mercoledì 6 aprile 2011

GIOVANI ARTISTI CRESCONO: AFRORA BLAKQORI-UKA

L'ultimo villaggio - 49x35
Afrora Blakqori - Uka si è laureata presso la facoltà di Belle Arti di Pristina nel 1994. E' la prima artista kosovara ad avere conseguito un master in arti grafiche ed anche la prima, insiema a tutta la sua generazione, ad aver vissuto gli anni formativi durante il periodo più acceso del nazionalismo serbo. Nel 1989 si è iscritta all'università, ma dopo circa un anno di lezioni ha dovuto ultimare i suoi studi presso scuole improvvisate nelle case private. L'imposizione del regime aveva spinto gli albanesi kosovari a sviluppare in diversi settori un efficiente sistema parallelo.  Quel clima teso, quell'aria tetra e cupa, hanno influito significativamente sulla creatività della giovane artista. Non deve essere stato facile per nessuno studiare in quelle circostanze. A maggior ragione per quelle persone che fanno del vissuto quotidiano la fonte primaria delle loro rappresentazioni artistiche. La grafica di Afrora nasce da sentimenti soggettivi che vengono plasmati nelle arti visive sotto forma di associazioni simboliche e riflessioni di diversa natura. In questa sua mostra personale presso la Galleria d'Arte del Kosovo a Pristina è rappresentato il percorso pluriennale dell'artista, dove la sua creatività - quasi due decenni - si riflette in vivide immagini del mondo animale, di quello subacqueo, dei paesaggi e della natura. Le composizioni non sono figure umane, ma astratte e suggestive associazioni che rimandano a una metafora che produce emozioni specifiche. Queste sue immagini stimolanti accomunano la sua grafica al concetto ideal-estetico. Il lavoro grafico che racchiude la fase "Ultimo Villaggio" è significativamente il più ampio e, politicamente, il più profondo: lo spazio affascinante di integrità compositiva. Sempre alla ricerca di nuove trasformazioni  di quei temi che appartengono al mondo intimo dell'artista, la forma metaforica delle opere esposte rivelano sia preoccupazioni di disordine perenne di questa sua nazione, che le speranze per un futuro più felice e prospero.



Per contattare l'artista scrivete a:
afrora01@hotmail.com

lunedì 4 aprile 2011

KOSOVO - HUMAN DEVELOPMENT REPORT 2010



E' da poco uscito l'ultimo report da parte dell'UNDP-Kosovo. Quest'anno si parla di inclusione sociale. In termini semplici, per esclusione sociale si intende la pratica di negare ad alcuni gruppi il diritto di contribuire economicamente, politicamente e socialmente alla crescita della loro società, limitando in tal modo il potenziale della società stessa. L'esclusione può avvenire deliberatamente, attraverso la discriminazione istituzionale, o involontariamente, attraverso pratiche culturali che di fatto limitano i diritti e le libertà individuali. Qualunque sia la causa, l'effetto è sempre lo stesso: autolimitazione e un iniquo processo di sviluppo. L'ampiezza dell'emarginazione all'interno della società kosovara è forse il dato più rilevante della relazione. Lungi dall'essere un fenomeno di minoranza, l'esclusione -economica, dai servizi sociali e di impegno civile- è una condizione vissuta da una vasta gamma di persone in varie dimensioni della vita quotidiana. Quella dell'esclusione è una sfida cruciale per lo sviluppo del Kosovo e di ogni paese. Il rapporto identifica nel dettaglio i gruppi sociali che più di altri risentono dell'esclusione sociale e ne sono vittime. Queste fette di popolazione rischiano di diventare invisibili se non si cambia rotta e non si inverte la scala delle priorità politiche. Nella lunga lista degli esclusi vanno annoverati: i disoccupati di lunga durata, i bambini svantaggiati, i giovani, le donne delle aree rurali, i Rom, Ashkali ed Egiziani (RAE) e tutte le persone con bisogni speciali. Davanti a se il Kosovo ha una serie di sfide sociali ed economiche da affrontare e queste riguardano:


• Stagnazione economica: il PIL pro capite del Kosovo è attualmente il più basso d'Europa. Anche se il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto che crescerà del 3% per i prossimi sei anni (passando dai 1.766 ai 2.360 euro) il Kosovo ha ancora molto da recuperare in termini di equa distribuzione dei ricavi all'interno della sua società;

• Povertà diffusa: circa il 45% (poco più di due kosovari su cinque) vivono sotto la soglia della povertà e uno su cinque non è in grado di soddisfare i propri bisogni di base. La povertà è più elevata tra coloro che vivono in grandi famiglie - che spesso hanno molti membri disoccupati e livelli di istruzione relativamente più bassi. Coloro che vivono in povertà sono anche geograficamente concentrati nelle zone rurali e in alcune regioni del Kosovo, come Prizren e Gjilan/Gnjilane; 

• Elevati livelli di disoccupazione: si stima che il 45% della forza lavoro è disoccupata, con tassi di disoccupazione per i giovani che superano il 73% e la disoccupazione femminile all'81%. Il mercato del lavoro ogni anno si gonfia in media di 30.000 giovani in cerca di lavoro, ma con poche opportunità a loro disposizione;

Scarsa qualità della vita: sulla salute e gli standard educativi i cittadini kosovari sono in forte ritardo rispetto ai loro vicini europei. Gli indicatori sanitari in Kosovo sono tra i peggiori dell'Europa. Il tasso di mortalità infantile è di18-49 per 1.000 e sotto i cinque anni la mortalità infantile è di 35-40 per 1.000 nati vivi, rappresentando così il dato più alto in Europa. Anche l'istruzione è molto variabile e selettiva - in particolare per i bambini con qualsiasi forma di disabilità fisica o di apprendimento e l'educazione prescolare è praticamente inesistente al di fuori di Pristina; 

• Discriminazione: le minoranze etniche del Kosovo sono quelle che subiscono l'impatto peggiore delle sfide socio-economico del Kosovo. In particolare, le condizioni dei RAE del Kosovo sono abbastanza vicini a quelli che si trovano nei paesi meno sviluppati. Il livello di disoccupazione per la comunità RAE, dove il 75% dei giovani maschi di 15-24 anni sono disoccupati, per esempio, è molto superiore alla media del Kosovo. 

Il fatto davvero strano è che dal 2000 in poi la comunità internazionale ha investito più risorse pro-capite in Kosovo che in qualsiasi altra arena di post conflitto. L'Unione europea, principale donatore del Kosovo, ha annunciato che per i prossimi tre anni destinerà per il Kosovo molti più fondi che in qualsiasi altro posto del mondo.
Già ​​la sola l'Unione europea ha erogato quasi un miliardo di euro per il Kosovo tra il 2000 e il 2006 attraverso il programma CARDS (assistenza comunitaria alla ricostruzione, lo sviluppo e la stabilizzazione) e dal 2007 altri 426 milioni di euro attraverso lo strumento di assistenza  di preadesione (IPA). Poi giù di lì tutti gli altri milioni di euro del governo americano, delle organizzazioni internazionali e dei vari paesi europei. Una marea di fondi che negli anni sono serviti alla ricostruzione del paese e al rafforzamento delle istituzioni democratiche per armonizzarle con quelle europee. Gli scarsi risultati, però, sono sotto gli occhi di tutti. Il processo di adesione all'UE non è una passeggiata, è un iter estremamente complesso che richiede un rimodellamento vasto dei quadri normativi, il rispetto di standards molto elevati di governance e di cooperazione regionale. Nonostante la massiccia presenza di istituzioni internazionali e di ingenti fondi, la strada verso l'Europa è ancora molto lunga.

L'intero documento in lingua inglese 

venerdì 1 aprile 2011

CIO' CHE DEVE ACCADERE ACCADE

Ci sono capitato per puro caso. Non avevo intenzione di visitare Rahovec (Orahovac in lingua serba), ma come spesso accade con i fuori programma, la giornata spesa in questo paesotto del Kosovo centro meridionale è stata emozionante. Da secoli Rahovec è conosciuto come luogo di produzione di vino. Ancora oggi, nonostante i danni causati dalla guerra e le difficoltà economiche, l'uva è ritornata a crescere e le piacevoli distese di vigneti all'entrata del paese sembrano darti il benvenuto. Gran parte della storia di questo paese ruota intorno al vino, alla sua produzione e commercializzazione. La necessità di vendere la bevanda di Bacco ha portato i produttori locali ad aprirsi con l'esterno e a dialogare con i paesi vicini che spesso parlavano lingue diverse. E' avvenuto così che, anno dopo anno, la gente del luogo ha imparato nuove parole. Oggi a distanza di secoli la comunità di Rahovec parla una lingua del tutto particolare, composta da frasi albanesi, serbe, turche e bosniache. Un dialetto che nessuno all'infuori di loro riesce a comprendere.
Rahovec è un grande produttore di vino è, al tempo stesso, un paese musulmano. Nel cuore del paese, ad una decina di metri l'una dall'altra si trovano due moschee e le uniche due teqe (il luogo di preghiera e di incontro dei dervish). Numerosa è la comunità (circa il 40% della popolazione) che appartiene all'ordine mistico dei Rifai e degli Halveti. Questa è un'altra particolarità che contraddistingue oggi Rahovec. Visito entrambe le teqe ed in una di queste incontro un ragazzo dervish che per mia fortuna parla molto bene l'italiano. Inutile descrivervi l'ospitalità che ricevo. Al caldo della teqe e in compagnia di un buon caffè turco è proprio lui a tradurre e a raccontarmi un po' di cose.  Il tempo passa in fretta e dopo un'ora mi congedo.
Incomincio a girare senza meta per le stradine ed a riflettere sul concetto della pazienza, del tempo e dell'attesa.  I pensieri mi seguono fin dentro un quebabtore (una tipica rosticceria locale) e continuano a farmi compagnia anche mentre mi ristoro con un po' di carne alla griglia e due bicchieri di vino. Lascio Rahovec col sorriso, convinto che "ciò che deve accadere accade!"

sabato 26 marzo 2011

IL DIALOGO TRA BELGRADO E PRISTINA

"Belgrado aspira soltanto ad entrare in Europa per mettere poi il bastone tra le ruote al Kosovo, proprio come sta facendo in piccolo la Grecia con la Macedonia". E se avesse ragione Albin Kurti?




Lunedì ventotto marzo le delegazioni di Belgrado e di Pristina si incontreranno per la seconda volta a Bruxelles. A settembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha invitato le due parti, su proposta dell'Unione Europea, ad avviare un dialogo volto a migliorare la stabilità regionale, ad avvicinare ancora di più il processo di integrazione europea di entrambi i paesi e a risolvere in maniera pragmatica questioni concrete che hanno un impatto diretto sulla vita dei cittadini (registri catastali, diritti di proprietà, timbri alle dogane, attraversamento dello spazio aereo, partecipazione del Kosovo ad iniziative regionali, ecc.). Il primo round si è tenuto l’otto di marzo in un clima molto disteso e costruttivo. Questa è senz'altro una buona notizia, anche perché è il primo faccia a faccia di grande rilevanza politica. Il primo dopo l'indipendenza del Kosovo. Per Pristina però l'avvio del dialogo coincide con una fase politica agitata. Rapporto Marty,  arresti  di ex membri dell'Uck vicini a Thaçi ed altre grane, pesano sull'autonomia di un governo già debole e quindi più manovrabile. L'avvio del dialogo è avvenuto ad appena due settimane dal turbolento lavorio per la composizione del nuovo governo. A differenza di quello serbo, che da quando è in carica ha avuto modo di pianificare le sue idee -tra l'altro già risapute- e di condividerle con le varie componenti politiche, il team governativo di Pristina è partito alla volta di Bruxelles senza che se ne conoscesse la linea politica che avrebbe adottato. Naturalmente questo ha generato malcontento tra le varie forze politiche e di riflesso tra i cittadini kosovari. L''opposizione ha chiesto al governo di presentare in parlamento la propria linea strategica, di discuterla ed elaborarla insieme. Il debole governo Thaçi, temendo probabili frizioni per le diverse posizioni tra alcuni gruppi parlamentari, restii al dialogo con la Serbia, ha cercato la via più breve. In tutta fretta ha inviato al parlamento una bozza di programma e ne ha chiesto l'approvazione. In extremis, prima della partenza del team per Bruxelles, l'assemblea elettiva è riuscita a ratificare il documento con la risicata magioranza di 63 deputati. Il governo ha costituzionalmente il diritto di discutere su argomenti tecnici che riguardano il miglioramento della qualità della vita dei cittadini, anche senza chiederne preventivamente il parere al parlamento. Tuttavia è altrettanto vero che, qualora vengano raggiunti, l'assemblea sarà l'organo preposto alla ratifica degli accordi con una maggioranza di due terzi dei suoi membri. Sarebbe stato preferibile per questo governo trovare forza e "legittimazione" in parlamento , anche perché presto bisognerà fare i conti con i numeri che non ci sono. Se è vero che si tratta, come dicono tutti, di argomenti pratici che andranno a beneficio dei cittadini, è altresì vero che questo dialogo rappresenta per la Serbia l'ultimo stadio prima di entrare nell'Unione Europea. Oramai la strada per Belgrado è tutta in discesa. E' proprio questo a far preoccupare molti kosovari. Una condotta così blanda da parte del governo di Pristina e la mancanza di precise strategie potranno solo essere funzionali alla Serbia. "Belgrado aspira soltanto ad entrare in Europa per mettere poi il bastone tra le ruote al Kosovo, proprio come sta facendo in piccolo la Grecia con la Macedonia". E se avesse ragione Albin Kurti? 

giovedì 24 marzo 2011

NEVRUZ CEREMONY IN PRIZREN

Teqe Rufai in Prizren


Once a year the Dervishes of Prizren, in southern Kosovo, celebrate "Nevruz," (new day). Nevruz marks the first day of spring and the beginning of the year in persian calendar. During this dancing ritual, preachers pray for peace and tolerance while remaining with their pierced faces, as part of the ritual ceremony. The ritual occurs on March 22nd. Ancient piercing techniques are applied, by stabbing their bodies with huge needles, as a way of finding salvation and the way of god. The knives symbolize the healing of all wounds. "This is the blessing of God and the power of the order", says an elderly high-ranking Dervish after the ceremony. Dervishes are shunned by many fellow Muslims as starry-eyed mystics, but the Dervishes who gathered recently in Prizren for a centuries-old celebration do not see themselves as outside the Islamic pale. "We are Muslims and, like them, we are in the same sea. They swim. We prefer to go underwater" says Shejh Adrihusejn, the leader of Prizren's Rifai order.

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Cleaning and shaping the tools
Cleaning and shaping the tools
Ritual dance for Nevroz
Dervishes during the ceremony
Ritual dance for Nevroz
Dervishes during the rituals

 Dervish after the performance



sabato 19 marzo 2011

PASSEGGIANDO PER PRISTINA


Pristina - centro
Passano gli anni e Pristina ringiovanisce. Almeno così sembra. Ogni volta che ci ritorno la ritrovo un po' cambiata. Arrivando dall'aeroporto ti accolgono nuovi palazzi sempre più alti e rifiniti, ma a distanza di anni Pristina continua ancora ad essere un cantiere. I principali lavori che avrebbero già dovuto collegare Prizren con il nord del Kosovo sono tuttora in corso. Lo stesso dicasi per la superstrada Pristina-Peja. Oggi sulla Bill Clinton, la principale arteria cittadina, una sopraelevata interminabile ne paralizza il traffico. Il problema è sempre lo stesso e si chiama corruzione. "Che ci vuoi fare, i nostri politici continuano sempre a rubare". Il tassista che mi sta portando a Pristina abbandona per un attimo le mani dal volante e mimando il gesto prosegue "adesso rubano non con una, ma con due mani!". Pristina è una città di quasi seicentomila abitanti, cresciuta a dismisura negli ultimi anni e le piccole strade, rimaste quelle di una volta, sono insufficienti per le macchine che circolano. La cosa buona, balzatami subito davanti agli occhi, è che sono sparite dalla circolazione moltissime jeap della Nazioni Unite. Sono passati, invece, diversi giorni prima di capire che i generatori elettrici non erano più utilizzati. Il rumore assordante è ora un ricordo del passato. Ovviamente solo Pristina, sede del governo, dei vari ministeri e delle ambasciate, si è normalizzata. In tutto il resto del Kosovo i black out elettrici continuano ad interrompere le basilari azioni quotidiane. Comunque sia, le differenze tra Pristina e il resto del Kosovo non si fermano qui. Poche decine di chilomentri dividono la capitale dalle altre principali città del paese ma pare ci sia un abisso, tanta è la differenza in termini di sviluppo, cultura e mentalità. Sembra che ogni chilometro misuri un anno solare. In alcuni comportamenti e stili di vita ci sono generazioni di differenze.
Pristina - Mahalla Muhagjerve
 Continuo a camminare e ad osservare che il centro della città, solo quello, è molto più pulito, anche perché l'amministrazione comunale impiega diverse braccia per far ripulire gli spazi pubblici e più frequentemente si trovano cestini della spazzatura. In questo il centro di Pristina non ha nulla da invidiare ad altre città europee.  Ma  una camminata più in là è sufficiente per farti  cambiare idea e capire che il Kosovo è un classico esempio di paese in via di sviluppo, dove soltanto una fetta della capitale appare "occidentalizzata", mentre un po' ovunque si possono facilmente vedere i vari volti della miseria. Basta allontanarsi poche centinaia di metri dai palazzi governativi per vedere accozzaglie di case, baracche abbandonate, sporcizia, fango e crateri al posto dell'asfalto. Questa volta, però, a sorprendermi più di ogni altra cosa è stato il cartello "No Smoking". In tutti i locali pubblici la legge vieta la sigaretta. Detta in questo modo potrebbe sembrare una vera rivoluzione. Chi conosce il Kosovo e le abitudini dei suoi cittadini può facilmente intuire che la rivoluzione poteva essere solo di facciata. In Kosovo fumano tutti e vedere un ristorante o una caffetteria senza mezza sigaretta accessa resta ancora un sogno. Per la legge chi vuole fumare può farlo solo negli appositi spazi riservati. Ovviamente nessun locale è attrezzato e oggi ti trovi a vedere una parte del locale riservata ai non fumatori e l'altra metà per gli amanti della sigaretta. Prima quando volevi bere un caffè eri costretto ad intossicarti; adesso continui a farlo quasi con la stessa intensità, ma con un po' di autocoscienza in più. Il cartello del divieto appeso alla parete è lì a ricordartelo.

martedì 15 marzo 2011

CRRRAAA, CRAA!

Ne esistono a migliaia. Pristina ne è piena e non a caso il Kosovo durante il periodo ottomano era meglio conosciuto come "la piana dei merli". E' impressionante sentirli gracchiare così numerosi sugli alberi. Soprattutto d'inverno si riversano in città, certi di trovare abbondanza di cibo e riparo dal freddo. Non avete idea di quanti siano e di quanti escrementi lascino sulle carrozzerie delle macchine pargheggiate sotto di loro. Se non riuscite a vederli, almeno provate a sentirli. Chiudete gli occhi e immaginateveli sopra le vostre teste. La fortuna, sono certo, sarà dalla vostra parte!


mercoledì 9 marzo 2011

FIORI DI PLASTICA

Da un po' di tempo in Kosovo l'otto marzo è diventata una festa molto sentita. Per i fiorai e i ristoratori è un vero business. Proprio un grande evento. Anche ieri in molti ristoranti del centro di Pristina si faceva difficoltà a trova un posto libero. Ovunque tavolate di amiche, colleghe di lavoro, giovani coppie, ognuno intento a consumare una lauta cena prima di terminare la serata in qualche localino. Tutto molto sentito. Tutto vero, ad eccezione delle mimose, sostituite dagli ambulanti con coloratissimi fiori di plastica.‏ D'altronde con le temperature polari di questi giorni le profumate mimose possono materializzarsi soltanto sotto forma di immagini.



mercoledì 23 febbraio 2011

AND THE WINNER IS...

 
Ieri, martedi 22 febbraio, a Pristina si è consumata una storica ma movimentata giornata, con l'Assemblea impegnata ad eleggere il Presidente del Kosovo. Da diversi giorni il nome più accreditato era quello di Behgjet Pacolli. La certezza si è materializzata quando, nella serata di lunedì, Hashim Thaci ha raggiunto l'accordo di governo tra il suo partito, il PDK (Partito Democratico del Kosovo), e quello di Pacolli, l'AKR (Alleanza per il nuovo Kosovo). L'opposizione, intenta a rovinare la festa al nuovo Primo Ministro Thaci, ha avuto la peggio.  Il ricco magnate sessantenne è stato eletto terzo Presidente della neonata Repubblica. Per la costituzione del Kosovo, e precisamente per il comma 4 dell'articolo 86, "il Presidente della Repubblica del Kosovo viene eletto con la maggioranza dei due terzi (2/3) di tutti i parlamentari che compongono l'Assemblea". Il comma 5 dello stesso articolo, invece, recita testualmente che "se nei primi due turni la maggioranza dei due terzi (2/3) non viene raggiunta da nessun candidato, un terzo scrutinio viene svolto tra i due candidati che nella seconda votazione hanno raggiunto il maggior numero di voti. Il candidato che ottiene la maggioranza dei voti dell'Assemblea verrà eletto come Presidente della Repubblica del Kosovo". Per la cronaca della giornata è il caso di ricordare che al primo turno nessuno ha ricevuto i voti sufficienti per essere eletto. Al secondo turno neanche. Si è proceduto fino al terzo scrutinio (art. 86, comma 5). Ma è a questo punto che per molti si è consumato uno strappo costituzionale. Prima dell'avvio della terza votazione, Hashim Thaci chiede e ottiene dallo speaker dell'Assemblea una pausa per delle consultazioni. Il break ha avuto successo. Al terzo turno si è avuta la fumata bianca. Si è evitato il peggio, ovvero quanto riportato nel comma 6 dello stesso articolo 86, che recita "se al terzo scrutinio nessuno dei candidati viene eletto Presidente della Repubblica del Kosovo, l'Assemblea si scioglie e nuove elezioni avranno luogo entro quarantacinque (45) giorni". Molti gridano allo scandalo, altri affermano che si è violata la costituzione ed insieme le regole e le procedure dell'Assemblea. Poco importa. Behgjet Pacolli, imprenditore miliardario e leader del partito Alleanza per il nuovo Kosovo (AKR), è stato eletto Presidente. Con i voti di appena 62 deputati e nussun voto da parte dell'opposizione il tanto ricco e tanto discusso ex marito di Anna Oxa  rappresenterà per i prossimi cinque anni, dentro e fuori i piccoli confini del Kosovo, tutti i suoi connazionali. 
 

giovedì 17 febbraio 2011

ZELIKO

E' una canzone scritta contro tutte le guerre, ma in particolare quella vista nel bel mezzo della nostra  Europa. Zeliko è la storia di un ragazzo costretto a vivere nascosto in qualche rifugio con la paura di non farcela, di non farcela ad uscire da un conflitto etnico assurdo. Zeliko è un inno alla libertà. (Pino Stumpo)



Stasera ho deciso voglio uscire dal rifugio
voglio vivere per una volta la mia libertà
là fuori non c'è nessuno si sentono solo gli spari
provo a passeggiare come se fosse una sera normale
il mio sguardo va verso il cielo c'è la luna piena
chissà cosa pensa chi la vede dalla parte della frontiera.
Provo a muovere qualche passo giro dietro l'angolo
Mi nascondo dietro un muro prima che mi veda qualcuno
All'improvviso un urlo che spezza quel silenzio
E' un urlo di una donna che per la prima volta diventa mamma
E chissà dov'è il suo uomo
e come sarebbe contento di essere qui in questo momento
mi hanno detto che è giù al fronte a combattere la guerra
non si sa se ancora viva o è stato ucciso questa sera
allora proseguo nella mia passeggiata mi dirigo verso la piazza
dove un tempo la gente faceva festa
nella mia gola si accende una strana sete
non è una sete d'acqua ma di pace per la mia gente
e allora mi chino per bere alla fontana
all'improvviso alle spalle qualcuno mi spara
il mio corpo cade a terra in una pozza di sangue
chissà se qualcuno domani mi piange 
A voi del pubblico pagante voglio dirvi una sola cosa
alzatevi in piedi state in silenzio non applaudite questo cantante
perché questo silenzio giunga alle orecchie
di quei prepotenti che pensano che con la guerra si risolve tutto
il mio respiro diventa sempre più affaticato
tra poco sarò morto e sarò anche dimenticato
ma una ultima cosa voglio gridarla al mondo
viva la vita, viva l'amore, viva la libertà.

mercoledì 2 febbraio 2011

1247


"Oggi i nostri militari ridurranno i presìdi a Decani e al Patriarcato di Pec". Era il 25 novembre del 2009 quando il Generale Roberto D'Alessandro, allora al vertice della Multinational Task Force West in Kosovo, esternò questa frase, preoccupato per le scelte che il Ministero della Difesa si apprestava a compiere. Le intenzioni di ridurre sensibilmente il numero dei militari italiani in missione nel Kosovo, avevano allarmato la comunità serba, ma più di tutti i circa duemila militari-vacanzieri e la loro guida turistica, il Generale D'Alessandro per l'appunto. Siamo nel 2011 e la situazione è rimasta immutata. Da novembre 2009 allo stesso mese dell'anno successivo, secondo i dati forniti dalla Nato-Kfor, i militari della Kfor sono passati da 14.000 ai circa 8.400 di oggi  A fronte di questo dimezzamento i militari italiani sono passati da 1.935 agli attuali 1.247, confermandosi il contingente assai più numeroso dispiegato in Kosovo insieme alla Germania. Più che una riduzione sembra essere l'ennesima presa in giro. Di fronte allo scenario kosovaro visibilmente migliorato rispetto a oltre dieci anni fa l'Italia, nel pieno di una crisi che non si ricorda dagli anni '40, taglia ogni cosa, ma questi signorotti, anche loro, continuano a bivaccare grazie al beneplacito della classe politica. (Man)tenere 1247 soldati italiani, nel Kosovo di oggi, tra le comodità e i benefits di cui godono, nel pieno di una recessione economica e di una crisi sociale, non è più  ammissibile. Sono indispensabili tutti questi soldati nel Kosovo di oggi? Ci possiamo permettere gli ingenti costi delle spese militari?

martedì 11 gennaio 2011

L'ARTE DEL RICAMO: ARTHUR'S SEAT PROJECT

(Arthur's Seat Project, 1999-2000 installazione, ricamo su tela riportata su feltro, 12 elementi collezione MAXXI)

"Alla fine del 1999 ho iniziato un nuovo progetto di ricamo collettivo, il secondo. Volevo coinvolgere donne di etnia serba e albanese perché ciascuna ricamasse un frammento di uno stesso disegno preso da una geografia reale. Una specie di punto d’incontro fittizio. Sapevo anche della necessità di scegliere un luogo ‘neutrale’, che non avesse niente a che fare, almeno direttamente, con la storia personale delle 12 donne contattate, un ‘terzo’ luogo. Una geografia che io ho vissuto, emotivamente e fisicamente. Una terra di mezzo" Claudia Losi


L'Arthur's Seat è opera della giovene artista Claudia Losi. Anche questa, come molte sue opere, è frutto di un'operazione collettiva imperniata intorno a oggetti che fungono da catalizzatori di energie e di esperienze. Protagonista è il ricamo, che è perseveranza nell’esecuzione, una tecnica che non riguarda solo una generica identità femminile, ma che soprattutto assume un valore antropologico nella collaborazione con gruppi di anziane signore nei ricami collettivi. L'opera di un vulcano ricamato da donne di diverse etinie è un'immagine potente e suggestiva. Al tempo stesso il paziente e certosino lavoro delle donne riporta ad una visione delicata e intima.
Siamo all’indomani del conflitto balcanico. Il disegno stilizzato di un vulcano spento, situato nei pressi di Edimburgo, l'Arthur's Seat appunto, viene tracciato su tessuto e suddiviso in dodici parti. I frammenti vengono distribuiti a sei ricamatrici che vivono in Serbia e a sei che vivono in Kosovo (Valbona Koca, Savica Stevanović, Vasilija Kuljanin, Zivka Jaksić, Snezana Bozović, Leze Krasniqi, Fatmira Shehu, Luljeta Maloku, Milena Bojanić, Mili Miloti, Ajshe Bajrami, Sena Marković). Claudia Losi chiede loro di restituire le pezze ricamate e successivamente ricompone l’unità dell’immagine, geografia simbolica di una possibile coabitazione tra etnie diverse.
Stoffa e filo seguono il loro codice. Ciò che importa nel quadro ricamato non è il ricamo in sé, ma il lavoro intellettuale che ci sta dietro. Visto da un'altra prospettiva il ricamo è la metafora dell'intrecciarsi di legami nel tempo e della possibilità di “ricucire” strappi e ferite della storia. Il filo adesso è la parola che si intreccia nella stoffa delle difficoltà quotidiane. Anche in questo contesto - politico-sociale - sono sempre le donne, più di tutti, a svolgere la nobile arte del ricamo, abili nel tessere i rapporti col vicinatato in contesti interetnici e di difficile convivenza sociale, indispensabili figure se si vuole ritrovare il filo della convivenza, del dialogo e della riconciliazione.


Guarda il sito di CLAUDIA LOSI




venerdì 7 gennaio 2011

MITROVICA DO BRASIL


E' definita la Berlino dei Balcani, il luogo dove è tangibile la divisione della città tagliata in due da un muro invisibile, ma altrettanto invalicabile, come il fiume Ibar. Conosciuta come Mitrovica, il suo nome cambia a seconda che sia un serbo a pronunciarlo (Kosovska Mitrovica) o un albanese (Mitrovicë). Mitrovica è diventata dal dopoguerra in poi la città simbolo dell'odio etnico tra serbi ed albanesi, una cittadina che ha conosciuto, in diverse occasioni, accesi scontri tra queste due principali etnie.  L'ex polo minerario della Repubblica di Jugoslavia spesso finisce sulle prime pagine dei giornali per le rivolte di cui si rende protagonista, per i traffici illeciti da e con la vicina Serbia e il Montenegro. Sempre la prima in classifica per vicende negative e mai per buoni propositi, vorrei ricordarla, adesso, per le potenzialità dei suoi giovani.  Con poco meno di centomila abitanti (20 mila serbi e 80 mila albanesi) la sola cittadina di Mitrovica conta ben cinque giovani professionisti del pallone che hanno militato o militano in famosi clubs europei (Milan Milanović, Riza LushtaMiloš KrasićValon BehramiNikola Lazetić). Forse qualche altro nome mi sarà sfuggito, ma sicuramente già con una media del genere Mitrovica andrebbe ricordata per questo caso abbastanza singolare e riconosciuta in tutto il mondo con il nome di MITROVICA DO BRASIL.


giovedì 6 gennaio 2011

QUALITA' ARABICA: IL QATAR RICONOSCE IL KOSOVO



Il Qatar ha riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Con qualche giorno di anticipo la Befana ha consegnato all'Ambasciata del Kosovo di New York la lettera contenente questa buona notizia. Il piccolo emirato della penisola arabica, ricco di giacimenti di petrolio e di gas naturale, è il 73° paese a voler stabilire relazioni diplomatiche con lo stato balcanico.  Il Qatar ha fatto da apripista e, con molta probabilità, spianerà la strada a tutti gli altri suoi vicini che sino ad ora e in maniera compatta hanno deciso di posporre la questione dell'indipendenza del Kosovo. Che il 2011 sia l'anno dal gusto arabico?

KOSOVO: LA VOCE DEL CONIGLIO