondato da molte realtà torbide e colluse con il contrabbando. Una di queste è la Serbia, che con la sua ex provincia e i suoi nemici di sempre, gli shqiptari, fanno ottimi affari. Ultimo quello sulla benzina e dei prodotti serbi. Samopravo sul suo blog spiega come funziona:
... le frontiere 1 e 31, che da febbraio di quest’anno sono allegramente aperte a tutti, grandi e piccoli. Ovviamente mi riferisco a grandi e piccoli traffici ileciti. Non a caso, le dogane sono stata la prima cosa ad essere bruciata dopo la dichiarazione di indipendenza...Quando si tratta di trafficare Serbi e Albanesi - si dice - vanno d’accordissimo. Fanno affaroni d’oro di questi tempi, soprattutto col traffico di benzina. Se volete spiego come funziona, non e’ difficile: porti una cisterna di benza dalla Serbia in Kosovo passando dal Nord. Non ha pagato le tasse in Serbia perche’ le tasse si pagano nel paese di destinazione (cioe’ il Kosovo, ricordate?). Solo che al Nord nel Kosovo non ci sono le dogane, quindi le tasse non le paghi manco li’. Quindi vendi la benza a Mitrovica Nord con saldi del 20% e fai un sacco di soldi. Vedrai, la gente fa la fila, viene anche da fuori citta’ apposta per quello. Oppure, meglio ancora, dopo che le hai fatto fare un giretto in Kosovo, la cisterna la re-importi in Serbia, sempre sfruttando le dogane che non ci sono. E li’ te la vendi come sopra. (sull'argomento vedi anche Rinascita Balcanica)

Kosovo/Kfor: Incidenti a Nord "pilotati" da crimine organizzato. Ragioni etniche di facciata: si protegge fiorente contrabbando (Apcom/ Nuova Europa)
Gettare ombra sull'operato della missione di giustizia e polizia dell'Unione europea (Eulex), di recente dispiegata in Kosovo, e impedirle di consolidare le fragilissime strutture doganali che favoriscono le fiorenti attività di contrabbando nell'area. Questo il vero obiettivo che si nasconderebbe dietro gli incidenti registrati ultimamente a Mitrovica, città a nord del Kosovo, roccaforte della minoranza serba: episodi pilotati dunque, che poco hanno a che vedere con lo scontro etnico tra serbi e albanesi. Una tesi, questa, che si è andata diffondendo tra molti analisti e osservatori locali ed internazionali e che trova ampio riscontro nell'intervista rilasciata al quotidiano di Pristina, Koha ditore, da Michel Yakovleff, comandante delle truppe Nato (Kfor) competenti del Kosovo settentrionale. Pur senza esplicitare che Eulex sia finita nel mirino di contrabbandieri "soprattutto di benzina", il militare ammette: "Ci sono giovani ragazzi che i criminali utilizzano per i loro personali scopi. Non c'è niente di inter-etnico e tutti concordano su questo". Il riferimento è agli episodi di violenza di cui è stata teatro Mitrovica nelle recenti settimane: un giovane serbo è stato accoltellato da due albanesi; tre giornalisti e sette pompieri sono rimasti feriti a margine di scontri interetnici; due serbi sono stati aggrediti da una ventina di albanesi; una bomba a mano è stata lanciata contro una casa di proprietà di un albanese. La rivalità tra serbi e albanesi sarebbe però solo di facciata: "L'intera regione - puntualizza Yakovleff - è un paradiso per i contrabbandieri, non solo a nord, ma anche a sud". Ciononostante, la situazione generale nel Kosovo settentrionale, di cui Yakovleff è direttamente competente, resta "abbastanza sicura" in quanto vi è "un focolaio circoscritto al centro di Mitrovica, mentre in altre località come Leposavic, Zubin Potok o Vucitrn non ci sono molti problemi". Mitrovica è la città simbolo delle fratture etniche dell'auto proclamato stato, spaccata com'è dal fiume Ibar: a nord i abitano i serbi, a sud gli albanesi. "Dal 30 dicembre scorso - informa il comandante Kfor - abbiamo incrementato la presenza militare nella città".

KOSOVO: LA VOCE DEL CONIGLIO