domenica 22 novembre 2009

TRE CANTI FUNEBRI PER IL KOSOVO

(EPICA ETICA ETNICA PATHOS)





Dieci anni fa usciva per conto della Longanesi un piccolo volume di Ismail Kadarè dal titolo "Tre canti funebri per il Kosovo". Nei tre racconti di questo libro Kadarè, con il suo stile crudemente poetico, ci riporta nella polvere di quell'assolatissima giornata del 28 giugno del 1389 quando venne combattuta la battaglia di Kosovo Polje (nella "Piana dei Merli" come veniva chiamato il Kosovo). Una storia di oltre 600 anni fa mai conclusasi, ritornata attuale 10 anni fa e che ancora oggi, con il sangue versato, continua a macchiare.Un libro avvolgente, leggero ed essenziale per capire la complessità degli uomini e dei luoghi che popolano i Balcani.
"Ancor prima di metterci piede, i turchi avevano battezzato quel posto col nome "Balcani" e quel nome aveva finito per appiccicarsi loro addosso come scaglie nuove sulla carcassa di un vecchio rettile. Gli autoctoni non si davano pace. Si dibbattevano nel sonno come per liberarsene, ma ottenevano l'effetto opposto. Si rendevano conto, adesso, che, essendo stati sempre divisi, non avevano dato mai un nome alla loro penisola. Si, qualcuno l'aveva chiamata "Ilyricum", altri si erano proposti di darle nome "Nuova Bisanzio", c'era chi, in seguito, aveva voluto battezzarla "Alpiana", dal nome delle alpi albanesi, o "Gran Slavonia" in riferimento agli slavi, e via discorrendo...". La battaglia di Kosovo Polje vedeva schierata da una parte la coalizione balcanico-cattolica guidata dal comandante serbo, Lazaro, e formata dagli uomini del re bosniaco Tvrtko, del voivoda rumeno Mircea, quelli dei conti albanesi Giorgio Balsa e Demetrio Yonima. "Negli ultimi giorni, a queste forze si erano unite altre formazioni che alcuni credevano ungheresi e altre croate, ma delle quali, come di molte altre cose in quella guerra, non si seppe mai con precisione l'origine". Di fronte ai balcanici, ai fianchi del sultano turco Murad I e dei suoi vassalli erano schierate le truppe del principe Costantino V e del serbo "traditore" Marco Kraljevic. Contrariamente a quanto emerge dalla mitologia serba, che attribuisce a questa battaglia un significato eccessivo e falsato, la battaglia di Kosovo Polje era un guerra combattuta da vari signorotti, conti e principi locali, che parlavano diverse lingue e praticavano diverse religioni, ma tutti accuminati dal fatto di difendere il loro potere locale dalle minacce turche. Intanto la guerra stava per scoppiare e le divisioni tra gli "occidentali" non si erano colmate, anzi, dice Kadarè, "ciascuno nella propria lingua, i rapsodi avevano cominciato a comporre i propri canti. Somigliavano a quelli dei tempi più remoti e le parole stesse erano molto simili. I vecchi serbi con le loro gusle cantavano:" Ah, ecco che gli albanesi affilano il ferro per farci guerra!" e, allo stesso modo, i rapsodi d'Albania  con le loro lahute esortavano:" In piedi, albanesi, gli slavi ci attaccano!". 
Gli uni dicevano :"In piedi serbi, gli albanesi ci tolgono il Kosovo" , gli altri intonavano :"In piedi, albanesi, lo slavo ci ruba il Kosovo!". Con il passare dei secoli la battaglia di Kosovo Polje entrò nel mito: il principe Lazaro divenne eroe nazionale al quale venivano assegnate tutte le virtù speciali e per secoli se ne cantarono le gesta. I serbi venivano presentati come le vittime della ferocia islamica, i martiri della fede cristiana, e la sconfitta veniva attribuita ai tradimenti e quindi nasceva anche il risentimento per una Serbia grande e sfortunata, vittima del tradimento e dell'abbandono degli altri. Da allora passarono i secoli ma i rapporti tra serbi ed albanesi rimasero sempre difficili. Era il 28 giugno del 1989 e Milosevic, prendendo la parola, disse "Sei secoli dopo, adesso, noi veniamo nuovamente impegnati in battaglie e dobbiamo affrontare battaglie. Non sono battaglie armate, benchè queste non si possano ancora escludere. Tuttavia, indipendentemente dal tipo di battaglie, nessuna di esse può essere vinta senza determinazione, coraggio, e sacrificio, senza le qualità nobili che erano presenti qui sul campo del Kosovo nei tempi andati". Andò a finire come tutti sappiamo, ma nessuno si immaginava. Tragicamente! Sono passati dieci anni da allora e la musica non è cambiata. Forse il sangue come sostiene Kadarè è il filo conduttore di questi seicento anni di storia, quel sangue che scorse a fiumi durante quei due giorni di battaglia e poi nei giorni a noi più vicini. Presso le antiche popolazioni balcaniche tutto quello che concerne il sangue è, come si sa, eterno, imperituro, segnato dal marchio del destino. La situazione in Kosovo non sembra ancora pienamente pacificata e gli antichi canti sono rimasti sempre gli stessi. Cos'altro dovrà ancora succedere?




ISMAIL KADARE':
TRE CANTI FUNEBRI PER IL KOSOVO
Editore: Longanesi & C
pag.108. Lire 18.000

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