mercoledì 25 novembre 2009

A PRIZREN CON I DERVISH

I Dervish rappresentano senza dubbio uno dei fenomeni più rilevanti nella storia della spiritualità islamica o Sufismo. Nell'odierno Kosovo vive un imprecisato numero di dervish che appartengono a diversi ordini tra loro distinti. Una storia intensa ed emozionante durante una funzione religiosa all'interno della teqe.

Prizren, giovedì ore 22 di una calma e tranquilla sera di fine ottobre. Ero pronto ad incontrare i dervish della teqe Halveti, situata in pieno centro cittadino. Sapevo della loro preghiera settimanale (Zekr), e della remota possibilità di prendervi parte. Giunto in anticipo all'appuntamento, pensando di poter scambiare qualche parola con i fedeli, mi sono invece ritrovato già nel pieno della cerimonia religiosa. Dopo una lunga trattativa sono riuscito allora a convincere uno dei dervish che stavano all'ingresso a consentirmi di seguire la cerimonia. L'evento è stato molto interessante, anche se, devo ammettere, non paragonabile, quanto ad intensità emotiva, alla cerimonia che i dervish di un'altro ordine di Prizren (i Rifai), celebrano tutti gli anni il 22 marzo. Si tratta del Nawrūz, letteralmente "nuovo giorno", un'antichissima ricorrenza pre-islamica della Persia che celebra il nuovo anno (ricorre il 21 marzo sebbene in alcuni paesi viene celebrata il 20 o il 22, venendo così a coincidere con l'equinozio di primavera). In quell'occasione, dopo essere entrati in trance, i dervish si perforano la parte inferiore delle guance e/o la gola con grossi spilloni. Ad ogni modo l'emozione, anche l'altra sera, è stata grande. A quell'ora mi sono ritrovato da solo in mezzo a tutte quelle persone che, minuto dopo minuto, andavano ripetendo sempre le stesse interminabili ma accattivanti parole.


Canti intensi, che eseguivano con continui e ripetitivi movimenti della testa e del corpo. I minuti passavano e il canto sembrava coinvolgerli totalmente. Pian piano mi apparivano sempre più presi e, sinceramente, un pò "stralunati". D'altra parte, era la prima volta che assistevo a qualcosa del genere. Era un mondo a me nuovo e completamente insolito. Mi ero ritrovato in passato nelle moschee di Istanbul, nel pieno delle liturgie ortodosse a Decani, nella sinagoga di Sarajevo, nei tempi induisti e buddisti in Sri Lanka, sempre spinto dal desiderio di capire come l'uomo si rapporta e si approccia con quello che definisce "l'essere supremo". In tutti quei casi avevo assistito anche a cose bizzarre, ma soltanto questa volta ho provato, accanto a stupore, un pizzico di paura. Non perchè a un certo punto sono riusciti a capire che li avevo ripresi con la mia mini videocamera (nonostante fosse vietato), ma per via dei loro canti ossessivi, monotoni ma potenti, che mi stavano catturando sempre di più. Immerso nel profondo silenzio seguivo con gli occhi ogni loro movimento sincronizzato, quello del capo e delle mani che, sovrapposte l'un l'altra, posizionavano prima all'altezza dello stomaco poi sulle spalle. Abbracciati fraternamente in modo da formare un cerchio, ripetevano versi e poi canti. Sopra di loro una enorme stella di David di ferro battuto! Cosa mai ci faceva questo simbolo ebraico in un centro di preghiera islamico?


Il risultato dell'oltre un'ora e mezza di movimenti e canti è stato ipnotico, anche per me. Echi di suoni antichi ed a tratti viscerali, ossessivi, seguiti anche dal suono dei tamburi. Sembravano più un rituale pagano che una liturgia religiosa. A mezzanotte circa il rito è finito. A quell'ora, accaldati dai movimenti e dal canto, i dervish, fattisi da parte, hanno aperto la stada al loro carismatico capo (Baba o Sheh) per lasciarlo uscire. L'ho notato durante la cerimonia, era colui che fino a quel momento, posizionato nel centro del cerchio, colpendosi con due o tre colpi sulla mano, suggeriva il ritmo e l'intensità del canto.


A funzione finita, seguendo il leader, sono usciti tutti gli altri per ritrovarsi nel cortile antistante. I più giovani hanno preparato il tè e tutti insieme, io compreso, abbiamo chiaccherato nonostante la tarda ora. Loro, più di me, mi sembrava avessero bisogno di riprendersi e ritornare in sé. Notavo comunque in loro una certa tranquillità che credevo fosse il frutto del loro stato psico-fisico. Lo notavo dai loro occhi, profondi e fissi che mi guardavano, ed andavano oltre. A tratti mi sembravano confusi, ma nello stesso tempo rilassati e sereni. Quegli uomini avevano sguardi così profondi che sembrano riuscire a guardarti l'anima! Non è finita, però, come avrei voluto, perchè accortisi delle mie riprese hanno.....

continua

2 commenti:

Andrea ha detto...

ciao Raffaele bellissimo report!

Raffaele Coniglio ha detto...

Sono contento che ti sia piaciuto. Assistere dal vivo e con la telecamera nascosta alla danza di quelle suggestive figure è stata un'esperienza bellissima e suggestiva. Saluti

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