martedì 22 luglio 2008

JUST ANOTHER WEDDING


Coincidenza vuole che lo Stato più giovane del mondo, nato da pochi mesi, abbia anche la popolazione più giovane dell’Europa. Qui in Kosovo l’alto tasso di natalità è una costante che va avanti dagli anni ’80. La famiglia è generalmente molto numerosa (se va bene 3 figli), ed include inoltre anche i cugini e gli zii di primo grado. La famiglia così intesa rappresenta il nucleo centrale della società kosovara, dove i legami tra cugini, cognati e parenti in genere sono molto stretti. I momenti di difficoltà economica sono quasi sempre attenuati dal supporto dei parenti che non mancano di fornire aiuto nei momenti più difficili ed accoglienza e rispetto nella vita di tutti i giorni. L’alto tasso di nascite è connesso all’alto numero di matrimoni, o meglio il contrario. Il rimbombo dei tamburi e il suono prolungato dei clacsons fanno da sottofondo musicale ai numerosi matrimoni che sopratutto nella bella e calda stagione estiva si ripetono a ritmo incessante (sono veramente tanti, forse perchè si concentrano principalmente in questo periodo). Chi si deve sposare aspetta l’estate, e lo zio emigrante che rientra dall’estero per le vacanze, il quale, incluso tra gli invitati preferiti, di consueto fa un gran regalo agli sposi, o mette a disposizione la luccicante macchina nuova, con tanto di targa tedesca o svizzera. A tratti mi sembra di rivedere un album fotografico già visto. Mi viene quasi da pensare che sono i matrimoni, le feste connesse, i regali allegati, i pranzi, seppur poco consistenti, a muovere la minuta economia del Kosovo. Comunque sia, gli sposi, i parenti e gli invitati, vivono svariati giorni di festa con musiche e danze. Come tradizione vuole, gli uomini da una parte –a casa dello sposo– e le donne dall’altra –in quella della sposa– si divertono come meglio possono tra grandi bevute di bevande gassate super colorate al ritmo di musica tradizionale. Pare però che siano soprattutto le donne a divertirsi di più. Cotonate e truccate a più non posso, vedono questi unici momenti come quelli più propizi per evadere dalla monotonia delle pareti domestiche; ne approfittano pertanto per andare dal parrucchiere e conciarsi letteralmente per le feste. Con boccoli artificiali, alcune con i classici vestiti tradizionali e la maggior parte su tacchi non proprio comodi, si lasciano andare spesso e volentieri a danze e balli tipici. Non manca però, come nel mio genuino sud, il momento del grande pranzo al ristorante con tantissimi invitati giunti in ordinata fila indiana su macchine adornate di fiori, nastri e pom-pon. Si sentono costantemente durante tutto il giorno passare per la città. In testa l’ammiraglia con la bandiera a due teste, quella classica rossa e nera dell’Albania, seguite poi da tutte le altre che per tradizione portano legate al parabbrezza anteriore un’asciugamano nuovo raccolto come segno di partecipazione, dato in regalo dalla famiglia dello sposo. Non ho mai capito, nè mi sono sforzato di capire più di tanto questa strana usanza, ma ciò non mi ha distolto dal vedere che anche per queste occasioni (idem per la costruzione di nuove case) la bandiera albanese di Albania primeggia sempre ed è ben in vista. Si accetta di tutto dalla comunità internazionale in questa parte di Kosovo, ma non ancora una finta bandiera costruita a tavolino, ne tanto meno un inno di circa un minuto senza testo, solo musica, dal titolo “Europa”. Persino "America" (potenza qui venerata fino all'inverosimile), magari con la K, sarebbe suonato meglio come titolo dell'inno nazionale.

domenica 13 luglio 2008

LA BRASILENA


La mitica bevanda di Calabria "Brasilena" da più di un mese è disponibile anche a Mitrovica (nord) a soli 40 dinari (fifty cents). La bibita al caffè, prodotta con l'acqua oligominerale di Calabria è un ottimo rinfrescante, alternativo alla coca cola e alla birra, ma che fa difficoltà persino a trovarsi in alcuni paesi della regione, figurarsi nel resto d'Italia o all'estero. Qualche commerciante autonomamente riesce a portarla in questo o quel bar di Modena, Torino o Roma. Così ha fatto anche Ivano che è riuscito a portarla al Cafè Paris di Mitrovica.


martedì 8 luglio 2008

....LA MANIFESTAZIONE


Come annunciavano ieri i manifesti affissi in ogni angolo della città, oggi alle due in punto, sotto un sole cocente circa 200 persone, per lo più anziani, si sono ritrovate davanti all’ingresso principale della Municipalità di Mitrovica per far sentire la loro voce di protesta contro l’amministrazione ed il sindaco della città, Bajram Rexhepi, colpevoli di non aver mantenuto le promesse sull’allontanamento delle sostanze tossiche depositate da circa un mese presso le strutture ormai abbandonate di uno degli impianti di Trepca, precisamente nella zona chiamata Bajr. Il piccolo gruppo di partecipanti, contornato da poliziotti locali e dalla Kfor è rimasto composto sino all’arrivo dell’Imam, promotore, insieme ad altre associazioni locali, come CBM, partiti politici e associazioni studentesche, di questa prima marcia di protesta. Valdete Idrizi, direttore dell’Associazione locale Community Building Mitrovica affermava che quella di oggi era la prima di una lunga serie, perlomeno fino a quando il sindaco non si impegnerà ad allontanare questi containers dalla città. Le sostanze tossiche, potenti solventi chimici, pare siano arrivate dall’Iran, e servissero ad un’impresa di Prizren come disinffettanti per le cisterne della sua stazione di benzina. Per motivi tuttora sconosciuti, il carico destinato a Prizren non è stato accettato ed è stato fatto tornare indietro. Alla frontiera, però, quella lungo il confine sud con la Macedonia, è successo che i poliziotti insospettiti hanno chiesto di ispezionare i tir e sono rimasti intossicati. Da lì, i containers sono giunti a Mitrovica. Sembra sia stata questa la dinamica dei fatti, anche se ancora oggi le sostanze trasportate rimangono sconosciute. La stampa dà poco risalto e le tv nessuna notizia. Oggi non erano presenti cameramen, solo qualche taccuino. L'Imam apre la manifestazione invitando tutti a restare uniti per far luce su questi fatti.









Poi la manifestazione al grido di “Dobbiamo essere uniti, non avvelenati”, si è diretta verso il sito che ospita momentaneamente i containers per bloccarne la strada principale che la collega a Pristina.








Tutti in marcia al grido di slogan come “La vogliamo verde, non avvelenata”


“9 anni di manipolazione, adesso anche avvelenamento”
oppure "1990 ci avvelenava la Serbia, nel 2008 il governo"

(tutti slogans che in albanese fanno rima).

Mah!

........tra i manifestanti mi è parso di vedere persino il sosia di qualcuno di cui il sole cocente non mi aiutava a ricordare il nome,

....solo un piccolo lapsus!

lunedì 7 luglio 2008

MATERIALE RADIOATTIVO?

Mitrovica. Nella serata di mercoledì 2 luglio sono arrivati direttamente dal confine sud con la Macedonia 3 tir con altrettanti containers pieni di sostanze tossiche. Dopo un breve peregrinare in territorio kosovaro, giunti non si sà bene da quale paese e diretti in Macedonia, probabilmente solo per un primo transito, i tre containers sono ora depositati da giorni presso le strutture ormai dismesse dell’ex impianto di Trepca, nella località di Bajr, periferia sud di Mitrovica, dopo aver ricevuto il beneplacito delle autorità locali, così ha riportato il notiziario radio. I camion che trasportavano quelle che anche diversi cittadini hanno testimoniato essere sostanze tossiche hanno insospettito le autorità di controllo della dogana, tant’è che dopo un loro esame il materiale ispezionato ha causato malore a sei poliziotti subito dopo ricoverati in ospedale. Al momento la notizia è tenuta a bada e circola soltanto negli ambienti cittadini con il passaparola . Nulla trapela nei notiziari di Unmik nè in ambienti internazionali. Fino ad ora neanche la stampa e i networks televisivi locali hanno riportato alcuna notizia in merito. Anche il tg locale delle 19.00 (di oggi 7 luglio) non ha toccato l'argomento. Venerdì, durante la liturgia in moschea gli Imam hanno dato la notizia e cercato di coinvolgere tutti i fedeli a partecipare numerosi alla pacifica dimostrazione presso la sede del comune prevista per quel giorno. Il cattivo tempo e il non tempestivo messaggio ha fatto sì però che la marcia di protesta non riscuotesse grande partecipazione tra gli abitanti. Tutto è stato allora nuovamente spostato ad oggi dove alle 9.00 in punto c’è stato un discreto rassemblamento nell’ex impianto di Trepca dove si trovano ancora i containers e per domani è stata convocata una manifestazione cittadina alle 14.00 in punto. A sentire Mensur, studente universitario, è impossibile vivere nella zona; dice infatti che varie persone si sono sentite male è sono state trasportate all’ospedale di Pristina. La gravità di questo evento è tenuta in stretto riserbo e le autorità comunali tacciono, ma intanto l’odore forte e penetrante ha sin da subito reso l'aria irrespirabile alle persone del luogo coinvolto. La drammaticità dell'evento sembra resa ancora più surreale dal silenzio generale dei rappresentanti politici locali, in primis del sindaco di Mitrovica, che rendono ancora più vani e improduttivi gli appelli alla mobilitazione che giungono dalla già debole struttura sociale cittadina. Si spera che la notizia giunga presto sotto i riflettori e qualche pesce grosso venga a galla.


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net e carta.org

venerdì 4 luglio 2008

KONFUSIONE KOSOVO

Caldo, sole e afa stanno facendo da sfondo qui in Kosovo ad una situazione a dir poco emblematica. Definirla confusione sarebbe un eufemismo.
L’Unione Europea si sta preparando ad organizzare la Conferenza dei Donatori per il Kosovo. Si presume che altri soldi presto arriveranno nel paese. Le autorità locali del neonato 193° Stato hanno lavorato tanto per arrivare all’incontro con idee e progetti concreti e chiederne l’immediata implementazione. Ma quello che troveranno nella capitale belga sarà anche dell’altro. A dare il benvenuto alle autorità del Kosovo sarà il logo dell’evento attentamente creato per non suscitare malumori all’interno degli stati membri dell’EU, in particolare di quelli che non l'hanno riconosciuto.
Nonostante i 2/3 dei paesi menbri dell’Europa abbiano risposto positivamente al riconoscimento, infatti, sul logo ufficiale che apre la conferenza l’11 Luglio a Bruxelles, verrà riportato ben in vista il nome “Kosovo”, ma una nota chiarirà per bene che in questo posto (il Kosovo appunto) è in vigore la risoluzione Onu 1244 – nella quale si afferma che il territorio è parte integrante della Serbia.
Effettivamente è ancora in vigore la 1244 con la quale il Consiglio di Sicurezza ha potuto operare in Kosovo dal 1999 istituendo a suo tempo la Missione Unmik.
Se quest’ultima si trova ancora qui sul suolo kosovaro ad operare è per via di questa risoluzione che per essere superata ha bisogno del nulla osta di tutto il Consiglio di Sicurezza (la Cina non si pronuncia e lascia fare all’amica Russia). I 120 giorni per organizzare il rientro di Unmik previsto per metà giugno sono passati e il suo personale si sta preparando ad una nuova riconfigurazione che li vedrà impegnati quanto meno fino alla metà di ottobre, anche se con un ruolo leggermente più limitato per non offuscare le neonate istituzioni del Kosovo e la stessa Eulex.
Constatiamo ora che anche per l’Europa questa risoluzione è ancora in vigore. Sarà forse un facile espediente per aggraziarsi la Russia e poi la popolazione serba per far finalmente partire, dopo varie lungaggini, la tanto attesa missione Eulex?
Bisogna notare, inoltre, che non è l’unico controsenso di questi giorni.
Di sicuro nel mese di giugno ci sono state tante novità in questa direzione. Ricordiamo appunto l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica del Kosovo il 15 giugno, così come quella del parlamento serbo di stanza a Mitrovica, composta dai membri eletti alle ultime elezioni serbe, tenutesi anche in Kosovo. Nonostante le asciutte dichiarazioni di Rucker -dell’ormai ex capo di Unmik- di considerare nulle le elezioni locali dell’11 maggio, l’assemblea, formata però solo da due partiti politici, si è riunita il 28 di giugno (lo storico giorno di San Vito), senza grandi cerimoniali e senza impressionare nessuno, ma facendo riflettere tanti.
Da un'altra angolatura, quella dell’International Steering Group –ISG - la situazione per il Kosovo è più colorita. L'ISG, struttura formata da 25 Stati (20 Europei che hanno riconosciuto l’indipendenza, oltre a Croazia, Norvegia, Svizzera, Turchia e Stati Uniti) che supervisionerà la nuova presenza internazionale in Kosovo, ha espresso pieno supporto per la partecipazione di Pristina nelle varie Organizzazioni Internazionali come il Fondo Monetario, per garantire la stabilità sociale ed economica dell’intera area. Sarà invece un po’ più difficile pensare all’ingresso del Kosovo in strutture come l’OSCE dove il peso della Russia e della Serbia si fa sentire.
Sul fronte Eulex le cose non vanno per niente bene. La nuova missione avrebbe già dovuto prendere impiego alcuni mesi addietro, ma ancora oggi fa fatica a posizionarsi. L'inviato speciale EU per la status del Kosovo, Stefan Lehne, recentemente ha espresso l’augurio di poter vedere tutto il suo team operare presto su tutto il territorio del Kosovo, incluse le aree del nord a maggioranza serba. C’è infatti, per il momento, il niet assoluto da parte della Russia sul dispiegamento di questa nuova missione se non la si inserirà sotto l’ombrello ONU, e nel nord oggi è implicitamente vietato circolare per qualsiasi macchina targata EU.
La costituzione intanto è entrata in vigore e l’attuazione in ogni parte del suo territorio (dall’Ibar in su) è lontana se non impossibile da implementare. Lo sa bene il nuovo sindaco di Mitrovica, Bajram Rexhepi, che ha mosso dure critiche nei confronti di Unmik in quanto, a detta di Rexhepi, la missione collabora con i rappresentanti delle strutture parallele serbe, per la semplice ragione di non averle considerate illegali e non aver prestato fede, quindi, alle parole dell’ex numero uno di Unmik. Rexhepi la scorsa settimana ha anche invitato le autorità internazionali e di peacekeeping (i militari di Kfor per intenderci) presenti sul territorio a vigilare e far si che la legge del Kosovo venga applicata anche nella parte nord di Mitrovica. In questo clima di confusione e con temperature che superano abbondantemente i 30 gradi sta diventando difficile sbrogliare la matassa, e c’è chi, come il funzionario di nazionalità russa che lavora per Unmik, come riportato l’altro ieri (2 Luglio) dal giornale albanese Lajm, giunto all'aeroporto di Pristina si rifiuta di farsi mettere il nuovo timbro della Repubblica del Kosovo sul suo passaporto, pretendendo invece quello vecchio di Unmik.
Il capitolo indipendenza è da poco iniziato. Ci saranno ancora tanti paragrafi da scrivere, ma di sicuro una cosa appare evidente: il progetto americano dell’indipendenza sta subendo duri colpi. Di questo sono ben consci i serbi di Mitrovica che si mostrano molto più distesi in viso, se non sorridenti.


mercoledì 25 giugno 2008

IL PIOMBO DI MITROVICA (seconda parte)

Le ultime da Osterode Camp

Osterode camp, costruito nel 2005 in quella che prima della guerra era una base militare serba e successivamente una postazione francese, ospita oggi più di 400 persone in container tra stradine asfaltate, ex-capannoni militari dismessi e riutilizzati dai rom e, un piccolo parco giochi, il tutto circondato da filo spinato. Certo Osterode -oggi monitorato dalla Norwegian Church Aid, agenzia che coordina i donors e le attività del campo- appare, al primo impatto, una struttura ben più comoda e pulita rispetto ai capannoni sporchi ammassati sulle rotaie ferroviarie del campo di Cesmin Lug, distante appena poche decine di metri. Tuttavia, il rappresentante Rom del campo, il Sig.Habib Haidini, senza tanti giri di parole ci tiene a precisare che cambia poco avere un container mettallico di limitate dimensioni e piccole strutture di divertimento rispetto alle baracche di lamiera contorte del campo vicino. “Non è una casa, e quelli a Cesmin Lug non vengono da noi perchè sono della nostra stessa opinione: stiamo tutti aspettando una casa, una casa vera”. Habib incontra quotidianamente i rappresentanti di enti istituzionali locali e non per far pressioni e cercare di velocizzare i tempi affinchè tutti i Rom dei due campi possano essere finalmente trasferiti in una struttura permanente –il campo di Osterode doveva rimanere funzionante appena un anno- una casa nel quartiere Roma Mahala che si sta ricostruendo. Oggi nella vasta area della residenza storica dei Rom di Mitrovica, nonostante l’attualità della “minoranza Rom” nell’agenda politica delle istituzioni e organizzazioni internazionali, sono stati però costruiti appena un centinaio di case e quattro blocchi plurifamiliari che ospitano non più di 250 persone. Molte delle case ancora non sono state assegnate, probabilmente per via dei complessi criteri che richiedono lunghe procedure burocratiche, e per altri motivi. Un dato certo è che, alla metà del 2008, non è stato fatto abastanza per i Rom di Mitrovica. Eppure è passato poco più di un anno da quando, nel marzo del 2007, gli alti rappresentanti delle istituzioni internazionali, degli uffici diplomatici e lo stesso Primo Ministro del Kosovo in una grande giornata commemorativa hanno tenuto un’imponente cerimonia di inaugurazione del quartiere Roma Mahala a Mitrovica. Grandi parole allora erano state spese da tutti, le più gettonate delle quali erano “multiculturalità” e “integrazione”. Stando alle testimonianze più recenti, come quella di Sokol Kursumlija, da anni impegnato nel campo Osterode con progetti educativo-ricreativi attraverso l’associazione locale multietnica di cui è Presidente, non c’è da stare sereni e tranquilli: anche per Osterode si parla di gravi casi di contaminazione da piombo che colpiscono soprattutto i suoi più giovani inquilini. Tuttavia Sokol ci tiene a precisare, rimanendo fermo sul fatto che effettivamente i Rom a Mitrovica vivono da tempo in condizioni a dir poco precarie, che l’argomento contaminazione da piombo non può essere circoscritto al solo discorso che verte sulla minoranza Rom, vittima a suo parere di intrighi politici, ma deve essere generalizzato in quanto riguarda l’intera area di Mitrovica. Nel caso specifico di Zitkovac, piccolo villaggio a Nord di Mitrovica, Sokol sostiene, ad esempio, di trovare “assurdo che per la sola opportunità politica soltanto per i Rom che vivevano dall’ altra parte del binario si è parlato di contaminazione mentre per i Serbi che vivono a tutt’oggi lì, a due passi da dove si trovavano i Rom, c’è ancora assoluto silenzio e nessuna preoccupazione”. Forse per via delle scarse condizioni igieniche e del contatto con la terra tipico dei bambini, i piccoli Rom sembrano tuttavia particolarmente esposti all’avvelenamento da piombo. Nel campo Osterode di recente sono stati fatti dei test sui bambini dallo staff del WHO. I risultati però sono stati negati ad Habib e gli altri Rom, che pure li richiedevano insistentemente. Stando a Sokol, per questioni di privacy i dati del WHO non potevano diffondersi, neppure ai rappresentanti UNICEF che lavoravano nel campo. “Io volevo sapere almeno il numero o la percentuale di persone contaminate di Osterode, potevo non saperne i nomi; quando quell’organizzazione mi ha negato i dati, mi sono rivolto alle strutture mediche di Mitrovica Nord dove hanno effettuato i test sui bambini. Il risultato è stato chiaro: contaminazione da piombo per la maggioranza di loro”, ricorda Habib. Un argomento così delicato da un punto di vista etico, morale, sociale e politico non dovrebbe comunque essere lasciato solo alla spicciola cronaca cittadina che spesso, incapace di sortire i necessari effetti, finisce col creare invece soltanto involontaria disinformazione. La comunità internazionale e enti di spessore come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, piuttosto che coprire la realtà con il silenzio, potrebbero seguire l’esempio positivo di altre organizzazioni che in Kosovo dedicano tempo, spazio e tanti soldi per pubblicazioni sistematiche di bollettini sui diversi argomenti. È tempo che un dossier ufficiale, onnicomprensivo e chiaro, esca allo scoperto per far luce su tutti questi anni bui. Fino a quando su queste tematiche aleggeranno solo e soltanto strumentalizzazioni di ogni genere, il problema dei Rom e della salute pubblica dei cittadini di Mitrovica resterà solo appanaggio dell’agenda politica che potrà continuare ad usarle a propria discrezione.

di Federica Riccardi e Raffaele Coniglio


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net, carta.org e osservatoriobalcani.org

domenica 22 giugno 2008

IL CALCIO "EUROPEO"


Il calcio che unisce e rafforza le identità
Ieri sera, nella prima calda serata d'estate, ho fatto un giro tra i bar e le caffetterie di Mitrovica nord. Piene come al solito e con una leggera musica di sottofondo, il Dolce Vita, così come Incognito, trasmettevano su schermi ultrapiatti la partita della serata: Olanda-Russia. Non ho seguito la partita, intento com'ero a sorseggiare la mia fredda jelen pivo; lo facevo a tratti quando le urla degli spettatori interrompevano la mia conversazione. L'affinità politica prima che culturale con la "madrepatria" Russia è un dato assodato per i cittadini serbi, a maggior ragione per quelli che vivono in questo posto per i motivi che tanto conosciamo. Icone dello zar Putin, adorato come un santo, ricoprono varie pareti in luoghi pubblici e non. Anche il calcio può essere un ottimo collante in tal senso.
Una partita emozionante a detta di Naser che dopo un equilibrato 1-1 dei primi novanta minuti di gioco, si è trasformata, nei tempi supplementari, in una grande vittoria per i russi che hanno chiuso il match con 2 gol di scarto. Grande entusiasmo si è subito sprigionato tra la gente, cori di gioia e sorrisi energici uscivano dai volti degli spettatori. Ho subito capito quanto avessero sofferto nei primi 45 minuti e quanto sentivano propria questa partita.
Non pensavo tuttavia che l'entusiasmo potesse arrivare a tanto. Una decina di macchine, piene di ultras si sono ritrovate a festeggiare per le stradine di Mitrovica la vittoria della Russia. Macchine, taxi, pugni alzati e bandiere serbe a fare da sfondo a questo euforico primo giorno d'estate. Tra la parata di macchine ho visto anche un bel jeepone bianco, vetri scuri e le quattro frecce accese, targa UN 25166.

sabato 21 giugno 2008

IN EVIDENZA

L'Italia chiamò, un documentario di Matteo Scanni, Angelo Miotto e Leonardo Brogioni, racconta l'altra faccia delle missioni all'estero: l'uranio impoverito.

Quattro militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Iraq cercano un difficile ritorno alla vita dopo essersi ammalati di tumore dormendo nelle caserme bombardate con proiettili all’uranio impoverito.
Per saperne di più clicca qui


mercoledì 18 giugno 2008

IL PIOMBO DI MITROVICA

Anche qui a Mitrovica il problema esiste e sebbene dalla fine della guerra in Kosovo del 1999 l'intera frattura tra Albanesi-Rom-Serbi non si sia ricucita, a farne principalmente le spese ancora oggi sono loro, i Rom. (Prima parte)

Tra i tanti primati che una volta caratterizzavano Mitrovica vanno annoverati il fiorente indotto minerario che faceva della città e dintorni una delle più importanti aree del Kosovo e dell’ex Jugoslavia (per estrazione di minerali, loro lavorazione-trasformazione e successiva produzione di batterie), e il più grande quartiere Rom del Kosovo, il Roma Mahala. Questi due aspetti sembrano non avere interconnessioni fra loro mentre invece hanno stretti legami e tragiche conseguenze.
Gli impianti di Trepca, il polo minerario nella ricca regione di Mitrovica, hanno contribuito notevolmente all
o sviluppo economico e sociale di questa zona per tutti gli anni '70 e '80. Erano più di 20.000 le persone impiegate, di cui la metà provenienti dalla sola area di Mitrovica, con salari indimenticabili e tanti benefits per le famiglie. Sebbene la città fosse prospera e occupata con il lavoro delle miniere, la gente rimaneva comunque insoddisfatta per via della mancanza di investimenti successivi agli introiti delle miniere. Un detto di quei tempi recitava "Trepca punon Beogradi ndėrrton" (a Trepca si lavora e a Belgrado si costruisce), sintetizzando questo aspetto.
8.000 o forse poco di più erano i membri della comunità Rom che vivevano
nel quartiere Roma Mahala di Mitrovica, una striscia di terra a sud del fiume Ibar che sembra interporsi tra i serbi e gli albanesi. I Rom anche allora come oggi non erano ben inseriti nelle strutture sociali della città, non godevano di una buona reputazione, e si sono trovati, durante gli anni dello scontro etnico in Kosovo, tra due fuochi, quello serbo e quello albanese.
Oggi la fotografia di Mitrovica è un’altra. L’intero indotto di Trepca è ridotto all’osso, nell'impianto lavorano meno di un migliaio di operai e, vi si estraggono soltanto i minerali. Gli impianti di lavorazione e trasformazione del piombo, rame, zinco sono dismessi e riversano in uno stato fatiscente. Insieme al polo turistico di Bresovica, gli impianti di Trepca sono stati un grande fallimento per la KTA , l’agenzia incaricata per le privatizzazioni in Kosovo. Quello che è rimasto dei fiorenti e produttivi impianti minerari, oltre alle obsolete strutture, è l’inquinamento del suolo. Mitrovica oggi ricopre il triste primato di città più inquinata del Kosovo e dell’ex Jugoslavia.
A farne le spese sono tutti i suoi cittadini, i Rom più degli altri. Ed oltre al problema dell’inquinamento, che li vede vittime di intrighi politici, i Rom sono anche cittadini privi delle loro case. Facilmente manipolati dai serbi e indiscriminatamente percepiti come traditori e nemici dagli albanesi, si sono visti annientare da questi ultimi tutto il loro quartiere storico. Inermi, dal lato nord del fiume che oggi divide etnicamente la città in due, hanno assistito alla distruzione delle loro case. Quelli che avevano deciso di affrontare di petto la situazione persero la vita. In tanti sono scappati in Europa, in Montenegro, in Serbia.
I pochi Rom rimasti a Mitrovica sono stati costretti a vivere, in mancanza di alternativ
e, in posti malsani e inquinati. I campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare, tutti nella parte nord di Mitrovica, furono costruiti nel novembre del 1999 per ospitare circa 500 persone di etnia Rom scappate dal loro grande quartiere. Da allora e per tutti questi anni il problema dei Rom è diventato sempre più grande.
Dovevano restare in questi posti per 45 giorni, solo Zitkovac è stato chiuso, ma soltanto nel 2006 ed i suoi abitanti sono stati dislocati negli altri campi. Nei tre campi di Zitkovac, Cesmin Lug e Kablare molti bambini mostravano infatti i classici sintomi da inquinamento da piombo: perdita di memoria, mancanza di coordinamento, vomito e convulsioni. Il Prof. Nait Vrenezi dell’Università di Pristina già in un suo studio del 1997, condotto congiuntamente con numerosi esperti internazionali, affermava che l’esposizione continua ad ambienti con alta concentrazione di piombo crea nei bambini danni motori e di percezione permanenti.
Dal 1999 al 2006, 27 persone sono morte a Zitkovac, molte delle quali con ogni probabilità a causa di avvelenamento da metallo pesante, anche se autopsie non sono mai state effettuate. Nel 2000 furono effettuati diversi test e analisi sugli abitanti dei campi dall’allora consulente russo dell’ONU, Dott
. Andrei Andreyev, che confermavano fuori da ogni dubbio l’alto livello di concentrazione di piombo nel loro sangue. Andreyev allora inoltrò un report dettagliato contenente dati e cifre all’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’UNMIK, chiedendo loro di provvedere ad una immediata evacuazione dei campi. Il suo report, però, che oggi non è disponibile al pubblico, non ha avuto nessun riscontro pratico, se non che molti funzionari internazionali della polizia di Unmik, che giornalmente facevano jogging accanto al campo di Cesmin Lug, dovettero fare immediati accertamenti medici, e si scoprì che il tasso di piombo nel sangue era così alto da richiedere il loro rimpatrio. Nel 2004 test capillari su 75 persone dei tre campi, principalmente bambini e donne incinte, mostravano che 44 di loro avevano livelli di piombo nel sangue più alti di quanto il macchinario potesse misurare (65 mg/dl), laddove 10 mg è considerato il punto in cui vi è un serio rischio di danni al cervello o al sistema nervoso.

di Federica Riccardi e Raffaele Coniglio

leggi la seconda parte

articolo pubblicato su peacereporter.net, carta.org e osservatoriobalcani.org

Per approfondimenti:
http://www.jstor.org/pss/3433876,
http://www.paulpolansky.nstemp.com/about.html


martedì 10 giugno 2008

INDIAN FOOD & COMPANY

Questa proprio non ci voleva. Il mio ristorante preferito “Indian Food” è stato improvvisamente chiuso. Proprio questa mattina mentre passavo da lì, incuriosito per i lavori che stavano facendo, ho pensato di chiedere se i cingalesi stessero ristrutturando. Pronta è stata la risposta negativa del muratore che ci lavorava che mi ha informato del nuovo caffè – tipicamente kosovaro- che prenderà il posto del vecchio ristorante.“L’Indiano” così lo etichettavo, era un piccolo ristorante di proprietà di cingalesi, persone semplici, apparentemente timide e riservate, giunte in Kosovo da anni, venuti da così lontano e spinti, non so bene da che cosa, ad aprire un ristorante etnico qui a Pristina. Certo quella della ristorazione è un’attività tra le più proficue in Kosovo dove si possono trovare ristoranti tipici albanesi, serbi, ristoranti italiani, cinesi, c’è anche il messicano, il giapponese e persino un nepalese. Sicuramente è anche per questo che a Pristina si mangia molto bene. Io però ero molto affezionato a questo posto piccolo dalla cucina buona e speziata, economico e silenzioso, in pieno centro. In effetti da quando sono stati ultimati i lavori di riqualificazione dell’area pedonale nel cuore di Pristina, tra il Grand Hotel e il Palazzo di Governo, inaspettatamente gli amici cingalesi con il loro ristorantino si sono ritrovati di colpo nel posto più interessante che potessero mai trovare. Appunto per questo, da diversi mesi notavo la presenza di personale kosovaro dietro la cucina. Questo è molto insolito. Si possono trovare cuochi kosovari in ristoranti italiani e internazionali in genere, ma la presenza degli stessi in quelli indiani o cinesi è veramente rarissima se non inesistente. Fatto sta che da quella volta ho prestato attenzione a queste presenze. L’ultima volta, appena un mese fa, seduto ad un tavolo ho visto il simpatico proprietario del locale discutere sottovoce con una persona di orgine albanese kosovara. Intuivo dove sarebbero arrivati. La longa manus albanese si sarebbe presto addentrata fin dentro gli affari del ristorante. Così è stato. L’ultima volta che goloso di assaggiare il loro piatto forte,chicken kuruma, con tutte le salsine piccanti e speziate, ho notato le insegne staccate e la porta chiusa, mi è caduto il mondo addosso. L’Indian Food era stato chiuso. In un primo momento speravo in una ristrutturazione o ingrandimento del locale, ma quando ho saputo quanto stava accadendo non ho potuto far altro che pensarci sopra e ho tratto la conclusione che qui in Kosovo, e maggiormente nella sua commerciale capitale, tutto, ma proprio tutto, è soggetto a continuo cambiamento. Seduto davanti a un caffè cercavo di riflettere su questo. Di colpo, quasi istintivamente ho alzato la testa e preso visione del posto in cui mi trovavo. I locali del pub-ristorante "92", di fronte al quartier generale di Unmik, pochi mesi prima di quest’ultima apparizione ospitavano un’attrezzata e rifinita caffetteria e prima ancora una struttura credo di Unmik o forse privata, non saprei, che vendeva cartine e mappe geografiche del Kosovo, in tutte le forme e dimensioni. La stessa distrubuiva anche i mensili informativi di Unmik e Osce. Tutti questi cambiamenti sono avvenuti in meno di due anni. Da oggi farò a meno del ristorante indiano. Mi sono già rassegnato, ma faccio veramente fatica a capire cosa c’è dietro questa maledetta voglia di cambiamento, a maggior ragione quando gli affari delle attività commerciali vanno –o sembrano andare?- a gonfie vele.
P.S. nulla di personale per carità, ma il nome che hanno dato alla caffetteria, "New Born" (oggi 11 giugno, passando da lì ho visto la nuova insegna) mi ha irritato e non poco.

venerdì 6 giugno 2008

UNA STRANA CITTA' NORMALE

Kamenica in serbo, Dardane in albanese due nomi nettamente distinti, ma una casa comune per le due principali etnie che compongono il Kosovo.



La gente di Kamenica, sotto una calda e soleggiata mattina di giugno, passeggia lungo il piccolo corso che l'attraversa. Questa piccola cittadina, situata nella parte ovest del Kosovo, confinante con la Serbia (la prima citta' serba di Serbia, Bujanovac, dista in linea d'aria poche decine di chilometri) è l'espressione più compiuta di quell'integrazione multietnica che sino ad ora e per tantissime ragioni è rimasta sulla carta e su quei documenti (raggiungimento degli standards) che i vertici di Unmik e del Gruppo di Contatto hanno poi inoltrato via New York a tutte le cancellerie europee.
Kamenica oggi come ieri gode di un clima sereno e rilassato, probabile risultato dell'animo pacato della sua gente. Mi ritorna in mente, proprio ora che sto per battere la lettera b (di battere) il lucido testo di Montesquieu, Lo Spirito delle Leggi (L'Esprit des Lois), dove si afferma che fattori come il clima, l'animo delle persone e la posizione geografica possono avere delle influenze sui vari ordinamenti politici, condizionandoli. Kamenica si trova in quella zona del Kosovo definita "a macchia di leopardo", composta cioè da villaggi misti di serbi e albanesi (incluse le zone di Gnjilane/Gjilane e Viti/Vitina) che durante la guerra e forse per via di quell'inclinazione pacifica che caratterizza la sua gente non è stata teatro di scontri e uccisioni, sebbene potesse essere, per via di questa sua stessa conformazione geografica, altamente sensibile e quindi pericolosa.
Per nostra fortuna l'area non presenta questi tratti violenti, anzi, in questo incerto inizio di giugno si gode il suo clima disteso. Le poche notizie che sino ad ora avevo di Kamenica non solo trovano rispondenza in situazioni che ho da poco vissuto, ma escono rafforzate per via delle colorate scene giovanili che mi si presentano davanti. Al Kosovo che ho visto fino a ieri devo aggiungere quest'altra sua particolare componente: l'aspetto giovanile di Kamenica. Giovani abbastanza socievoli, con un abbigliamento alla moda e luccicanti orecchini ai lobi, ragazze dall'aspetto vistoso intente a chiacchierare con i loro coetanei in atteggiamenti a noi normali e comuni, ma piuttosto insoliti in buona parte del Kosovo. Credo che tutto ciò sia il risultato dell'aria di vicinanza con la dinamica Serbia. Queste mie supposizioni trovano subito conferma nelle parole di Fatos, 22 anni studente di Economia all'Università di Pristina, che, diretto, aperto e disponibile al dialogo con il sottoscritto, appare in sintonia con il classico stereotipo delle persone che vivono da queste parti. Alla cassa di un grande supermercato in pieno centro, ci ritroviamo immersi in una piacevole conversazione il cui nucleo centrale verte sulla convivenza e l'interazione tra serbi e albanesi di Kamenica. Col senno di poi, ammetto che l'ho bombardato di domande, perplesso e esterrefatto com'ero per via delle sue parole. "si, loro sono serbi" affermava indisturbato guardando un gruppo di giovani poco distante, "sono in tanti che vivono qui con noi a Kamenica", continuava. Nella lunga conversazione il longilineo Fatos mi ha presentato con le sue dichiarazioni quello che ho sempre cercato in lungo e largo per il Kosovo, ovvero il saluto e l'interazione positiva tra le due etnie. "Qui a Kamenica, ci si saluta", mi fa presente Fatos "ogni tanto con il dobre dan, altre con il miredita". "Certo, anche loro hanno attività commerciali in città" dice rispondendo alla mia domanda. Fatos racconta anche del suo amico, "l'Iracheno" come lo chiama lui (per via del fratello che lavora da nove anni con gli americani ed è da qualche anno in Iraq negli uffici dell'esercito Usa), che ha come vicini dei serbi con i quali si ritrova ogni tanto a casa loro per riparare piccole attrezzature informatiche. "Saltuariamente si va anche in Serbia, in posti dove vivono gli albanesi, e non abbiamo mai avuto problemi lì" sentenzia. Quasi faccio fatica a credere alle parole di Fatos, ma presto devo convincermi del contrario per me abituato invece al clima gelido di Mitrovica. Vedo macchine serbe con tanto di targa serba circolare liberamente e persone serbe fare le cose più banali, come benzina in un rifornimento di proprietà albanese o passeggiare indisturbati in città. Per una volta sono stato io a sentirmi anormale in una citta che ha tutte le sembianze della normalità.


articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net , peacelink.it e viaggiareibalcani.net

domenica 1 giugno 2008

UNA BOCCATA D'OSSIGENO PER TUTTI


Questa settimana mi è capitato di percorrere, per questioni squisitamente private, la tratta Pristina-Bar e ritorno in autobus. "Cosa vuoi che sia" si potrebbe obiettare, "oltretutto sono poche centinaia di chilometri", si potrebbe supporre. Eppure così non è! Sebbene le due città distino all'incirca 250 km l'una dall'altra, le ore da "sgranocchiare" in autobus sono ben dieci (10) a tratta. Non è la prima volta che affronto viaggi del genere, direzione Montenegro o altre mete ( ricordo le 10 ore per Tirana, le 12 per Sarajevo, le 18 per Istanbul, ahhh si!! le altrettante 18 per Pula per prendere poi la Ryanair in vista di Dublino). Non mi sono mai spiegato fino in fondo il perchè mi piacciono viaggi così stressanti, lunghi e scomodi, ma di sicuro l'ebbrezza che si prova nel viaggiare per così tante ore su un mezzo circoscritto e limitato come può essere l'autobus è tanta. Incontrare persone di ogni tipo e con diverse esigenze, sostare in posti che mai avresti pensato esistessero e avessero quei nomi, il vedere dal finestrino le luci fioche delle case sperdute, poi la strada e via su per le montagne. Trovo tutto questo affascinante. Personalmente intendo il viaggio (o vacanza) come nuova conoscenza, scoperta e avventura. Credo sia questa la vera essenza del perchè mi piace affrontare questo tipo di viaggi. Il viaggio in autobus mi da tutto questo e oltre. Chiusa parentesi! A capo.
Consumare le ultime energie sull'autobus per poi passare un'interessante fine settimana lontano dal polveroso Kosovo è stato un motivo in più per avventurarmi nuovamente alla volta della splendida Kotor e Budva. Per me è stata una boccata d'ossigeno, un viaggio rigenerante quasi. Ma non per tutti è sempre così. In quest'ultimo viaggio in terra montenegrina ho notato delle piccole stranezze. Innanzitutto i collegamenti sono più che raddoppiati, in secondo luogo il prezzo del biglietto è fortemente diminuito. Con soli 20 euro si paga l'andata e il ritorno.
Alle 18.30 una marea di gente aspettava, insieme al sottoscritto, di poter presto salire e prendere posto sui tre autobus della compagnia Barileva. Tutti rigorosamente kosovari e tutti orgogliosamente uomini i miei compagni di viaggio. La mia curiosità su tutto ciò era talmente tanta che alla prima occasione utile ho chiesto a Zoran, il signore seduto dietro di me, il perchè di tutta questa gente diretta ad Ulcinj, in un periodo di bassa stagione. Nemmeno in piena estate gli autobus partono da Pristina così numerosi per raggiungere quella che è la loro Rimini, pensavo tra me e me. "LAVORO" è stata la sua risposta.
Zoran fa il manovale da tre mesi a Ulcinj per una impresa locale, divide una casa con altri suoi compagni e approssimativamente una volta al mese fa ritorno dai suoi cari per ristorarsi e portare una piccola manciata di soldi. Come lui, da Ferizaj, Drenas e altri villaggi del Kosovo, sono in tanti e nelle stesse condizioni. Giovani e padri di famiglia leggermente ricurvi e cotti dal sole. Considerando la fisicità del duro lavoro che svolgono, è facilmente intuibile anche il loro basso livello di istruzione. E' difficile comunicare con tutti loro (per via del mio albanese e del loro inglese), ma con una gestualità che non mi manca ho fatto capire al simpatico Besim che il posto accanto al mio era libero.
Alle 19.10 si parte. Dopo un veloce check-in da parte del secondo autista la TV si accende e la musica tradizionale kosovara inizia a spaccare le casse. E' terribile questo suono, a tratti nauseante, ma c'è ben poco da lagnarsi, nessuno darebbe retta a eventuali lamentele visto che questo genere musicale attecchisce molto qui, anche tra i giovani. Non ci voglio pensare. Il viaggio è lungo ed è appena cominciato. Parto comunque con un sorriso che mi riempie gli occhi.
Questo viaggio alla fine è una boccata d'ossigeno anche per i miei compagni di viaggio.

Alcuni dei video musicali che trasmettono per intrattenere il passeggero







anche quest'ultimo è abbastanza rilassante! vero?

giovedì 29 maggio 2008

IN EVIDENZA

Giovedì 5 giugno, ore 18,00 Palazzo del Turismo
inaugurazione della mostra fotografica:

XIV edizione del Premio Giornalistico Televisivo "Ilaria Alpi"

Riccione 1 - 7 giugno

DISPACCI DAL FRONTE

di LIVIO SENIGALLIESI
a cura di Carla Costamagna Martino

Dall’Afghanistan alla Cecenia, dal Kosovo a Gaza, dal Vietnam al Rwanda al Congo.

In pochi scatti Senigalliesi riesce a condensare il non senso della guerra: la sofferenza di chi rimane, la dignità delle vittime, la voglia di vivere e ricostruire
Più che azioni di guerra, le immagini ci testimoniano le conseguenze dei conflitti, i durante e i dopo. In esse riconosciamo «la voglia di capire le ragioni dell’odio, di comprendere le tragedie causate dalla follia umana». Una testimonianza sulla tragedia della guerra così come viene vissuta sul campo, senza aggettivi, senza la retorica della comunicazione mass-mediatica.Le fotografie sono tratte dal volume Reporters sans frontières, Dispacci dal fronte (EGA Editore)

Il fotografo
Livio Senigalliesi, fotogiornalista indipendente, è membro della sezioni italiana di Reporters sans frontières. Collabora con le più importanti testate italiane e straniere ed è autore di numerosi libri e mostre fotografiche.
Per saperne di più sull’autore: www.liviosenigalliesi.com

domenica 25 maggio 2008

UN ASPETTO POSITIVO DELLO STATO MULTIETNICO

L'Assemblea del Kosovo approva la Legge sul Calendario delle Festività Ufficiali

PRISTINA. Dopo tre lunghi giorni di pressione da parte del Governo e dei rappresentanti dell'International Civilian Office (nuova struttura di stampo prettamente europeo per il supporto alle istituzioni kosovare) il Parlamento della Repubblica del Kosovo (è così che bisogna chiamarla e anche l'Italia l'ha riconosciuta come tale) ha approvato la legge sulle ricorrenze ufficiali. Nella lista figurano tre date fortemente volute dai parlamentari di etnia albanese, alle quali vanno aggiunti altri cinque importanti giorni per le minoranze. Il potere legislativo ha stabilito che il 28 Novembre o festa della bandiera (il 28 del 1912 è stato il giorno dell'indipendenza albanese dall'Impero Ottomano) sarà ora ricordato come la giornata degli Albanesi; il 12 Giugno, conosciuto come giorno della Liberazione del Kosovo, sarà festeggiato da oggi in poi come il giorno della Pace, mentre il 6 Marzo o giorno dei Martiri, passerà alla storia come la giornata della Memoria e del Rispetto per i Veterani di Guerra.
Il testo della legge riporta anche, e giustamente, trattandosi il Kosovo di uno Stato multientnico, le ricorrenze per tutte le altre minoranze che vivono qui e che sono altrettanto rappresentate nella nuova bandiera che poco piace ai suoi cittadini. Il lungo elenco riporta il 15 Febbraio come la giornata degli Ashkali, l'8 Aprile la giornata dei Rom, il 23 Aprile il giorno dei Turchi, il 6 maggio quella dei Gorani e infine il 28 Settembre il giorno dei Bosniaci. La Pasqua e il Natale Ortodosso rientano ovviamente nella lista.
Se accanto a queste ricorrenze aggiungiamo tutte le altre che il popolo del Kosovo è abituato a festeggiare (lasciando da parte il mese di Ramadan, quello del digiuno che disabilita tutti) dobbiamo inserire la festa di inizio e di chiusura del Ramadan che durano rispettivamente tre giorni ciascuno, il 25 Dicembre non si tocca, idem per l'1 Gennaio, ovviamente il 1 Maggio, poi la festa dell'Europa che è un "must" e da queste parti ci tengono in molti a festeggiarla, il 15 Agosto, e sicuramente qualche altra festività di minor conto che adesso sfugge. C'è di buono una cosa e cioè che finalmente in maniera ufficiale e con legge dello Stato si è fatto ordine al calendario delle festività, perchè sino ad ora chiunque poteva, anche il giorno prima, avvisarti dispiaciuto di non poter partecipare ad un evento o recarsi a lavoro perchè il giorno dopo si sarebbe festeggiata la Pasqua ortodossa o dell’altro. Il nuovo calendario kosovaro presto verrà stampato tutto in rosso e almeno sulla carta il riconoscimento delle minoranze sarà garantito. Con il beneplacito delle Istituzioni tutti potranno festeggiare e festeggiarsi. Certo questo è un inizio a rilento per la neonata Repubblica del Kosovo che ha tanto da lavorare e poco da festeggiare.

articolo pubblicato sul sito di peacereporter.net e peacelink.it

KOSOVO: LA VOCE DEL CONIGLIO